Quando ruppi l’altalena e altre avventure

Questa è la storia di una mezza giornata in vacanza, una mia terribile mezza giornata in cui ho pensato che sarei stata arrestata. Non ricordo quanti anni avessi, di certo meno di dodici, forse otto o nove. Località montana: Moena, in Trentino Alto-Adige. Era una casa in affitto al piano terra, con un immenso giardino che la mia mente vedeva sconfinato, tutto da esplorare, in ogni angolo, e gli alberi da studiare salendo lungo i tronchi. Oltre il prato verde si innalzava un melo, ed io con quelle mele giocavo a baseball. Oltre ancora, una vecchia capanna di legno abbandonata, che si diceva fosse appartenuta a qualche nano. Era il mio regno, una specie di paese delle meraviglie, vuoto di tutto ciò che il mondo moderno mi aveva regalato a casa, ma un’aria pulita, fresca, e il rumore del torrente al suo fianco. Poi c’era l’altalena. La mia altalena. Non starò qui a tediarvi, a raccontarvi di quando correvo verso di lei con il sorriso migliore, e mio padre mi seguiva con la fotocamera per immortalarmi in quel mio regno, non vi dirò che su quell’altalena io chiudevo gli occhi, mi spingevo sempre più in alto, e sognavo che fosse un cavallo al galoppo in un lungo percorso ad ostacoli. La usavo in tutti i modi, come altalena, come seggiola, come sella da inforcare a cavalcioni. Da bambina quale ero, per me era tutto. Ci si accontenta, a quell’età, di un semplice sedile di legno che ti lascia spesso qualche scheggia nelle mani, eppure quando si alza verso il cielo è la velocità che conta, è l’altezza, è quel correre senza muovere un solo passo, come se fosse un sogno impregnato nel cuscino e lì bloccato. I pomeriggi di vacanza erano questo: poter esplorare quel giardino senza alcuna recinzione, scoprire a volte qualche passero disperso, e raccoglierlo con le mani meravigliandomi del suo calore, proteggerlo nella sua paura folle di me, e nasconderlo nella casa dei nani al riparo dal temporale imminente. Ero così, sognatrice anche allora. Non mi sono mai disaffezionata a quella casa di montagna, mia per dodici anni. La conoscevo come la mia stanza, in ogni suo pertugio, meglio della padrona. Il gazebo, il sentiero, il muricciolo rivestito di una coperta di muschio, gli amici della casa di fronte, che portavano le carte al mio tavolo di legno, e poi ancora quella malga che si raggiungeva dalla mia porta, sulla sinistra, camminando sempre dritto e sempre avanti. E l’altalena. La mia competizione era aperta nei confronti di un’altro piccolo giardino, accanto al mio, chiuso da una rete verde in ogni lato. Era una sfida segreta che io vedevo come una gara di cavalli al galoppo, perché allora sognavo di cavalcare, di reggere le briglie di un purosangue tra gli abeti dei boschi, e lì, con il vento sulla faccia e sulla schiena, ad intervalli regolari, mi sembrava di poter volare.

Ricordo tre episodi soltanto, che mi hanno fatto odiare quell’attrezzo infantile. Ricordo quel gioco che avevo inventato, con la mia banale fantasia di bambina, il gioco di saltare il più avanti possibile dall’altalena in corsa, a piedi pari, con l’equilibrio che mi era possibile. Ricordo che caddi sul sedere, in quel morbido prato a volte bagnato di rugiada. E anziché alzarmi rimasi lì, a godere di quel fresco, di quella strana sensazione di morbidezza, di calma, di pace, che mio padre ogni pomeriggio calpestava di schiena come fosse un letto. Poi un certo senso di prurito, di solletico in movimento mi risvegliò dal torpore: sulle mani stavano passeggiando un numero abnorme di formiche, usurpatori malefici, che parevano voler raggiungere la mia testa. Ancora adesso non dimentico quella terribile sensazione di impotenza, perché potevo ammazzarne una, cinque, una decina, ma la sola cosa che mi venne spontanea fu alzarmi di scatto, ribellarmi al fastidioso formicolio, spazzando con le mani ogni centimetro di corpo, e controllare per giorni che non vi fosse alcun essere ancora vivo nei paraggi.

