Moby Dick

Attenzione: il post contiene informazioni sul finale, che mi erano necessarie. 

Moby Dick. La terribile Balena Bianca. 134 capitoli, 545 pagine di romanzo. E il mostro compare dopo 516 facciate di ansia, descrizioni, spiegazioni, resoconti, incontri, scontri, un’immersione nel mondo della baleneria che non si vede più. Mentirei se dicessi di averlo letto volentieri. Fu in terza superiore, durante la prima lezione di filosofia, che feci il mio fioretto: il professore lesse un estratto dal Capitolo Primo ad alta voce, trasformandolo in una specie di beata formula magica, che oggi ancora ricordo come una delle più grandi folgorazioni. Mi sono promessa che lo avrei letto, dalla prima all’ultima pagina. Eppure, chissà cosa mi aspettassi, il romanzo di Merville è pesante, ridondante, a tratti stomachevole, quasi odioso. Puntiglioso nel descrivere i ramponi, le lance, le lenze, in questi 134 capitoli c’è un agglomerato di conoscenze artistiche, scientifiche, letterarie, quasi fosse un libro enciclopedico. L’ho letto. Con una sorta di autoimposizione, con la voglia di finirlo, di scoprire l’epilogo famosissimo che ancora non avevo voluto anticiparmi. Non saprei dire quanto tempo ci abbia messo, qualche mese di certo, dopo averlo abbandonato sopra il tavolo e poi ripreso. Non lo so se mi sia piaciuto. Eppure credo sia un buon libro, e dopo aver chiuso per sempre il volume, provo una certa orgogliosa soddisfazione per avercela fatta. Da tutto si impara qualcosa, da tutto si comprende che cosa scartare e che cosa invece proteggere in sé. Di 134 capitoli ho in mente la trama, quasi un po’ surreale, tipica di quei tempi di viaggi in barca, marinai, tempeste mortali, rotte da seguire, oceani sconfinati; nulla è cambiato di tutto questo, tranne le navi più forti, che oggi combattono armate ogni tempo. Sul Pequod, il capitano Acab ha raccolto uomini di ogni lingua, religione, colore, nazione, carattere e mansione. E’ una barca che al lettore pare quasi inaffondabile, imponente davanti alle lance inseguitrici di balene, leggere come piume, capaci di sorvolare i flutti e rigirarsi più e più volte. Acab ha un solo obiettivo: Moby Dick. L’animale che lo ha privato di una gamba, rendendolo simbolicamente diverso. Lo spermaceti raccolto, le balene catturate, nulla vale a confondere gli obiettivi, nessuna di quelle ordinarie mansioni di baleneria che Acab concede ed anzi sostiene. Quella di Acab è un’assiderante sete di vendetta, una folle quanto lucida battaglia con la morte, una disperata ultima e sola occasione per stravolgere gli oceani. E’ servito tempo, fatica, sacrifici, energie, per raggiungere la bestia e cacciarla. Ma dietro la storia di un capitano zoppo in cerca del suo azzoppatore, c’è dell’altro. Ed è la lotta continua tra il Bene e il Male, che può portare alla rovina in ogni istante, che può rendere ciechi, nonostante le belle conquiste che giacciono ai piedi, che può cancellare in un oblio spaventoso anni ed anni di vita.

Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!

Così grida Starbuck al suo capitano, poco prima della battaglia finale. Ha cercato di sconfiggere il Male, un Male irrimediabilmente più grande di lui. L’ultima immagine che si ha, in quell’epilogo di un solo paragrafo, è l’oceano silenzioso che tutto inghiotte, sconfinato ed uguale; e un uomo, Ismaele, testimone dello scontro infernale, e sopravvissuto. E’ il mare, che ha cancellato tutto, e che forse avrebbe nascosto al mondo le tracce di sangue umano e animale disciolte nel sale; le avrebbe nascoste, se non ci fosse stato Ismaele, narratore e personaggio, marinaio di contorno, il solo che pare sempre fermo a guardare, a studiare la grande macchina omicida che è il Pequod, l’unico che con quel mondo sembra non c’entrare niente, l’unico che riemerge dal vortice degli abissi, alla luce del sole. Ismaele ha visto il Bene inseguire il Male, colpirlo al fianco, aspirare ad una piaga mortale, ha visto il Male rivoltarsi, e distruggere chi, con presunzione boriosa, ha pensato di poter vincere un elemento più grande di lui. Il fatto è che non basta un uomo solo, quando il male ha tanta rabbia e tanta forza, non basta che l’uomo sia Acab, il capitano, con un esercito pronto ad obbedire, perché inutilmente si può spiegare la determinazione, la ferocia, il Diavolo degli oceani. Non basta il singolo, per ammazzare il nemico di tutti.

“Se io fossi il vento, non soffierei più su un mondo tanto malvagio e miserabile… Eppure, lo ripeto e lo giuro, c’è qualcosa di glorioso e di benigno nel vento.”

(Herman Melville, da “Moby DIck”)

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Vittorio Tatti ha detto:

    Devo ancora recuperarlo.

    1. Ehipenny ha detto:

      Non mi sono pentita di averlo fatto, ma devi essere pronto 😀

  2. Neda ha detto:

    Io ho l’edizione tradotta da Cesare Pavese, edita da Frassinelli Tipografo Editore a Torino nel 1942. Uno dei primi regali che mia madre mi fece, dopo le Favole di Esopo, La piccola Dorrit di Dickens e le commedie di Oscar Wilde, pensa te, avevo 10 anni!
    Li ho apprezzati tutti da grande, nel frattempo mi comperavo Topolino e leggevo i libri di Jules Verne alla biblioteca.

    1. Ehipenny ha detto:

      Wow a dieci anni Esopo Dickens e Wilde! Che poi parlo io che ho letto Dickens a 12 13 anni… ma certi autori si apprezzano sempre meglio dopo, quando si conosce il contesto 🙂

      1. Neda ha detto:

        Quello della piccola Dorrit l’ho odiato: ero in orfanotrofio!
        Invece Wilde mi ha molto divertito allora e ancora oggi.

      2. Ehipenny ha detto:

        Wilde credo sia immortale :))

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