Il terzo parziale di inglese

Incredibile ma vero, si scorge la fine di questo esame imponente da dodici crediti formativi. L’ultimo e il più complesso parziale, mezz’ora per scrivere un saggio breve di una paginetta circa, dopo aver avuto modo di preparare le tracce a casa. Sembra facile, ma l’inglese non è immediato come si pensa. Sotto esame le parole sfuggono, i sinonimi si volatilizzano, anche le frasi più semplici diventano insormontabili ostacoli, ed è poco utile esercitarsi a casa, nella tranquillità della stanza, perché la mezz’ora di improvvisazione si svolge in un’aula con altre duecento persone. Bisogna correre ed avere inventiva. In questo terzo ed ultimo periodo di lezioni, la professoressa ci ha assegnato anche due lavori di gruppo, un saggio breve a scelta ed un glossario che contenesse tutti i termini tecnici imparati da novembre ad oggi. Il nostro gruppo di tredici componenti non si è mai riunito, e il saggio breve è stato scritto a pezzi e poi composto, durante una giornata di mare in riviera e una sera dopo cena, il glossario è stato un puzzle malriuscito, che la professoressa ha rifiutato per il ritardo di due ore nella consegna, ma con il mezzo lavoro svolto abbiamo vinto un punto da aggiungere al voto di questo terzo parziale. Briciole che non si rifiutano, perché tutto potrebbe fare la differenza, e perché io, al saggio breve ed al glossario, ci ho lavorato davvero. Lo abbiamo consegnato in ritardo perché io non potevo, e nessuno si è posto il problema di consegnarlo al posto mio, Ma in fondo è normale, i lavori di gruppo sono sempre i più difficili, dispersivi e lunghi, perché insieme ci si deve ascoltare, rispettare, aiutare, e ciascuno ha un proprio modo di rapportarsi agli altri, una propria attitudine ed una propria velocità. Ci sono quelli che lavorano per tutti e quelli che non muovono un dito, quelli che se lavorano fanno danni e quelli che correggono il lavoro già fatto, ci sono quelli che aiutano psicologicamente e quelli che all’ultimo chiedono se c’è bisogno di una mano: gruppi eterogenei di persone diverse, che si vogliono bene ma sono abituati a degli spazi. Con questo terzo parziale di inglese si conclude il ciclo eterno di lezioni ascoltate e non ascoltate, saltate e non saltate, frequentate da neanche tre file di posti a sedere, probabilmente inutili, perché il vero studio si può fare soltanto a casa propria. E’ stato un esame lungo e pesante, non per la difficoltà, ma per il peso con cui il voto finale inciderà sulla media di laurea. Abbiamo più volte criticato la distribuzione dei crediti formativi, abbiamo concluso che inglese ne meriterebbe appena sei, abbiamo sollevato il problema che la grammatica viene accantonata, e chissà se i posteri si troveranno davanti ad un esame costruito meglio, chissà se avranno modo di appassionarsi alla materia, chissà… Perché a me non è successo. E’ brutto da dire, ma sono contenta che finisca. Mi piace l’inglese, vorrei continuare a studiarlo, prendere la certificazione che ho sempre rimandato di anno in anno, vorrei non dimenticarlo mai, e magari trascorrere qualche periodo all’estero, per migliorare la pronuncia e la comprensione all’ascolto. Questo esame non mi è servito, non è servito più dello studio di un vocabolario di parole legate all’economia. Peccato, perché avevo grandi aspettative. Per ora mi resta solo il dover sperare nel voto, che insieme ad un 26 e ad un 30 darà una media matematica da scrivere sul libretto,

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