Il complesso cammino della vita

Si procede in fila indiana, anzi come la folla fuori da un concerto, non c’è spazio per respirare, nessuna finestra da cui guardare il mondo in solitudine, non si prende il numerino, non c’è la cassa riservata come nei supermercati, è come salire su di un autobus all’ora di punta, e sacrificare il proprio spazio vitale ad un angusto angolino. A volte si percorre un viale, altre volte un sentiero, e poi ci sono pietre, ponti, spiagge, foreste da attraversare, non vi è passo che sia uguale ai precedenti, tremeranno le gambe dalla fatica, le caviglie incastrate tra le radici di un albero, ma la vita non si ferma mai. E se la strada è senza uscita si torna indietro, se è richiesto un salto si prende la rincorsa, se il pavimento rischia di crollare si cammina ad occhi chiusi. C’è chi molla tutto per cambiare percorso, panorama, compagnie, lascia la strada conosciuta e scala ripide pareti a mani nude, è un gioco, e come tale per vincere bisogna giocare, anche rischiare, perché “È nelle sfide più difficili che risiede l’opportunità di cambiamento più grande” (Cecilia Sardeo). E poi c’è chi si siede a bordo della strada, scruta l’orizzonte in cerca della discesa, preconcetti!, perché le gamme fanno quasi più male, cedono le ginocchia, le scarpe scivolano via, e le mete più soleggiate scompaiono dietro una fitta coltre di nebbia che é l’arresa. Camminare è vivere, respirare l’ossigeno più puro, i pollini in primavera, lo smog delle città più trafficate, richiede sacrificio ed un certo sguardo, che sappia misurare le distanze senza prendete a spallate tutti gli altri viaggiatori. Ma non è difficile scegliere di partire, cavalcare le stelle e distruggere le convenzioni, non é difficile decidere di andare, la scelta più difficile é capire dove andare. 

Scegliere una strada implica rinunciare all’altra. Chi vuole andare ovunque non arriva da nessuna parte

(Mario Furlan)

Ci sono vicoli che t’imprigionano nei ricordi di viaggi passati, campi di girasoli su cui vorresti addormentarti seguendo le loro teste, e strade buie che sembrano scomparire, approdare ad un altro pianeta senza sole, non si può scegliere di andare ovunque, perché ci sono terreni che non fanno per noi. Non abbiamo le scarpe, a volte non abbiamo fiato, o gli arpioni, le unghie per scavare, gli occhi adatti al buio, ci mancano gli strumenti, od il coraggio, o la giusta motivazione. Perché non è vero che tutte le strade portano a Roma, vi sono infinite mete nel mondo, e a volte nemmeno le riconosciamo, perché possono essere anche solo momenti, una staccionata al tramonto che ha segnato l’infanzia, e quella strada sembrerà allora sempre più dolce. È concesso vagare, tra un ponte e l’altro ponte, e riposare in riva al fiume immaginando di percorrere la corrente, è lecito distogliere gli obblighi morali dagli impellenti obiettivi, deviare sul percorso, perché forse una meta è anche quella di godersi ogni viaggio. È come l’aereo che mostra fiero le nuvole, il mondo che mostra le sue strade e ci offre la possibilità di scelta.

Finirai per trovarla la via… se prima hai il coraggio di perderti

(Tiziano Terzani)

È così che si scoprono mappe, prospettive mai viste, scorci del vissuto e dell’immediato prevedibile futuro, ed é possibile che una strada ci conquisti coi suoi fiori colorati al margine, o le strisce dipinte per terra che danno sicurezza, è il caso che spesso ci indirizza verso nuove persone, come strade fortuite costruite in una notte. Si segue l’istinto per uscire dalla foresta, si guarda il cielo, e ci si imbatte negli ostacoli della natura come fossero regali, a volte belli, a volte brutti, come strade che dopo la curva cessano di essere come prima erano. Ma la strada maestra, quella su cui siamo nati, crescita tra le braccia della mamma e le carezze del papà, non ha che una direzione, come un’autostrada veloce che culla i passeggeri e li punisce per le imprudenze. A volte con la morte, e finisce il viaggio ancor prima di averlo cominciato. Non è forse più felice chi percorre la statale, tra le montagne e alcune viste del mare, solo senza il rombo dei motori che hanno fretta, libero di scendere e camminare a piedi dove l’asfalto finisce, sui prati fioriti, sulla sabbia, non è bello guardare il mondo dal centro di un incrocio e avere il dubbio sulla strada da percorrere, perché tutte sembrano bellissime? Osare. Cambiare sempre prospettiva. Voltare la testa per scoprire ora una cascata, ora un grattacielo, ora l’ingresso di un museo. Proseguire, anche quando sembra ogni metro uguale all’altro, e dopo, forse, voltare a destra, a sinistra, o lanciarsi col parapendio dal versante della montagna. Osare. Possiamo osare mille pazzie. E fingere che la salita non esista, che la vita non sia anche un lungo viaggio faticoso, ma “Se la strada è in salita é solo perché sei destinato ad arrivare in alto” (A. Pavan). In alto c’è tutto. C’è il sudore, le scarpe impolverate, l’ortica che ha sfregato i polpacci, l’impronta del tentacolo d’una medusa, c’è il ricordo delle scivolate, delle cadute rovinose, delle corse contro vento, delle discese in bicicletta, delle notti più magiche, dei giorni più eterni, in alto c’è tutto il risultato della vita. E non può non essere la nostra ultima e vera meta, seduti accanto al sole.

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