Amy

Non accade spesso, forse accade addirittura una volta sola nella vita, che ti innamori di un artista dal primo minuto in cui lo ascolti, e ti rendi conto che dietro quella sua arte c’è un universo da scoprire, un universo in cui potresti trovare tante risposte alle domande che hai in testa… Accade che quest’artista è morta il 23 luglio 2011, a ventisette anni appena, lasciando altre domande nelle teste di tutti.

Asif Kapadia ha ricostruito un mosaico, magistrale, di ciò che Amy ha vissuto in ventisette anni di vita. Non era perfetta, non era sempre truccata e ben vestita, non era ambiziosa, non era la classica cantante che vuole scalare le classifiche, non era forte, non come voleva sembrare, o come credeva di essere, non era sempre giusta, con sè stessa e con gli altri, non era sempre sobria o pulita dalle droghe. Colpe, errori, scelte sbagliate, un successo che lei non ha potuto decidere, e che senza volerlo l’ha trascinata in fondo ad un abisso.

Ricordo che quando la vidi pensai “È una forza della natura” […] Aveva 18 anni, era la classica ragazza ebrea del nord di Londra che si atteggia, era piuttosto timida, ma emanava qualcosa, aveva carisma […] era un’anima antica in un corpo molto giovane

(Nick Gatfield)

Amy era una cantante jazz, che sognava di fare jazz, di raccontarsi con il jazz, e continuare la sua vita di ragazza normale, troppo giovane e insicura per scalare i palchi e viaggiare. E invece era dannatamente brava e vera, con quei suoi testi che la mettevano a nudo, e raccontavano di ogni lato più oscuro della sua vita, era così unica e magnetica che le persone hanno iniziato a volerla, a pretenderla, a nutrirsi di lei. Noi non lo sappiamo, cosa voglia dire essere famosi. Io non lo so. Ma Amy ha avuto paura, e si è rifugiata tra le braccia di un fidanzato sbagliato, si è gettata nelle droghe, eroina, cocaina, crack, e insieme nell’alcol, e nella bulimia, come un tentativo disperato di annullarsi. Non poteva uscirne, non riusciva a uscirne. E sembra quasi uno scherzo, perché da una parte c’era il suo singolo, Rehab, e quell’album, Back to Black, divenuto un fenomeno mondiale, mentre dall’altro… dall’altro c’era Amy, persa, distrutta, sola. Il padre non l’hai mai compresa, o non si è mai fermato davanti a lei, guardandola negli occhi, per chiederle che cosa le facesse paura. L’uomo che amava, Blake, non ha mai pensato al corpo che abbracciava, e che nel contempo feriva, drogava, massacrava nell’emulazione.

Se davvero avessi pensato di diventare famosa mi sarei ammazzata. Perché fa paura, sai cosa voglio dire? È una cosa che fa paura, molta paura.

(Amy)

Nel nostro settore non c’è niente che ti possa preparare a quel livello di successo, non ci sono libri da studiare, puoi mettere in guardia un artista, puoi cercare di prepararlo, ma alla fine quando ci sei dentro quel mondo è diverso da qualsiasi cosa tu abbia mai vissuto.

(Monte Lipman)

In occasione dei Grammy Awards, Amy si è ripulita da tutto. Ha dato tutta sè stessa per riuscirci. Ne ha vinti cinque, sullo stesso palco con Beyoncé, Justin Timberlake, i Foo Fighters, sembrava quasi la ragazzina del suo esordio, con la riga di eyeliner grossa come un mignolo e i suoi folti e lunghi capelli neri, con gli occhi giovani e increduli e un sorriso sincero. Era bella, così. O comunque aveva qualcosa, qualcosa di magnetico, qualcosa che ti catturava con uno sguardo. Come il suo stringere con un braccio la madre, senza riuscire a trovare le parole giuste per dirle grazie.

Non esisteva un equilibrio, questo essere sempre sulle prime pagine, sulla bocca degli sciacalli, giornalisti e fotografi contro cui dover lottare, insulti gratuiti, prese in giro… non era nata per questo, non era questo che sarebbe voluta diventare. La sua arte era diventata una merce, roba da vendere, come pezzi di plastica vuoti. Ma brani come Rehab, Back to black, Love is a losing game, sono oggi scrigni chiusi a chiave, che racchiudono tutti quei sentimenti confusi che Amy non sapeva raccontare, ma che esprimeva nella musica. Ce li ha lasciati tutti, e mai più potranno essere guardati senza un rispetto reverenziale, perché non erano solo racconti di vita vissuta, non era solo un cuore, a parlare, non era solo un’artista jazz divenuta a forza una star. Sono quello che ci rimane di lei, e che silenziosamente ci ha donato mentre il mondo la immortalava, nel suo cammino verso la fine. Nessuno sapeva che sarebbe stato proprio quel 23 di luglio. Era salita ubriaca sul palco di Belgrado, aveva cancellato il tour, ma dopo, dopo stava bene. Stava bene come non stava da tempo. Forse aveva capito, che stava buttando via la sua vita, che al di là di tutto lei valeva qualcosa, e poteva ancora essere, in faccia ai giornalisti da macello, la semplice ed umile Amy Winehouse. Non voleva morire. Lo aveva detto, non voleva morire. Lei viveva per fare musica, non poteva morire.

