Papà

Papà, lo sai che oggi è la tua festa? Certo che lo sai. Eppure non me la ricordi, non fai come me, non cerchi di indagare se quest’anno io e la mamma ti faremo qualche regalo, non fremi dalla curiosità di scoprire se mi ricorderò di farti gli auguri. Lo sai che non è facile, per me, che ogni volta per scrivere un biglietto ci impiego settimane, e finisco sempre per rivolgermi a te con il foglio bianco e la penna. Sai anche che ti voglio bene, sì? Io sbaglio ogni giorno, perché non te lo dico, forse a volte nemmeno te lo dimostro, non ho il coraggio di lasciarmi andare ad un abbraccio quando torni la sera, o a ricambiare le tue carezze quando sono china sui libri, e tu passi per un solo sorriso. Io ti mando via, come ti ho mandato via più volte dalla mia vita. Non sono mai riuscita a capire subito che in fondo, dietro tutto questo, c’è la nostalgia per quegli anni in cui io ero bambina, c’è il fatto che ti manco, e non sai che mi manchi anche tu. Sai, ci pensavo l’altra sera, quando sul divano guardavamo un film insieme: pensavo che tutto questo non potrà mai essere per sempre. Un giorno qualcosa arriverà per dividerci, e penso che quel giorno vorrò averti parlato prima. Lo sento, che il tempo sta passando, che io divento un po’ più adulta e tu un poco più anziano. Sento che ogni giorno acquista quasi più valore. E quando tu torni stanco dal lavoro, e forse vorresti solo chiudere gli occhi, ascoltare la tua musica, guardare la partita di calcio in televisione, anche quando torni troppo tardi e la cena si è raffreddata, tu ci sei. Per me e per la mamma, tu ci sei sempre stato. A volte, poi, quella cena fredda si trasforma in una specie di festa, e tu ci racconti dei tuoi anni universitari, o i tuoi giorni da militare a fare cazzate, e sai? Qualcosa mi si apre dentro, perché so che tutto questo non lo potrò mai capire del tutto, ma starei ad ascoltarti per ore. Altre volte, invece, mangiamo tutti in silenzio, e forse non lo sai, ma io lo capisco quando sei stanco, quando hai male alla testa, quando ti hanno fatto arrabbiare. Io sento tutto. Papà, come una bambina vorrei a volte chiederti di restare con me, di non uscire alle sette di casa per poi tornare la sera, vorrei chiederti di accompagnarmi da qualche parte, e stare insieme. A volte mi manchi. E se ci penso, se per un attimo mi passa per la testa il fugace pensiero, bastardo, che un giorno potresti non esserci più, mi sembra di impazzire. Quando hanno sospettato che tu avessi un brutto male, ho provato la paura più grande della mia vita. Papà, tu mi hai dato tutto, dal primo giorno di scuola elementare alle lezioni di guida, dalle recite scolastiche alle feste in discoteca, quando alle due mi venivi a prendere e nemmeno in pigiama. Ti ho mai detto grazie per tutto questo? Credo di no. E che ingrata a ricordare soltanto ora che meriteresti di più. Papà, tu sei il mio punto di riferimento, quello che cerco quando un ostacolo non mi lascia proseguire, quando non capisco le persone, quando sono in trappola ma non riesco ad uscire, sei sempre tu, che con qualche parola in una frase sconnessa riesce a farmi coraggio, perché la soluzione posso trovarla soltanto io. Hai capito sempre quando farti da parte, quando lasciarmi sbagliare, nonostante la tua paura di padre ti tenesse sveglio in piena notte, ad aspettare che tornassi. Poi hai capito, hai capito che mi sentivo in colpa, che non riuscivo a stare fuori con il pensiero che tu, da solo, te ne stessi sulla poltrona a pensare a me. Oggi rientro a casa e ti sento russare: ho capito che di me ti fidi, e questo forse è l’incoraggiamento più grande. Papà, un altro grazie è per tutti quei momenti passati assieme, anche per le più piccole cose, per le uscite al cinema, per le partite a tennis che abbiamo fatto, per quando la domenica mattina mi porti in giro in auto, a comprare il dolce per il pranzo. Io non lo capivo, sai? E invece se la domenica mattina ti rispondo che non ho voglia, o che devo studiare, mi manca. È una mezz’ora che per me significa tutto. Ho diciannove anni, papà, e vivo con te di tante piccole cose, di tutti i tuoi sacrifici che hai fatto per me, di tutti i pensieri che nel corso della giornata immagino ti facciano sorridere, e dei tuoi insegnamenti, dei tuoi consigli, anche dei tuoi silenzi, che avevano sempre in sè tanta verità. Tu hai sempre saputo tutto, di me. Sapevi quando ero triste, quando avevo paura, quando avevo bisogno, quando ti ho chiesto di provare a volare. E se tutto questo è stato possibile, è stato anche grazie a te. Proprio ieri mi hai detto che sono grande, e che tu, papà, per