Quello che i fuorisede non dicono

Io sono di Bologna, e studio a Bologna.

Iscritti in duecentoventi, ci saranno circa duecento fuorisede. Bello. Vengono da ogni parte d’Italia, scopro una geografia che nemmeno avevo idea che esistesse, nuove regioni, città che nascono come funghi nella mia testa, e lo Stivale si allunga a dismisura. Marche, Calabria, Veneto, Sicilia, Lombardia, Toscana, non c’è un angolo che non abbia spedito un fuorisede a Bologna.

Un po’ mi manca casa. È normale. I genitori, i nonni, le mura domestiche, la camera che, appena chiudevo la porta, diventava il mio piccolo mondo. I miei vestiti tutti assieme, di qualsiasi stagione. Le sgridate di mamma e papà quando facevo tardi, e il giorno dopo c’era scuola. Non potrebbe non mancarmi la mia città, il mio accento, il mio dialetto, il mio cibo, la mia gente, che a volte mi sorride la mattina, perché il mio era un paese piccolo, quasi minuscolo da cercare sulla cartina, con quei nomi che ti fanno chiedere se non sia piuttosto una malga montana.

Ho scelto Bologna. Ne parlano tutti, Bologna città universitaria, Bologna la migliore, Bologna la prima. È grande, enorme in confronto al mio paesino, caotica quanto basta, rumorosa nel suo traffico mattutino, nelle lotte per salire sugli autobus, nella fretta delle strade del centro. É grande, perché a piedi non puoi certo arrivare ovunque. Mi hanno detto di comprare una bici: a dieci euro in piazza Verdi, nel dubbio è ridipinta con lo spry.

Ho preso casa vicino al centro, trecento, trecentocinquanta euro al mese. Ho tre coinquiline di altre parti d’Italia, e i miei momenti di solitudine, che sfrutto per ascoltare la musica al massimo volume. Non è una casa grande, ma c’è tutto. Sopravvivo. Tra la spesa a base di schifezze, cibo già pronto, e foglietti di pizzerie d’asporto, è buono. Perché quando gusto il cibo bolognese, è un orgasmo di piacere. Poi arrivano i pacchi di mamma e papà, e sono a posto per un mese. Altre volte, in piena povertà, si cucina il riso knor, di quello in busta, che si attacca alla pentola ch’è un piacere.

Devo fare tutto io. Alzarmi, preparare la colazione, uscire, pulire casa, lavare i piatti, cucinare, sistemare il rubinetto che perde, la doccia intasata, la presa che non carica il cellulare. Prima c’era mio padre. Ma in casa siamo Donne, e tra Donne dobbiamo campare. Però sono soddisfatta, la casetta inizia ad appartenermi, con qualche foto e qualche poster appeso in giro, con i sacchi della spazzatura appesi ai ganci, con i cartelli “carta” “plastica “vetro e lattine” attaccati sopra, e con le mie cose al posto giusto, é casa mia.

Ho saputo che altre persone arrivano dalla mia regione. Non sono l’unica superstite! A lezione ho parlato con così tanta gente di cui non so il nome… È un ambiente gigante, a misura di fuorisede. Parli con tutti, con chi è davanti, dietro, di fianco, con chi vorrebbe prende il caffè ma la macchinetta si mangia i soldi, con chi è in fila per il bagno, con chi fuma una sigaretta sul piazzale, con chi arriva sgommando sulla bici scassata, con chi aspetta l’autobus che non arriva, con chi mangia il suo panino sulle scale. Ho parlato con tutti. E poi la sera ci si ritrova anche per caso in piazza Verdi o via Zamboni, e se pure ho bisogno di Google maps per orientarmi, queste sono le mie strade.

Ho conosciuto ragazzi e ragazze di Bologna, quelli che a differenza mia conoscono anche i vicoli più stretti, labirintici, senza nome, quelli che vanno fieri dei propri locali, delle discoteche alla moda, dei sette segreti di Bologna da mostrare ai turisti, e delle osterie che a poco prezzo ti danno tigelle e buon vino. E poi, guidano. Mi caricano, e mi portano sui colli, al bowling, o al pub fuori città. Una bella fortuna.

A volte non vedo l’ora di tornare a casa, di rivedere la mia famiglia e farmi servire e riverire, perché in fondo quando ritorno nessuno mi fa muovere un dito. A volte ho solo bisogno di rivedere la mia vecchia vita, i miei vecchi amici, i miei vecchi pub abituali che ormai ci conoscevano per nome. Ho bisogno del mio vecchio clima, non questo freddo che in meno di un’ora si trasforma in un caldo asfissiante. Ho bisogno di litigare con i miei fratelli, lanciarci il cuscino, insultarci guardandoci negli occhi pur volendoci un mondo di bene.

La cosa peggiore è forse riuscire a prenotare il treno in tempo, in anticipo di almeno una settimana, e appena comprato Trenitalia mi manda gli sconti del settanta per cento con la carta freccia. La vita è ingiusta! Resta il fatto che ormai la stazione è la mia seconda casa, conosco a memoria i suoi binari est e ovest, la voce che raccomanda di allontanarsi dalla linea gialla, i controllori che chiedono il biglietto. Ormai potrei anche dormirci, sul treno, e saprei esattamente a quale fermata svegliarmi per scendere.

Son fuorisede, e non ho alcun orario. E’ l’esperienza del sapersi gestire, riconoscere di non poter dormire alle quattro tutti i giorni, anche se non ci sono adulti nei paraggi a minacciarmi con la ciabatta. Eh, le tentazioni ci sono. Ma ho capito che non si scherza, che ho degli esami da dare e una laurea da prendere. Appena posso studio, anche in biblioteca, perché a volte i coinquilini portano a casa un reggimento di amici, e nel casino non riesco a leggere nemmeno una riga. Oppure corro ai Giardini Margherita, con i miei libri, seduta sul pratone: è la pace dei sensi.

