Il diritto di contare

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Solitamente storco il naso davanti a quei film che romanzano i grandi problemi storici, e ancora di più i film che parlano di matematici. Ma mi sono ritrovata in quel cinema, e ne sono uscita… diversa. Nel film c’è un po’ di tutto, c’è la storia, la dura discriminazione dei neri che non possono nemmeno usufruire delle stesse biblioteche, o laurearsi in ingegneria, c’è la corsa allo spazio, le tensioni con la Russia, c’è l’importanza del calcolo, perché in fondo è vero che i numeri possono salvare una vita umana, c’è il progresso e le conseguenze che si porta dietro, perché “Il progresso è un’arma a doppio taglio“, c’è tanta vittoria, di quella di cui non si parla mai. Non è Rosa Parks che siede sul sedile per i bianchi. È Katherine Johnson che lavora per la NASA come calcolatrice. Una donna imperfetta, vedova con tre bambine, in carne, a volte in ritardo perché l’auto non vuole partire, con due occhiali storti sul naso e il sedere in fuori. Ma è un prodigio. Anche nello Space Task Group, a un chilometro dai bagni per i neri, da sola in un oceano impazzito di bianchi, quando ancora era necessario distinguere il colore della pelle prima del proprio nome, Katherine calcola, calcola fino a sera tardi, calcola arrampicandosi su di una scala pericolante, finché non trova una soluzione. Ha la determinazione di pochi. E al suo fianco si muovono le battaglie di tante altre donne, tutte calcolatrici, tutte destinate a finire in mezzo ad una strada perché il progresso sta producendo l’IBM 7090. Un brutto nome: un computer. E lui non ha pelle, non ha colore. Al fianco di Katherine scorgiamo Mary, con il sogno impossibile di diventare ingegnere, e poi Dorothy, sottopagata e costretta ad un ruolo che non le viene riconosciuto. E poi chissà quante altre donne, con i libri sotto le braccia e una matita tra le mani, chine a calcolare equazioni di venti righe su pezzi di carta usati. Questo film racconta quella battaglia, di quella corsa a tanti traguardi che oggi forse dimentichiamo quanto cari ci sono costati. La corsa verso la luna, verso l’uguaglianza, verso i computer calcolatori. Non ci ha mai detto nessuno che a combattere erano loro.

O raggiungiamo l’obiettivo insieme o non ce la faremo mai
É stato un duro gioco con la vita umana, con i sacrifici, e tornare a casa la sera senza poter augurare nemmeno la buonanotte ai propri figli, ecco, Katherine ha sopportato tutto questo, donando sé stessa per la ricerca, per compiere quel viaggio nello spazio tanto sperato e sognato. E sullo sfondo di calcoli mostruosi si staglia l’America del razzismo e della discriminazione, dove tutto viene diviso, tutto viene selezionato, catalogato, con etichette indelebili che le donne nere portano sul volto.

Non sei mai dove mi servi! Dove diavolo vai tutti i giorni?” – “I bagni per i neri sono a un chilometro da qui!
Katherine corre per andare in bagno, anche sotto il temporale più violento, corre e poi corre di nuovo per recuperare il tempo perduto, ma non avevano la parola, quelle donne, non avevano il diritto di pretendere, di essere ascoltate, o di scusarsi perché ci sono situazioni che non dipendono dalle singole persone. Quelle corse per andare in bagno sono un l’emblema delle corse che affrontiamo ogni giorno. Quante volte si corre per ciò che si desidera, e per non perderlo, per stringerlo forte, con la consapevolezza che un solo colpo di vento potrebbe spazzare via tutto. Avevano apparentemente tutto, quel tutto che era loro concesso, una minuscola frazione di mondo che la massa aveva concesso di condividere. Era poco più che un compromesso, ma nonostante tutto alla NASA qualcuno si accorse che le cose avevano bisogno di essere cambiate. Non si tratta soltanto di un viaggio nello spazio, si tratta di un’impresa oltreumana, che un gruppo di uomini e di donne hanno reso possibile.

C’è un posto vacante nel programma di formazione ingegneri. Una persona con una mente da ingegnere dovrebbe essere un ingegnere, non puoi fare calcoli per il resto della vita!” – “Io sono una donna negra: non prenderò in considerazione l’impossibile” – “Io un ebreo polacco i cui genitori sono morti in un campo di concentramento, e adesso mi trovo sotto una navicella spaziale che porterà un astronauta verso le stelle: stiamo vivendo l’impossibile
Rosa Parks si è seduta nel posto riservato ai bianchi, e questo è un minuscolo tassello della storia che ha portato l’America fino all’oggi. É stato necessario tempo, qualche personaggio, e qualcuno che afferrasse un martello per distruggere le insegne razziste, perché “Qui alla NASA la pipi ha lo stesso colore!”. Davvero nessuno se n’era mai accorto? Questo è uno di quei film che ti aprono gli occhi su di un mondo che non ci appartiene. Abbiamo davanti tre donne che con una matita e un cervello hanno mandato nello spazio un uomo. Un tentativo, si. Nessuno era certo che avrebbe funzionato. E Mary si è laureata come ingegnere, la prima, nonostante le radici di questo paese fossero dure e taglienti, perfino nelle parole di suo marito. Erano davanti all’impossibile senza rendersene conto. Nessuno si accorgeva di loro, a tal punto che impossibile era divenuto perfino crederci. Non c’era strada per loro, le donne nere erano quelle sbagliate, quelle da allontanare, quelle che contaminavano l’aria, eppure donne fondamentali nei loro ruoli, che nessuno ha esitato a chiamare nel momento del bisogno, perché la cultura non ha alcun colore. È triste pensare che le cose funzionavano davvero così. È triste capire che per svolgere il proprio lavoro bisognava lottare, seguire ogni tappa, ogni numero, ogni minuto decisivo, perché in pochi secondi tutto può cambiare, e allora bisogna ricominciare, gettare via il lavoro di settimane e ripartire da capo. La lotta è iniziata e finita tante volte. Ma quella determinazione che ha portato un uomo ad ammirare l’infinitudine dello spazio, quella stessa determinazione mista a follia che ha lanciato un bozzolo di metallo con un astronauta vivo nell’atmosfera, ecco, è questo che ha permesso a Katherine, a Mary, a Dorothy di realizzare i propri sogni. A loro e a tutte le donne nere che trovarono il coraggio di difendere se stesse.

Sbavi per questi uomini bianchi?” –  “Abbiamo gli stessi diritti. Ho il diritto di vedere il fascino in ogni colore
Perché ogni colore è uguale, dice il film. Perché la bravura o la fortuna non sono pigmenti della cute. Perché forse di quelle donne nessuno ricorderà niente, ma il viaggio è partito esattamente da loro: è stato lanciato nello spazio un messaggio, di bontà e di uguaglianza, che in qualche modo ha riscritto il presente.

Consiglio i film che insegnano, i film che hanno una morale, ma forse più di tutto questo film ha l’intensità. Intensità per esprimere la realtà di un piccolo microcosmo che è la NASA, in cui i problemi vengono uno ad uno cancellati, e improvvisamente nasce il mondo dell’integrazione.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. "Perseide" ha detto:

    “Ho il diritto di vedere il fascino in ogni colore”… questa è una porta aperta alla civiltà …. lo vedrò. Il film. Grazie 🤗

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie a te! Fammi sapere 😘

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