Carabinieri e servizi poco sociali

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Non seguivo le Iene, non prima che i giornali iniziassero a parlare di Nadia Toffa e del suo malore. Ho acceso la televisione nell’esatto momento del suo rientro, quando con la parrucca bionda e il sorriso ha raccontato la sua malattia. Ma non voglio stare qui a recensire l’oratoria della Toffa, perché ciò che mi ha colpito è tutt’altro. Si tratta di due servizi, due mezze ore di angosciante trasporto, da parte di due notizie che oggi, forse, non fanno nemmeno più scalpore. Anna Rosa Fontana, Erica Patti. Due donne, due vittime, due anime trucidate.

Anna Rosa è stata uccisa nel 2010, ad appena trentotto anni, davanti al portone di casa, davanti al figlio minorenne che oggi in silenzio grida, domandandosi dove sia la giustizia. Perché Anna Rosa era per tutti la “miracolata”, sopravvissuta a quindici coltellate inferte al suo corpo dal marito, era la donna forte, più forte della morte che cercava di portarsela via, più forte del sangue che usciva a fiotti dalle ferite, più forte dell’epilogo che pareva ormai già scritto. Anna Rosa è rinata, per riprendersi la sua vita e il suo bambino. Ha denunciato il marito, ha ottenuto otto anni e quattro mesi di carcere, ma lo schiaffo arriva dritto in faccia con la concessione dei domiciliari: l’uomo potrà abitare a trecento metri da lei, con un binocolo per spiarla dalla finestra e la sensazione di essere appena ad un passo. Poi viene irrevocabilmente liberato, e come una bestia può andar cercando la sua preda suonando il campanello, minacciandola, seguendola con l’auto. Il primo giorno di ottobre l’ex detenuto la convince a seguirlo, la porta in una strada isolata, la minaccia di buttarla in un burrone, e la chiude infinie in una tavernetta. Il risultato di queste ore di panico sono due dettagliate denunce ai carabinieri, che forse da sole basterebbero a far luce sull’atroce realtà di quella famiglia spezzata. Basterebbero, ma non in questo caso. Il caso viene archiviato come reato di stalking, una piccola diatriba tra moglie e marito, un granello di polvere di cui occuparsi più avanti. È così che si arriva al 7 dicembre, quando Anna Rosa compone la sua ultima chiamata.

Eeeh scusate, sono Fontana Anna Rosa, io vedo che comunque mi continua a seguire quella persona, che facciamo? A me questa persona mi deve lasciare in pace, insomma, o no? […] Mi sta dando problemi, perché sta nascosto e io ho paura per la mia persona. Io ho paura che faccia qualcosa mò, e mi sta seguendo. Allora io ho paura. Allora potete adesso prendere provvedimenti?

La polizia risponde che la zona è di competenza dei carabinieri, che non ha intenzione di inoltrare loro la richiesta di aiuto, che deve chiudere la chiamata. I carabinieri alzano la cornetta, e le spiegano di non poter intervenire se non in flagranza di reato. Dopo poco Anna Rosa viene aggredita con sei coltellate, davanti al figlio e alla sua fidanzata, viene dilaniata al collo e alla schiena, con quelle stesse coltellate che cinque anni prima le avevano lasciato un filo di fiato, la forza di aggrapparsi ad una possibilità, alla possibilità di uscirne e di costruirsi da capo la vita. E invece è morta così, in flagranza di reato. È morta implorando aiuto, davanti al figlio che implorava aiuto, e polizia e carabinieri a litigare su chi dovesse intervenire. È morta, uccisa da quello che un tempo era suo marito, e da quello Stato che un tempo era in grado di proteggerci.

Erica Patti è un’altra donna, una donna che ha tanto dolore da spiegare, e tanto coraggio per combattere. Ha sposato l’uomo sbagliato, un uomo che forse con la fede le ha promesso amore eterno, ma che poi ha distrutto la sua anima, giorno dopo giorno, con la violenza. Erica racconta di tutte quelle volte in cui si trovava con le mani al collo, il corpo spinto contro il muro, svuotato di ogni forza, davanti ai due bambini loro figli. Un giorno trova il coraggio di scappare, prendere le proprie cose e andare via, per proteggere quella sua famiglia in bilico sull’oblio, e si rifugia dai genitori, pensando di poter denunciare quel marito mostruoso e tornare di nuovo a vivere. E invece nessuno l’ha ascoltata davvero, nessuno ha prestato attenzione alla paura che aveva, alla paura che perfino i figli avevano, quando chiudevano il portone del condominio così che papà non potesse entrare. Nessuno gli ha impedito di cercarla, seguirla, aspettarla fuori di casa per ore, suonare il campanello per giorni, tentare di investirla con l’auto, spingendola contro il cancello: nessuno. Nessuno gli ha impedito di terrorizzare i bambini, di insegnare loro che la madre fosse una puttana, di minacciarli di morte. Le forze dell’ordine? I servizi sociali? Le loro risposte non erano neppure immaginabili.

