Lezione numero uno: state alla larga dalle cene di classe

Intorno ai cinquant’anni la crisi di mezza età si fa sentire, ed ecco che cosa salta fuori dalle chat di whatsapp dimenticate: la cena di classe degli ex liceali! Ebbene, dal gruppo in letargo della ormai defunta 5I, nasce la nefasta proposta di un ritrovo, un sabato sera. Detta così sembra quasi un’innocente uscita serale. Illusi. Ci vogliono pressapoco tre mesi per trovare una data, un luogo, e soprattutto i partecipanti. 24 marzo, e sfortunatamente le mezze stagioni che non esistono più hanno portato un solo grado in quel di Bologna: un gelo che non vi dico. La serata ha iniziato a promettere male intorno alle sei e mezza di sera, quando decido testardamente di mettere lo smalto: il mignolo sinistro si ribella, si sbava tutto per tre volte di fila, forse anche sui maglioni puliti nei miei cassetti, non ho nemmeno controllato. Avrei dovuto interpretarlo come un segnale, un messaggio in codice dal cielo. Ma niente, illusa fino alla fine. Perdo due autobus, di cui l’ultimo mi saluta con la mano, mentre ancora sono in cima alla mia via tutta in salita. Arrivo quando della classe ci sono solamente cinque elementi, il cuore battente della 5I, rappresentanti della Camera degli Ignoranti e dell’Idiozia. Un piccolo appunto: la scimmia che sedeva davanti a me l’ultimo anno, e che era solita ribaltare i banchi per impulsi isterici da sottoporre a un neuropsichiatra, oggi ha in testa una leccata di mucca che nemmeno in terza elementare. Poi arriva lei, la maga Circe, la zecca di cui mi sono liberata con felicità inimmaginabile a giugno. Mi bacia! Oddio! E dire che siamo state in vacanza insieme, e non ci siamo nemmeno dette un ciao. Mi chiede come va! Bene, come pensa che vada? Per cortesia lo chiedo anche io. E mi risponde bene, come pensavo che andasse? Qui finisce il nostro misero scambio di battute, e così è stato per il resto della serata. Per descriverla con poche parole, pareva il seguito del libro della giungla, ambientato in un safari, in una vecchia cantina ammuffita, con una cinquantina di babbuini isterici e digiuni da una settimana. E il telefono non prendeva nemmeno. L’eretica formula all-you-can-eat di tigelle si è rivelato un tentativo di avvelenamento vero e proprio, le tigelle erano dischi da hockey con la consistenza del pongo, insapori come un pezzo di cartone, il salame pareva salsiccia ancora cruda, il solo ciotolino di marmellata l’ha sequestrato la suddetta maga Circe, che a momenti ci andava dentro direttamente con le dita. Il vino? Aceto. Peggio dell’aceto. Che poi, a me hanno insegnato le buone maniere, mi hanno insegnato che si aspetta prima di iniziare a mangiare, ma questa mandria di bufali si è lanciata di faccia sui taglieri non appena sono stati posati in tavola. Convenevoli a parte, tra bacini sulle guance di chi non avevo mai avvicinato nemmeno per chiedere una penna, tra quei falsissimi “Come stai?”, “Bene, tu?”, “Bene”, tra risate che dalla mia faccia non escono nemmeno dopo due interi bicchieri di quella sostanza acetosa, la serata va avanti. Al tavolo di fianco, altri amici del suddetto leccata-di-mucca si esercitano per il tifo da stadio, gridando come animali al cameriere con il vino. Io perdo un timpano dopo mezz’ora, l’altro timpano dopo la prima ora. E giuro che non ho la minima idea di che cosa si sia parlato ad una sola sedia di distanza da me, non so come fossero seduti, nè come fossero vestiti, nè se avessero nel bicchiere aceto bianco o aceto rosso. Eravamo quattro sane di mente in un manicomio di matti. Il loro gruppo di whatsapp personale, un privè esclusivo che ha organizzato le grigliate, le feste e le uscite da cui noi siamo sempre state escluse, è tornato fuori, e per dire cosa? Che i cazzi montati c’erano tutti! Grande arguzia. Il ragazzo che al liceo s’inculava anche i banchi e le sedie, ha cominciato a fissare una tizia dell’altro tavolo, con la bava sbrodolata da un angolo della bocca, e lo avrei anche lasciato passare se non si fosse messo a gridare CHE FIGA! come un disturbato pervertito. Per la serie cose-dell’altro-mondo, a un certo punto qualche mente superiore ha pensato di iniziare a lanciare il cibo. E qui abbiamo forse toccato l’apice di demenza ventenne. Mi sembrava di stare in un campo estivo per bambini, con i maschietti che hanno appena scoperto i porno e le femminucce che si consultano sugli anticoncezionali. Tutto ciò intervallato da esplosioni di ridarella assordante, che si attaccava peggio degli sbadigli, e si bloccava esattamente a me. Ancora adesso mi chiedo che cosa ci fosse da ridere. Io non ho riso un solo istante. Nemmeno davanti all’amico pakistano di leccata-di-mucca, che per tre anni ho sentito sempre definire un mezzo deficiente, e adesso era osannato come un’apparizione hollywoodiana. Alle dieci eravamo quattro isteriche in un manicomio di matti. Abbiamo deciso di andarcene, con la grazia della coppia di fidanzati relegati in fondo al tavolo, i soli che da luglio scorso abbiano conservato neuroni funzionanti in testa, e i soli oltre a noi con un mal di testa martellante, un bolo in bocca che non andava giù neanche a spingere, e i timpani fuori uso. Ce ne siamo andate salutando alla svelta, e dovendo anche pagare le bottiglie d’acqua non incluse nel prezzo, perché noi cretine le avevamo ordinate, perché chi guida non beve, nemmeno quell’aceto fermentato con la schiumina sopra, e soprattutto perché un euro diviso per venti persone, ah, li avrebbe fatti cadere in povertà. Nulla é cambiato. È tutto esattamente come l’estate scorsa, quando ho dovuto pagarmi un caffè da sola, quando la mia amica ha sborsato ben dieci euro per un piattino da aperitivo con due fette di feta da sentire, mentre il prezzo di un’insalata con frutti di mare e caviale confezionato è stato diviso tra i commensali. Brutta cosa essere ricchi. Ma la peggior cosa è stata la nostra malsana idea di venire alla cena di classe. Dalle nove e quaranta abbiamo contato i minuti, gridando nelle orecchie l’una dell’altra per poter comunicare. Inutile specificare che non ho parlato con nesun altro. Alcuni non li ho nemmeno salutati. Siamo uscite con altre amiche, alcune che nemmeno conoscevo, e magia! Mi sono divertita. Mi è tornato il buonumore, il sorriso, la pace dei sensi. Come se non fossimo state rinchiuse in uno scantinato, a combattere contro i ruggiti dei bisonti eccitati, e ascoltando la maga Circe disperata per gli esami che in realtà non ha dato. I quindici euro peggior spesi della mia vita. E ad oggi mi domando: mi fanno mai santa subito, lassù in Paradiso, per essere sopravvissuta? Per averci fatto addirittura il mio sacro viaggio di maturità? Ma è possibile che il tempo li abbia fatti regredire allo stadio di primati?

