Alfie

Mi sono astenuta dal commentare una vicenda che ha diviso un popolo, forse più di uno, e che probabilmente sin dall’inizio avrebbe dovuto appartenere alla famiglia sola. Alfie a sette mesi è stato ricoverato in ospedale, con una malattia neurodegenerativa sconosciuta. È morto il 28 aprile 2018, dopo una battaglia sfiancante che ha riempito i giornali.

Io voglio dire una cosa, che porterà critiche o consensi com’è giusto che sia. Se fossi stata la madre, avrei lasciato che quei medici staccassero la spina. Non è giusto che un bambino senza speranza di guarire, attaccato alle macchine, incapace di respirare da solo, di vivere una vita normale come tutti gli altri bambini, di giocare e di andare a scuola… non è giusto che soffra. Non è semplice da accettare, posso soltanto immaginarlo, ma quel bambino sarebbe cresciuto come un uomo dipendente dagli altri, senza poter costruire niente di proprio, senza amare od odiare nessuno. E non si può augurare al piccolo un’esistenza vuota e dolorosa. Che cosa ne sarebbe stato una volta adulto, senza le carezze dei genitori, senza l’affetto dei propri cari, senza nessuno in questo mondo egoista disposto a farsene carico, a raccoglierlo dal margine della società e a riportarlo alla sua mezza vita? Vedere un corpo attaccato alle macchine, qualunque sia la sua età, il suo sesso, la sua lingua, la storia del suo passato, vederlo inerte come un vegetale senza possibilità di ritornare a vivere, mi fa domandare se esista davvero un limite alla definizione di morte. Non è forse morto un pezzo di carne che non vede, non sente, che soffre soltanto, che non può nemmeno sperare? Non è vita. É un carcere di tormenti, una condanna senza colpe. Il più delle volte è soltanto sfortuna, e da un giorno all’altro una persona perde i sensi, la parola, il fiato. Alfie ha vissuto soltanto sette mesi, e i genitori di diciannove e vent’anni non hanno mai smesso di amarlo, di coccolarlo, di seguirlo nella sua crescita, dal letto di ospedale. Ma i medici inglesi hanno deciso di staccare Alfie dai polmoni artificiali, scavalcando i genitori che lo hanno dato alla luce. Il caso è stato portato in tribunale, è finito sui giornali, ha coinvolto il Papa, le istituzioni italiane, l’ospedale Bambin Gesù di Roma, l’Italia si é dichiarata disposta a concedere ad Alfie la cittadinanza, e nuove cure sperimentali nella capitale. Ma l’Inghilterra ha detto no. E arrivati a questo punto della vicenda non capisco. Cosa c’entra questo tripudio di diplomatici, avvocati, ambasciatori di morale, giudici inter pares? Alfie ha una madre e un padre. Una madre e un padre che hanno il pieno diritto di decidere sul futuro del proprio figlio. Qual è allora il senso di trasformare tutto in un caso mediatico senza precedenti? Per far parlare, per far dividere, per confondere le competenze e le priorità, per far indossare le maschere di buoni e di cattivi a due paesi ideologicamente contrapposti? Per cosa? Alfie non è certamente il solo, e non sarà l’ultimo a dover affrontare una malattia che distrugge, ma non uccide. Eppure abbiamo mosso anche i Ministri, che dal fango di tutti i nostri problemi hanno teso una mano ad Alfie, in faccia a quei genitori che combattono in silenzio, senza convocare i giornali e i tribunali. È stato tutto un errore dopo l’altro. E che diritto aveva Alfie di finire sulle prime pagine, come una cavia in un estenuante tiro alla fune? Che diritto aveva di essere preso come un pacco e litigato da due Stati? Non è questo che si merita un bambino malato. Un bambino si merita amore, affetto, vicinanza, carezze, nel suo piccolo mondo che lui conosce, al riparo dagli sciacalli che si nutrono delle vite altrui, protetto dagli sguardi giudicanti delle persone. Perché in questo modo ci convinciamo tutti di conoscere Alfie, quasi fosse un simbolo di una battaglia morale. Ma Alfie era un bambino. Era solo un bambino. Forse l’amore sconfinato di quella mamma e quel papà giovanissimi, ha portato ad una guerra che é sfuggita di mano tutti. Ai medici, alle istituzioni, al Papa. Non è necessario avere sempre un’opinione su tutto. Alfie aveva la sua famiglia, e la sua vita avrebbe dovuto rimanere tra quelle mura.