Il mio secondo brutto ricordo è legato alla mia vicina, o meglio, alla nipote della giovane zia che abitava al primo piano. Ho sempre nutrito un segreto timore nei confronti di quella famiglia, sarà perché la bambina, più piccola di me, aveva più nervi e più energia di tante me messe assieme, sarà che i giochi li decideva sempre lei, sarà che l’altalena la vinceva quasi sempre lei. Decise un giorno di divertirsi con un gioco: una delle due si spinge sull’altalena, il più veloce possibile, e l’altra corre da una parte all’altra senza farsi calciare. Erano ancora i sintomi dell’incoscienza infantile, ma resta il fatto che a correre fui messa io. Io, abituata a sognare il mio fedele destriero, ad occhi chiusi e piedi all’aria, io che odiavo correre, io che ho sempre avuto paura degli altri e ho sempre odiato gli altri più piccoli di me. Accettai, perché con lei era impossibile ribattere. Si divertì. Dondolò per una ventina di minuti, poi scambiammo i ruoli. Dopo cinque minuti ero già a terra, disarcionata da una bambina. Non avevo coraggio nemmeno allora, non sapevo dire le cose in faccia, non riuscivo a liberarmi della paura di ferire qualcuno, e così dopo un poco mi fermai a un lato, cercando almeno di far conversazione.

Terzo ed ultimo brutto ricordo, è quello che ha messo fine alle mie gare ippiche di salto ad ostacoli. Dondolavo a cavalcioni dell’altalena, forse ormai troppo grande per quel piccolo sedile in plastica montato da poco, era divenuta come un’altra altalena, non più impressa nei miei ricordi, o nelle foto di quando mio padre mi seguiva dappertutto per paura che cadessi nel fiume. Dondolavo tranquilla, un cavallo al trotto, in una lunga passeggiata senza meta. Prima la sensazione di pericolo, di vuoto sotto di me, anche se era un vuoto di pochi centimetri, poi il rumore sordo di corde che si spezzano, e mi ritrovai senza redini da reggere, perché un lato dell’altalena aveva ceduto, e il sedile caduto a terra. Io ero più in piedi di prima, sconvolta da quella che pensavo fosse un’eterna altalena. Fu in quel pomeriggio che decisi di esplorare a piedi il giardino, privata del mio principale divertimento sognatore. E fu in quel pomeriggio che mi ritrovai faccia a faccia con la zia del primo piano, affacciata dall’alto del suo balcone verso il fiume, e verso l’altalena distrutta. Aveva un fare maestoso e minaccioso al tempo stesso, imponente di corporatura, dallo sguardo torvo, mai un sorriso. Guardava me e l’altalena, l’altalena e me. Mi disse con la cattiveria che avrebbe potuto esprimere soltanto mia madre, mia educatrice: “E adesso come si fa? Sai perché è successo? Perché tu arrotolavi l’altalena, io ti ho sempre detto di non farlo, e guarda lì!”. Quelle parole lapidarie mi hanno lasciata impietrita, era stato come trovarsi davanti alla strega cattiva di Hansel e Gretel. Corsi via senza dire una parola. Ero poco più che una bambina, e l’altalena non l’avevo arrotolata, non l’avevo maltrattata, non l’avevo rotta di proposito. Non sono più uscita in giardino per tutto il pomeriggio, e non ho mai raccontato a nessuno di quell’incontro oscuro e inquietante con la zia. So soltanto che non cavalcai mai più un’altalena da allora, non in quel modo, e non in quel cortile verde, che da allora divenne la mia spiaggia come lo era per mio padre, un luogo in cui sdraiarsi e ascoltare la cantilena del fiume. Ruppi allora l’altalena, la mia preferita, e fu come spezzare le zampe del mio cavallo immaginario.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Il Signore dei Mici del Web ha detto:

    Ahahahah le storie della Penny

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