Neve??? O Neve!!!

il

Premessa: ho sempre odiato la neve, o meglio, non ho mai saputo apprezzarla davvero. Non sono una sciatrice, ho indossato gli scarponi per quattro giorni in tutta la mia vita, con dolori lancinanti per le quattro settimane successive, non ho mai sceso una pista nera né mai lo farei, e se devo dirlo, apprezzo di più la cioccolata calda della baita al vento gelido delle seggiovie. In secondo luogo, io vivo a Bologna, città di media grandezza, una di quelle che con la neve non si paralizza ma rallenta, rallenta bruscamente, come quando incontri un’apecar in autostrada. Non ricordo nevicate entusiasmanti, sarà anche perché mia madre aveva il terrore che mi ammalassi, e prima che uscissi di casa mi infilava due piumini, tre berretti, sei calzini e dieci guanti: e l’omino Michelin era pronto. L’elemento più invalidante del mio assetto da battaglia era però da cercare verso il basso: i Moon boot erano la peggior tortura che una madre potesse infliggere ai propri figli, dalla forma di un’ingessatura, coperta da un sacchetto della spazzatura, dal peso di un blocco di marmo, rigidi come mattoni, esteticamente inguardabili come delle scarpe ortopediche, indossati sembravano un ibrido tra gli scarponi da sci e le zampe delle papere. E non avevi scelta, come nelle auto con il cambio automatico, o andavi avanti o andavi indietro, non esisteva la corsa, la corsetta, il balzo laterale. Sarà anche per questo che non ho mai apprezzato la neve. Non avevo nessuno con cui giocare, con cui fare a pallate, nè mia madre, barricata in casa sotto le coperte, nè mio padre, al lavoro o in cortile a spalare. Poi nel 2012 si è aperto il cielo con uno squarcio immenso, ed è caduto più di un metro di neve. Meraviglioso!, penserete. Si, meraviglioso, davvero. Il paesaggio bianco, il silenzio, la sensazione che tutto sia divenuto soffice come zucchero a velo, era meraviglioso anche solo ascoltare il lievissimo ticchettio dei fiocchi di neve in caduta, che si posavano con la grazia di una ballerina di danza classica sul manto già formato. Si erano persi i marciapiedi, le biciclette, le piante, i gradini, tutto era un unico tappeto poroso e freddo. Sono uscita di casa e la neve mi arrivava alle ginocchia. Per me era una magia, un incanto fiabesco. Chiusero le scuole per un paio di giorni, e questa improvvisa vacanza in Alaska pareva destinata a cambiare le mie opinioni in merito all’argomento neve. E invece. Invece accadde che il tetto del condominio non fosse totalmente a norma, e che il peso della mole ghiacciata spostasse qualche tegola di troppo; il risultato fu una pioggia ininterrotta in tre stanze della casa, con l’intonaco squagliato e macchie gialle di umidità, con mio padre a dormire sul divano ed io al suo posto nel matrimoniale. Eravamo ufficialmente accampati. Il trauma di quei giorni, compreso il dolore del portafogli per pagare la ristrutturazione, mi fecero scordare di ogni tipo di poesia. Odiai la neve per un paio d’anni. La odiai particolarmente quando un anno ghiacciò completamente, e per uscire di casa dovetti trainarmi a forza di braccia, neanche stessi facendo sci di fondo. Fu esattamente in questo stesso anno che precipitai sui gradini di scuola davanti alla folla immensa di studenti sull’attenti, in attesa di farsi una risata: non mi sono fatta aspettare, non c’è che dire. Quest’anno ha nevicato a novembre, e complice la presenza di fuorisede universitari al mio fianco, studenti del sud che mai avevano visto uno spazzaneve per strada, mi sono lasciata coinvolgere dall’entusiasmo infantile. Dall’autobus mezzo vuoto guardavo fuori dal finestrino il manto bianco aumentare, come se fosse la prima volta che vedevo la neve. Mi ha resa felice, perché in fondo erano tutti felici e stupiti, intenti a immortalare i fenomeni strani di novembre. Poi ha nevicato a febbraio, precisamente il ventotto e il primo marzo: una neve soffice, insistente, che da giorni provava a scendere e attaccare, che nonostante i sette, otto gradi sotto zero cadeva lieve e ghiacciata, cercando di non sparire. Ne saranno caduti forse venti o trenta centimetri, non saprei. Mi sono svegliata con una sensazione di allegria, di gioia, di voglia di apprezzare il clima estremo e straordinario. Ho contattato Francesca, calabrese e ormai mezza bolognese da settembre, e alle quattro del pomeriggio siamo andate al parco di Villa Spada. Chi abita a Bologna lo conosce, si apre come un piccolo cortile, ma salendo una scalinata e oltrepassando un labirinto di piccolissime siepi, si apre la campagna, fatta di sentieri e strette strade, panorami su Bologna e sui colli imbiancati. L’ho accompagnata a camminare nei vicoli immacolati, dove le nostre erano le prime e sole impronte, dove le scarpe sollevavano una polvere bianca purissima, e dove nessuno si fermava ad ascoltare il silenzio o scattare foto. In quel parco, la gente veniva per giocare, scendere con il bob, lo slittino, i cartoni o i sacchi della spazzatura, e chi con gli sci, chi con lo snowboard, chi con la bici da cross, tutti andavano in cerca della discesa migliore. Stavamo per tornare a casa, quando un gruppo di ragazzi ci ha regalato due sacchetti, e questo forse ha davvero scritto la mia giornata. Siamo scese anche noi, ridendo come due bambine, dalla prima discesa che abbiamo incontrato, siamo scese sporcandoci di neve, rotolando l’una sull’altra, gelandoci le mani, abbandonando gli ombrelli, perché ormai dei capelli non si preoccupava più nessuno. Non lo avevo mai fatto. È strano da ammettere, ma nemmeno con la nevicata di un metro sono andata nel parco, con un sacchetto della spazzatura, per scendere di sedere dalla collina. E quanto mi sono persa in questi anni! Tornando a casa ho incrociato mille e più persone, con le tute da sci, un bob sulle spalle, un cartone tra le braccia, i sacchetti nelle tasche, tutti diretti allo stesso ritrovo. Ho poi saputo che in piazza Maggiore c’è stata la battaglia delle palle di neve. E allora, dico io, che importa se i miei capelli si bagnano? Se le mani si gelano? Se la neve penetra fin dentro le mutande? Se scivolo e cado come un sacco di patate? Che importa se fa freddo? Se i miei genitori non volevano farmi uscire? Ho capito in questo anno, in questo finire d’inverno, che nella neve c’è qualcosa di veramente speciale, di magico, di totalmente inspiegabile, che ti fa fare le peggiori pazzie e le più grandi risate. Per me è stato così. E sotto le foto pubblicate nei social ho scritto: chi ha definito la neve maltempo, non ne ha capito l’arte.