Mi telefonò. Guardai il telefono pensando ommioddio cosa sarà successo adesso? Fu la prima cosa che mi venne in mente. Lei disse Jules! ed era la mia Amy, assolutamente normale. Continuava solo a dire mi dispiace, cosa che non aveva mai fatto prima, come se finalmente si vedesse la luce nell’incubo che chissà da quanti anni stavamo vivendo. Jules mi dispiace molto, mi dispiace, mi dispiace, come quando sei bambino e sei agitato perché hai fatto qualcosa di sbagliato e vuoi risolvere il problema, era così. Avrei voluto afferrarla e portarla da me, rinchiuderla in casa mia senza farla uscire. Mi richiamò il giorno dopo, era così strano sentirla parlare normalmente, perché da così tanto tempo per lei era tutto doloroso. Mi mancava la mia migliore amica, a Lauren mancava la sua migliore amica, volevamo tutti avere una conversazione normale. Ripeteva posso vedervi? Lauren mi parlerà? Possiamo ricominciare? Le risposi certo che possiamo, eravamo qui che aspettavamo una tua chiamata. Mi disse ti chiamo domani, e io ti voglio bene; anch’io ti voglio bene.

(Juliette, migliore amica)

È stata l’ultima volta in cui si sono parlate.

Non sappiamo cosa l’abbia uccisa, se l’alcol, la bulimia, il passato di droghe, l’incomprensione del padre che la vedeva soltanto una marionetta per cantare, il circolo vizioso delle case discografiche, che se non produci ti scartano e ti lasciano in mezzo alla strada, non sappiamo se sia stato chi l’ha messa sul palco impedendole di scendere, o chi da sotto al palco l’ha fischiata, vestendosi come lei per carnevale. Non sappiamo se ad ucciderla sia stata la sua purezza, la sua fragilità, il suo sogno di cantare in un jazz club, al riparo dal caos, dalle grida, dalle luci abbaglianti, non sappiamo se tutto sia iniziato con Blake, con il suo successo, con la morte della nonna che amava, o già prima, con l’abbandono della madre da parte del padre. Amy era schiacciata da questo mondo troppo grande per lei. Ma non serve, adesso, cercare le colpe della sua scomparsa, quando forse il solo errore è stato il non ascoltare la sua musica, non come Amy avrebbe voluto. Resta il dubbio che se qualcuno lo avesse fatto, non sarebbe stata una preda, nel tiro al bersaglio che è il mondo delle star.

È stata una delle cantanti jazz più vere che io abbia mai sentito. […] aveva il dono totale. Se fosse ancora viva le direi: rallenta, sei troppo importante, la vita ti insegna come vivere, se riesci a vivere abbastanza a lungo.

(Tony Bennett)

Sulle ultime immagini di Amy, e sul suo corpo che viene portato via, coperto da un telo marrone, si chiude il documentario della sua breve vita. Un documentario può lasciarti di tutto, conoscenza, cultura, curiosità, sazietà, passione, malinconia, invidia, incomprensione, vuoto… Immaginate adesso tutto insieme, e una lacrima, per la morte di una cantante che non ho fatto in tempo a comprendere quando era in vita, e di cui ho scoperto la vita adesso che non c’è più.

Sembra quasi di conoscerla, da lontano, come un’amica di vecchissima data con la sensazione di averla lasciata fuggire.

Amy Winehouse, manchi.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. Penny era una ragazza…. 🤩🤩🤩
    Scherzi a parte, Amy era un mostro sacro della Musica!

  2. Daniela ha detto:

    fantastica, una voce superba!

  3. silvia ha detto:

    Una cantante straordinaria, ma anche una ragazza fragile che hanno lasciato tutti troppo sola…

    1. ehipenny ha detto:

      Purtroppo è così, e non si può non sentirsi tutti almeno un po’ responsabili…

  4. Mariantonietta ha detto:

    Se davvero avessi pensato di diventare famosa mi sarei ammazzata. Perché fa paura, sai cosa voglio dire? È una cosa che fa paura, molta paura.(Amy)
    Ecco, so cosa voleva dire, Amy. Essere famosi rende fragili, esposti. Toglie libertà.

    1. ehipenny ha detto:

      Quando l’ho sentita dirlo nel documentario mi ha fatto effetto, ha avuto il coraggio di portare alla luce quello che davvero significa essere famosi, e ne ha pagato le conseguenze… eppure nessuno ha dato peso a quelle parole, almeno fino alla sua morte…

  5. Kikkakonekka ha detto:

    Non mi piacque da subito, forse ingannato dal suo look.
    Ma il fatto che mi sia iniziata a piacere piano piano vuol dire che qualcosa di speciale lei lo aveva davvero. Era bravissima, il brano che preferisco è proprio “Back to Black”.

    1. ehipenny ha detto:

      Credo sia stato così per molti, e per apprezzarla bisogna saperla ascoltare e capire, ogni testo ha un significato suo… Back To black piace moltissimo anche a me 🙂

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