me avrai sempre un velo fisso di preoccupazione, ma non puoi più dirmi di no, chiudermi in casa per proteggermi dal mondo, ed io in quel momento mi sono sentita terribilmente piccola. So che moriresti per me, e quello che un padre non dice alla figlia è forse equivalente a quello che la figlia non dice a suo padre. Viviamo di tanti silenzi, eppure da te ho preso tante cose. La miopia, la testardaggine, la forma dei piedi. Porto con me tutti i giorni quello che tu mi regali, pezzi di anima che io cucio nella mia, come quando mi fai scoprire nuove strade di Bologna, o come quando mi fai guidare per i colli a me ignoti, porto con me quei momenti in cui ho avuto bisogno e tu c’eri, quando avevo litigato con la mamma, e davanti al nostro abbraccio ti sei commosso come un bambino, quando non sapevo che università avrei scelto, e tu mi hai detto che in ogni caso tu saresti stato felice. Io non so ricambiare questo amore infinito con un gesto, non so dimostrarti che ci tengo come se fossi un pezzo del mio stesso corpo, così ti scrivo una lettera che spero un giorno di riuscire a spedire. È cambiato il rapporto tra di noi, gli anni sono passati in fretta, e la macchinina radiocomandata che sfrecciava nel corridoio, e i telecomandi della Nintendo wii con cui giocavamo la domenica… non c’è più niente. Solo ricordi dolcissimi della bambina che non sono più. Sai, guardandoti quasi mi manco. Avevo allora pochi anni, poca coscienza, tanti giocattoli e tanto tempo. E tu, mio gigante buono, avevi la forza di metterti a dieta, cucinare il pane a casa, giocare con me, insegnarmi ad andare in bicicletta, accompagnarmi a scuola quando ero in ritardo. Al liceo mi hai aiutato con la matematica, con i miei dubbi sull’amicizia, con la patente. E tante volte ti ho risposto male, ti ho ingiustamente ferito, ma mai una volta ho sentito sulla pelle il suono di uno schiaffo, o di una brutta parola. Scusa, papà, se non sono un libro aperto, se non ti spiego fino in fondo quella che sono, se non sono nemmeno capace di scrivere qualcosa in più di Auguri. Ma ti voglio bene. E vorrei vederti più felice, papà, più sicuro della vita che stai vivendo, perché lo so che è difficile, che la pensione è lontana, che il tuo lavoro ti distrugge, ti toglie perfino la forza di aiutare la mamma a sparecchiare la tavola, lo so che vorresti fare di più, e che se fosse possibile dormiresti due ore a notte per poter rimediare, ma guardati, papà, guardaci: guarda che famiglia hai costruito, forte, piena di amore e di valori, unita come se fosse il primo giorno. Papà, sei un esempio, per me. Proprio tu, che hai perduto tuo padre quando avevi sedici anni, e da allora non hai mai smesso di combattere per esserlo tu. Hai fatto da padre a tua sorella, a tua madre, e oggi a me. E ti voglio bene. Te lo dico per tutte quelle volte in cui sono stata zitta, e da lontano ti ho guardato dormire. È vero, anni fa eri tu a darmi il bacio della buonanotte, mentre oggi sono io che me ne vado in camera e nel mio mondo mi immergo, sentendoti alle undici infilarti nel letto e dormire. Ma ti voglio bene come allora. Anzi, di più. Sei speciale, papà. Credimi. E se puoi, se ci riesci, cerca di ricordarlo più spesso. Perché non conta se sei stanco, se ti addormenti durante il film, o se l’impasto della pinza ti è venuto peggio del solito. Non m’importa, papà. Io so che ci sei. Tutto il resto è un panorama bellissimo, ma tu ed io, padre e figlia, nelle imperfezioni di un rapporto normale, si potrebbe dire comune, perso tra i miliardi di padri e di figlie, ecco, il nostro ha qualcosa. Qualcosa di forte. Qualcosa di tenero. Qualcosa di dolce. Qualcosa di amore. Sì.

Ti voglio bene, papà. E te ne vorrò sempre, per sempre. Incondizionatamente, come tu hai fatto durante questi miei diciannove anni di vita.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Cara Penny, tieniti stretto il tuo papà. Quello che i papà provano per le figlie è diverso, non in più o in meno rispetto ad un maschietto, solo diverso, speciale. Digli quello che ti passa per la testa, anche se non ne hai voglia. Sanno capirci più di una madre, una sorella, un’amica. Un abbraccio a tutti voi 😀🤗

    1. ehipenny ha detto:

      Ascolterò il tuo consiglio, grazie! Ti abbraccio anch’io 😘😘

  2. Erik ha detto:

    Da padre, non tuo ovviamente, mi hai emozionato molto… meravigliosa questa lettera, lui l’ha letta?

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Lui no… lo so, dovrebbe, e se lo merita…

      1. Erik ha detto:

        Infatti… fai che la legga…

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