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Liza ha detto:

    Acqueste cene si va’ dai 40 anni in poi mia piccola adorabile Penny… quando dalla donna magnifica che sarai avrai la tua carriera sfolgorante e un uomo a fianco che pare uscito da PittiUomo..giusto per dire “oh povera/o ancora fai tutte ste’ cazzate?” 😂😂😂

    1. ehipenny ha detto:

      Non vedo l’ora! Penso che mi odierebbero a morte 😂

  2. Io non sarei andata, ne ora che ho una quotidianità che inizia a piacermi ne ad un anno dal diploma. Non li rivedo dall’ultima cena di classe e dalla maturità, li ho solo su fb, su Instagram sono quelli che all’epoca erano i miei due migliori amici e sono venuti a trovarmi dopo la morte di mio padre.
    🤗

    1. ehipenny ha detto:

      E fai bene tu, io non sentivo nessuno di loro dalla fine della scuola, pensavo sarebbe stato carino rivedersi, sai com’è, sono poetica dentro 😅 Ho imparato la lezione hahah

      1. Anche io lo sono, ma con i miei compagni di liceo anche no!

      2. ehipenny ha detto:

        Mi piace questa tua determinazione 😁

      3. Mia madre la chiama testardaggine, comunque grazie 🤗😘

  3. illettorecurioso ha detto:

    AHHH le cene di classe, che brutta cosa!

    1. ehipenny ha detto:

      Puoi dirlo! Se siamo addirittura fuggite 😅

  4. Antonella ha detto:

    Ma tu non hai 50 anni 🙂

  5. therealsadness ha detto:

    La nostra classe era così unita (dicevano) che alla prima cena “un anno dopo” non mi hanno invitato, e a un aperitivo 5/6 anni dopo ci siamo presentati in 5.

    1. ehipenny ha detto:

      Wow, questa batte anche i miei record! A questa cena hanno invitato tutti solo perché era inevitabile avendo un gruppo di classe, ma per il resto noi quattro siamo sempre state escluse dalle cene in comune… noi quattro e alcune altre…

  6. denken00 ha detto:

    Via queste cene….solo guai. ahahha

  7. Kikkakonekka ha detto:

    Per anni ho evitato cene di classi e di colleghi, proprio per evitare imbarazzi e parlate alle spalle dell’assente di turno.
    Ora, però, vedere i compagni di classe (a 30 anni dalla maturità!!!) mi farebbe terribilmente piacere.

    1. ehipenny ha detto:

      Ecco credo che forse passati un po’ di anni sarebbe quasi meno traumatico 😅

  8. loredana ha detto:

    Uh, proprio lo scorso anno ho declinato l’invito al pluridecennale raduno della 5^C. No, non ce l’avrei fatta a sopportare un’altra serata come quella di dieci anni fa 😀 . Del resto quel paio di compagne che mi erano davvero care le frequento ancora oggi…bastano ed avanzano.

    1. ehipenny ha detto:

      Quello che dico anch’io, le persone che voglio rivedere le rivedo, in separata sede… un trauma del genere non voglio riviverlo 😂

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