Mi dispiace, Alfie, se non ha funzionato niente. Mi dispiace se hai sofferto, se hai provato dolore, se le tue foto sono state viste da tutti, se te ne sei vergognato, se non hai avuto modo di dire ciò che volevi, se la vita non ti ha dato le occasioni che meritavi, se é stata ingiusta, se si è accanita sul tuo corpicino minuscolo togliendoti tutto, mi dispiace se te ne sei andato così, con un alone di rabbia attorno, mentre avrebbe dovuto essere affetto e lacrime, mi dispiace se nessuno è stato abbastanza forte da viverti in silenzio, e amarti nel proprio cuore senza pretendere un miracolo, mi dispiace che sia capitato proprio a te, che avevi appena sette mesi e tutta la vita da costruire, ma oggi non ci sei più… e devi sapere che nonostante tutto io ti ho ascoltato, ti ho seguito dalle notizie sui giornali, ti ho pensato, e ti dico semplicemente che mi dispiace. Alfie.

14 commenti Aggiungi il tuo

  1. Laura Parise ha detto:

    Ti vorrei copiare lo stesso commento che ho scritto su un altro blog. Purtroppo son di corsa… ma se vuoi puoi andare a leggerlo il blog si chiama
    Emozioni:idee del cuore
    https://wp.me/p7Vqcl-2ay
    Ma in sostanza sono pienamente concorde con te

    1. ehipenny ha detto:

      Volentieri! Mi fa piacere trovarti d’accordo, ti ringrazio :))

    2. ehipenny ha detto:

      Ho letto il commento e sono d’accordo con te, su tutto… certo è che questa faccenda ha diviso, e forse una risposta giusta o sbagliata non esiste nemmeno…

      1. Laura Parise ha detto:

        Sì, è difficilissimo dare la risposta giusta… e poi secondo me c’è stato troppo clamore sui media

      2. ehipenny ha detto:

        Io sono convinta ci sia stato troppo clamore, ingiustificato… paradossalmente il suicidio di dj fabo ne ha suscitato di meno…

  2. Vittorio Tatti ha detto:

    Tra le altre cose ho trovato ignobile, da parte dei genitori, sfruttare Instagram e altri social per farsi “pubblicità”.
    Avevano già seguito l’iter burocratico per far valere i propri diritti, ma non è bastato: dovevano per forza sbattere il bambino in prima pagina, per creare scalpore e indignazione.

    1. ehipenny ha detto:

      È questo che non ho compreso e che mi ha parecchio infastidito… non serviva portare la questione alla luce del sole, é un dibattito che vedrà sempre opporsi due opinioni e non si risolverà mai… il figlio è dei genitori, ed è giusto che, finché minore, decidano i genitori, nel proprio nucleo familiare però…

  3. Emozioni ha detto:

    E se poi, invece, avessero scoperto una cura.
    Una sola , piccola, infinitesimale possibilità, che avrebbe potuto restituirgli una vita dignitosa?

    1. ehipenny ha detto:

      Non lo so… io sono sempre fiduciosa dei pareri dei medici, magari sbaglio, non essendo per niente pratica in materia mi affido a loro totalmente… è che penso: da un lato la piccola possibilità che fin’ora nessuno ha trovato, e dall’altro una vita vissuta così, e destinata a non realizzarsi mai del tutto… non è stato giusto il comportamento dei medici, dovevano decidere i genitori, soprattutto se minorenne e sotto la loro tutela… ogni genitore poi farà la propria scelta, è un dibattito che non avrà mai una risposta giusta o sbagliata secondo me…

  4. Paola ha detto:

    Difficile dare un’opinione, soprattutto se non si è professionisti. Fa molta tristezza venire a conoscenza di queste situazioni, anche perchè ce ne sono molte altre che non conosceremo mai, che vengono gestite nel silenzio e nella riservatezza. I danni cerebrali sono irreversibili, non ci sarebbe mai stata cura. Ma il diritto a morire in casa propria dovrebbe essere sacrosanto

    1. ehipenny ha detto:

      Sono d’accordo, è finita in mano all’opinione pubblica quando in gioco c’era la vita di un bambino, e non è giusto… si sono imposti i medici e poi gli avvocati, che di medicina non sanno niente… quando sarebbe stato giusto riconoscere ai genitori la facoltà di decidere, per di più sulla vita del proprio figlio minorenne e sotto la loro tutela… é difficile commentare questa vicenda, sono intervenuti fin troppi soggetti fuori dal nucleo familiare…

  5. Kikkakonekka ha detto:

    Il bimbo non aveva speranze.
    Ma a me non piace l’idea che possa essere un giudice a decidere di staccare il respiratore o interrompere l’alimentazione.
    Tutto qui

  6. nemmeno io ho postato nulla, nè su wp nè su fb… non mi sembrava giusto intromettermi…ma il mio pensiero è stato fin dall’inizio come il tuo descritto sopra.
    la vita è anche sofferenza… ma un corpo inanimato non vive….un caro saluto

    1. ehipenny ha detto:

      Mi fa piacere trovare chi la pensa come me, anche se non è un dibattito ma purtroppo una storia di vita vera…
      Ti abbraccio!

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