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. silvia ha detto:

    Vedi Penny, quando la neve diventa ghiaccio e la gente deve andare al lavoro e camminarci per forza in mezzo rischiando di rompersi l’osso del collo, quando senti la macchina che slitta e se ne va per conto suo, eppure non puoi far a meno di andare ugualmente…beh allora è molto difficile capirne l’arte!

    1. ehipenny ha detto:

      Lo so, vedendo mio padre, e capisco anche totalmente… il mio era l’entusiasmo del giorno 😁

    2. Kikkakonekka ha detto:

      Condivido pienamente. E’ già complicato salire la rampa del garage.

      1. silvia ha detto:

        stamattina era complicato anche solo reggersi in piedi…

  2. "Perseide" ha detto:

    Si ma la neve è comunque la neve! In ogni senso!

    1. ehipenny ha detto:

      Certo, questo si… ma c’è un’atmosfera per ogni centimetro in più di neve credo 😆

  3. Emozioni ha detto:

    Io.adoro la neve.
    Hai ragione . È sempre spettacolare.
    E te lo dice una che ieri, essendo reperibile( mi hanno pure chiamata che ne venivano giù a padilate), è dovuta andare al lavoro per un’urgenza.
    Certo, inutile negare che non sia un disagio.
    Logico!
    Ma sfido chiunque, a non appoggiare il naso al vetro della finestra, per osservarla ammirato.
    😉.
    Bellissimo il video! Entusiasmo contagioso.
    Un abbraccio, cara Penny❤️

    1. ehipenny ha detto:

      Quanto concordo, da oggi!
      Grazie mille 😘 Entusiasmo c’era 😉

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