Estratto immaginario #14

Era la prima volta che si incontravano, la prima volta che lo guardava negli occhi, la prima volta che poteva scorgere quel suo sorriso storto da cui spuntavano i canini bianchi, e capiva come mai tutti lo chiamassero Dracula. Era la prima volta che sfiorava la sua mano, bollente e sudaticcia, la stringeva forte pronunciando il suo nome, ed era tutto inutile, perché era come se si conoscessero da mesi. Ma non si erano mai incontrati. Jess aveva in testa tutto, ogni parola che aveva scritto, ogni frase dolce, ogni cuoricino rosso per non far sembrare troppo spoglia la schermata del computer, ricordava ogni cosa, ogni risata nascosta sotto le coperte e ogni sorriso rubato durante la scuola, era come se quella storia fosse nata con lei. E invece Jake era lì, ad un passo da lei, nuovo e inprovviso come un temporale ad agosto, bellissimo, forse un po’ magro, gracile gracile, ma a lei erano sempre piaciuti così. 

“Ciao”, “Ciao”. Come due bambini che si ritrovano dopo anni di giochi lontani, con altri bambini, con altre compagnie, si guardavano negli occhi per la prima volta cercando qualche conferma di tutto ciò che fino ad un secondo prima era la sola realtà che conoscevano. “Allora è vero che sei bassa! Sembri mia sorella!”, “Ehi, scemo!”, e Jess gli colpì la spalla con il pugno come fanno i maschietti. “E questo?”, “Quando hai un fratello maschio in casa, devi imparare a sopravvivere”. Si erano conosciuti così, quella prima volta, come figli disperati e messi da parte dai genitori, di certo non i figli preferiti, lei così riservata e nascosta, lui così troppo esuberante e sognatore, la prima cosa che avevano condiviso era la rabbia. Poi era cambiato qualcosa, dalla rabbia si era passati alla curiosità, alla scuola, all’università, agli amici, alla musica. Jess amava i Beatles, Jake i Rolling Stones. Erano come bianco e nero sovrapposti a formare il grigio, un poco tristi, perché mancava ancora qualcosa, e quel qualcosa lo stavano trovando adesso. 

“Ti posso offrire qualcosa? Un gelato, un caffè?”, “Un caffè andrà benissimo”. Si diressero lungo la strada tenendosi per mano, come due amichetti ritrovati che corrono a giocare, e volevano entrambi spezzare con le mani nude quel silenzio di piombo, ma non bastavano le parole per comporre qualche frase sensata, non bastava il tempo. Jess riusciva a percepire solamente il rumore delle scarpe sull’asfalto, ma non aveva idea di che scarpe fossero, probabilmente da ginnastica, di quelle che non smettono mai di andare di moda. Si sedettero in un bar, e le tazzine del caffè diventarono il rifugio delle dita nervose, Jake mescolava l’aria con il cucchiaino, e Jess versava le bustine di zucchero sul fondo, fin quando il bianco non rimase bianco, pulito e inattaccato dal caffè. Rimasero seduti per circa due orette, ma Jake stava già pensando in grande, stava pensando a dove avrebbero potuto dormire. 

[…]

“Brindiamo, dai”, “Va bene”. “Brindo a questo incontro, e… che possa lasciarmi qualcosa di speciale”, “Ed io brindo ad una ragazza non troppo bella che ha saputo catturare la mia attenzione nell’oceano medatico della rete, e mi ha salvato da due genitori che certamente mi avrebbero fatto tagliare i capelli molto presto”, “Scherzi? I capelli? E perché mai dovresti tagliarti i capelli?”, “Per loro i capelli lunghi sono per le donne, noi maschi dobbiamo averli corti. Non fare domande, sono paranoici. Credono ancora che esista il mostro di Loch Ness”, “Mia mamma invece non sopporta le nuove mode, i pantaloni rotti, le felpe larghe, dice che sono brutta vestita così”. Rimasero in silenzio mentre camminavano nella nebbia di fine giornata, con due bicchieri di plastica che non riuscivano nemmeno a schioccare il caratteristico cin-cin. 

“Posso essere sincero con te?”, “Certo”. Jake allungò il braccio nella sua direzione e si ritrovò il corpo di Jess ad un passo, forse meno, posó le mani sulle sue spalle e guardandosi negli occhi le loro labbra si sfiorarono dolcemente. Poi scomparvero, insieme, allontanandosi cercando di stringersi, e inciampando nei piedi dell’altro pur senza avere fretta. 

“E io posso chiederti una cosa?”, “Ma certo”, “Facciamoci una promessa, siamo sempre sinceri tra di noi. Sinceri come prima intendo”, “Cioè solo baci?”, “No, solo amore”.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. "Perseide" ha detto:

    Ma è così realistico alla fine… io ci credo sempre a queste piccole promesse spontanee…😃

    1. ehipenny ha detto:

      Sono le promesse più belle 🤗

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