“Signora, faccia un po’ la brava. Lui è li fuori che piange”

“Lei non può venire qui da noi tutti i giorni”

“Iacovone è tutto fumo e niente arrosto”

Così arriva il giorno fatale. Il marito prende i figli e li porta in vacanza per quindici giorni. Erica grida disperatamente in cerca di aiuto, ma i carabinieri la mandano a casa, i servizi sociali rispondono di non saper cosa fare, lui ha il diritto di vedere i figli, è ancora un uomo agli occhi della legge, e nessuno può alzare un solo dito. “Ora li porto 15 giorni in vacanza e li ammazzo”. I Carabinieri per tutta risposta: “Lui è tutto fumo e niente arrosto”. Così i bimbi spariscono col padre. Per tutti i quindici giorni lei non sente i suoi figli, poi riceve una, l’ultima, telefonata: i bambini stavano ridendo in lontananza. “Lui lo ha fatto per dirmi: è l’ultima volta che li sentirai ridere”. Quella sera Iacovone li mette a letto, li soffoca con un cuscino, li cosparge di benzina, li avvolge in panni imbevuti di liquido infiammabile, e dà fuoco alla casa. Si salva. Ma quelle due creature di otto e dodici anni muoiono così, dilaniati dalle fiamme scatenate dal loro stesso padre, vittime del mancato aiuto di chi poteva intervenire, più volte, ma non ha mai fatto niente. Per la negligenza, per l’ignoranza di queste persone, sono morti due bambini.

Ora provo tanta rabbia nei confronti di quelle persone che non mi hanno aiutato. Forse avrei dovuto ucciderlo con le mie mani, ma io non sono come lui.

Sono tragedie che non sarebbero dovute accadere. Eppure ieri Antonietta ha visto le sue figlie, Alessia e Martina, morire, ha sentito i colpi di pistola contro il suo corpo, ha chiesto aiuto nonostante il dolore lancinante. Aveva lasciato suo marito un anno prima, ma in questo giorno fatale l’ha aspettata davanti al garage, l’ha colpita tre volte, ed è salito in casa con la pistola ancora in mano, mentre le figlie dormivano. Le ha uccise nel sonno, barricandosi per nove ore in quel mura, e poi si è suicidato, privandosi per sempre della possibilità di ritrovare il senno.

Antonietta aveva presentato un esposto ai Carabinieri.

Voglio che mio marito stia lontano da me e dalle nostre figlie sino alla data della prima udienza (per la separazione, ndr) e che la smetta di inviarmi messaggi e telefonarmi in continuazione. Ho ancora paura di mio marito per il suo carattere violento ed aggressivo.

Durante quelle nove ore, tutti hanno provato a farlo uscire, con le parole, quelle che lui non conosceva più.

Luigi ti parlo da padre a padre, tutto quello che ci può accadere nella vita di bello o di brutto non lo sappiamo, ma di sicuro un padre protegge sempre i suoi figli, e tu sei un padre.

Non aggravare di più la situazione. Dimostra di essere uomo: consegnati. Tutto si risolverà.

Lascia le bimbe. Apri quella porta e lasciale vivere. Te lo chiediamo, pregandoti. Devono vivere. Lasciale subito.

Lascia andare le bambine, Luigi, tutto si può ancora sistemare, ma se fai loro del male non vivrai più dal dolore. Sono sicura che sei un bravo papà e vuoi solo il meglio per loro, lasciale andare Luigi! Apri quella porta e fatti aiutare! Forza.

Ma il sangue si è sparso ancora, un’altra volta nel silenzio di tutta quella paura e quella mancanza di cui le donne hanno sofferto. Non voglio leggere i commenti di chi dice che si parla solo di questo, che le violenze sugli uomini sono sempre taciute. Non voglio leggerli adesso. Perché la sola cosa che mi manca, e che manca a tutte queste persone, sono le scuse di chi ha promesso di esserci e poi ha voltato le spalle.

Con la speranza che si inviti ogni donna vittima di violenza a denunciare, e ogni carabiniere ad ascoltare, credere, e intervenire.

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. Valenty Sidewinder ha detto:

    Il servizio su Anna Rosa Fontana l’ho visto anche io,e mi ha davvero raggelata.
    Quella donna è stata uccisa dallo Stato che non funziona.
    Troppo,troppo,non doveva accadere…

    1. ehipenny ha detto:

      Io non ci potevo credere… è stato agghiacciante sentire quell’ultima telefonata…

  2. Non ci sono parole! solo rabbia…tanta tantissima rabbia

  3. SaraTricoli ha detto:

    Incredibile, ma disgustosamente assurdo… 😔 nessuna difesa verso i mostri…

    1. ehipenny ha detto:

      Anzi menefreghismo generale… sono senza parole…

  4. Kikkakonekka ha detto:

    Io rimango esterrefatto di fronte alle richieste di aiuto (stalking, violenza fisica e psicologica) rimaste inascoltate.

    1. ehipenny ha detto:

      Non dirlo a me, sono senza parole… mi chiedo come sia possibile…

  5. "Perseide" ha detto:

    Stendiamo una coperta …, 😏

    1. ehipenny ha detto:

      Molto spessa…

  6. Mariantonietta ha detto:

    non so perchè queste donne non vengono credute oppure il punto è che sono troppe e le forze dell’ordine non sanno come gestire la cosa?

    1. ehipenny ha detto:

      Non saprei… se non sanno come gestirle bisognerebbe risolvere, la mia impressione dai servizi emersi è che non abbiano voluto intervenire, i servizi sociali nel caso di Erica lo hanno ammesso che avrebbero potuto agire, con la giustificazione “ah signora, col senno di poi…” …

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