Quando i miei genitori sono venuti a trovarmi, li ho portati a cena in centro, in una tipica locanda di tigelle e crescentine. Ho mostrato loro via Ugo Bassi e Indipendenza, le due torri, Piazza Maggiore, e da lontano il santuario di San Luca che una volta ho raggiunto a piedi. Tutto è nelle immagini di questa città universitaria, di cui conosco le dodici porte per nome, meglio di chiunque altro. Assurdo vero? In fondo ci vivo da mezz’anno. Ma è come se ci fossi nata e poi fossi scappata.

Non sarò mai cittadina bolognese, ma l’esperienza di fuorisede mi accomuna a tutti, tutti quelli che il giorno prima delle vacanze arrivano di fretta a lezione, trascinando la valigia, e si augurano un buon rientro, per rivedersi prestissimo. Fuorisede siamo noi, che studiamo e non studiamo, perché le tentazioni sono tante quanto i doveri, e a volte il libro cade, finisce sotto il letto. Fuorisede siamo noi, che ai ritardi di Trenitalia siamo ormai abituati, che ogni mese abbiamo i soldi contati, che invitiamo anche ogni sera gli amici a cena, perché tanto sono solo case da riempire. Fuorisede siamo noi, con una vita nuova sulle spalle, e un po’ lo vedo, negli occhi dei Bolognesi, che ci ammirano e ci invidiano. Non si può raccontare tutto, perché un giorno sei felice e il giorno dopo magari sei triste, perché avevi pensato di non tornare, ma poi ti manca casa, è tutto un caos indefinibile, con cui ci tocca convivere. Ma sapete cosa? E’ bellissimo. E sono certa che un giorno, con la mia laurea dell’Alma Mater Studiorum, racconterò ai miei figli che quella piccola casetta nel centro di Bologna è stata per me una culla importante, una grotta in cui crescere ancora, e sì, studiare, divertirmi, crescere.

Quello che i fuorisede non dicono, quando si presentano e per prima cosa ti chiedono: “E tu di dove sei?”.

26 commenti Aggiungi il tuo

  1. Devo andare a trovare la Penny assolutamente si ahahah

  2. esperienza nuova…che darà i suoi frutti piu’ dello studio… vedrai che sarà il periodo piu’ bello della tua vita..– scusami…ma da dove vieni?—- se bologna ti sembra grande… se fosse roma milano napoli o genova?—sperduta al massimo :-)— tempo qualche settimana e la sentirai casa tua…vedrai kiss

    1. ehipenny ha detto:

      Io non sono fuorisede, ho cercato di interpretare quei pensieri che i fuorisede potrebbero avere 😁

      1. amore bello,,,ahh me l’hai fatta…!!!!birbanta!

      2. ehipenny ha detto:

        Hahah! Beh allora vuol dire che sono entrata bene nella testa dei fuorisede 😁

  3. Hai interpretato veramente molto bene i nostri pensieri da fuorisede e le nostre mille lotte quotidiane!

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille, sono contenta! 😘

  4. Caspita….siamo vicine…molto vicine
    Spero che a Bologna ti senti a casa!!

    1. ehipenny ha detto:

      Beh non potrei non sentirmi a casa, ci sono nata e cresciuta 😅 si, forse non si capiva, ho cercato di immedesimarmi nei fuorisede 😊

      1. Ah ecco…mi sono persa un passaggio 😁

  5. Anonimo ha detto:

    Sempre bello leggerti!
    Un bacioneeee💋♥️

  6. Emozioni ha detto:

    Sono Dina😜.Ma che anonima del piffero🤣🤣🤣

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Svelato l’anonimato, un abbraccio! 😘

      1. Emozioni ha detto:

        WordPress, talvolta, anzi spesso, è un po’ deficiente😂😂😜

      2. ehipenny ha detto:

        Puoi dirlo! Quanti commenti negli Spam, solo per dirne una 😅

      3. Emozioni ha detto:

        In effetti….

  7. Neda ha detto:

    Mia figlia ha studiato fuori sede e fuori provincia: 3 anni a Verona e due a Milano.
    Anche lei veniva da un paesino di campagna nella bassa bresciana e rimpiange ancora le città. Io, in città farei fatica a viverci.
    Buona giornata.
    Un abbraccio.

    1. ehipenny ha detto:

      Dev’essere una vita totalmente diversa, io sono sempre vissuta in città e forse per me sarebbe più dura la vita di un paesino… ma credo che studiare fuori ti aiuti anche ad essere “versatile” :))

      1. Neda ha detto:

        Viaggiare e vivere via da casa apre gli occhi, la mente e fa crescere.

      2. ehipenny ha detto:

        Sicuramente si… un po’ mi sarebbe piaciuto andare fuoi, ma l’università di Bologna è molto buona, ho preferito approfittarne 🙂

      3. Neda ha detto:

        Hai fatto bene. Comunque vivi fuori casa e anche questo aiuta a crescere.

      4. ehipenny ha detto:

        Penso anch’io :))

  8. fulvialuna1 ha detto:

    Le esperienze fanno crescere e danno autonomia.

    1. ehipenny ha detto:

      Certe più di altre, si 🙂

      1. fulvialuna1 ha detto:

        Questa è la meraviglia di fare esperienza, la loro diversità che ci da modo di “diversificare” la nostra personalità, modo di pensare e relazionarci….

      2. ehipenny ha detto:

        Anche incontrando quelle persone che vengono da fuori :))

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