Scavare

Come nei film, mi perdo a scavare negli armadi tra i ricordi di una vita, quei cassetti che ho sempre guardato da lontano, e che profumano di carta ingiallita e di metallo. Mi perdo a sfogliare le vecchie foto di chi non c’è più, parenti lontani, nonni, genitori, e i necrologi in cui a tratti compare il mio nome. Scopro che se ne sono andati in tanti, da questo cerchio protetto in cui mi sono sempre rifugiata. Trovo articoli di giornale, io che abito in un condominio di giornalisti, e forse sembrerebbe destino, ma cosa ne sarà del mio futuro? È strano avere tra le mani quella vecchia carta sottile, un po’ sbiadita, stropicciata, con il segno delle pieghe che quasi si spezzano. Leggo la data, e mi sembra passata una vita. Era il secolo scorso, e per assurdo il secolo in cui sono nata. Gioco per alcuni minuti con delle vecchie monete d’argento, le vecchie lire di cui a volte mio padre ancora calcola il valore, tintinnano in una scatola di legno, protette da dei fogli di giornale. E’ così strano entrare in un mondo che non mi appartiene, chiuso tra gli sportelli che per scherzo mi accingo ad aprire. Non lo sa nessuno, ma trovo quei telegrammi di condoglianze per la morte di mia nonna, e le lettere di vicinanza degli amici, scopro che sì, nella vita ci si conosce, ci si avvicina, si diventa profondamente legati, e le circostanze ce la mettono tutta per costruire dei mondi chiusi, ma certi ponti non crollano nemmeno durante una tempesta, anzi, sono i più forti, più forti perfino di noi stessi. In un cassetto dell’armadio trovo i miei giochi di quando ero bambina, quelli che portavo con me ovunque, e che spiegavo a mio nonno forte nel mio minuscolo vocabolario da scuola elementare. Se chiudo gli occhi mi rivedo ancora, là, seduta al tavolo, con i gomiti che appena ne sfioravano la superficie, con mio nonno a giocare a carte senza sosta. Era estate. E quel cassetto odora di estate. Ritrovo la mia vecchia Nintendo Ds, quella che mi ha regalato mia zia in un tempo di dieci minuti: ne avevo appena rotta una, per una bottiglietta d’acqua chiusa male, ma lei non sopportava le mie lacrime, non poteva guardarmi piangere, come una colpa da espiare, un problema da risolvere in fretta. Ne ha comprata subito un’altra, con quella sua incredibile testa folle a cui da piccola mi aggrappavo, criniera del mio cavallo. Alzandomi in punta di piedi apro uno sportello un po’ incastrato, e quasi mi piomba in testa un vecchio diario delle scuole elementari. Inizio a sfogliarlo, e nell’animo mi rivedo a dieci anni, piccola e bruttina, idealista, io che volevo essere amica di tutti, e mi credevo innamorata, pronta a competere, a vincere sugli altri. Ho iniziato allora a vivere. Leggo del mio primo voto brutto, “Lunedì ho interrogato in geografia e stranamente Giorgia non era preparata“, ma è normale, la geografia non mi è mai entrata in testa. Leggo della mia prima nota, “Oggi Giorgia ha rovinato una sedia del refettorio per gioco. Lasciamo a voi la decisione in merito all’intervento più opportuno“. Quanto ci ero stata male, io che avevo staccato un pezzetto di legno dalla sedia, ed ero stata trattata come il peggiore dei vandali, ero stata punita, portata via da una festa di compleanno, e forse soltanto lo sguardo buono delle amiche mi impediva di ribellarmi del tutto. Leggo qualche dedica, persone che oggi ho quasi dimenticato, volti che non so se per strada riconoscerei, amiche che mi scrivevano sul diario “6 carina, 6 vivace, 6 l’amica che mi piace“, avevo dimenticato quel mondo, così sincero, umile, apparentemente perfetto. Chiudo il diario con lo sguardo ancora perso nell’ultimo anno di scuola elementare, quando abbiamo dormito davanti alla vasca dei delfini a Oltremare: è stata la mia prima gita di due giorni, e anche se di tutti quegli anni la mia memoria conserva soltanto sensazioni e poche immagini, quei giorni sono stati speciali.

So che sta per tornare mia madre, ma non rinuncio ad esplorare un ultimo scaffale. Trovo un album di foto, un librone da compilare in cui è scritta la mia storia. E mi vedo neonata, in braccio ai miei genitori, minuscola, fragile, con la testa a pera e il corpo arrossato, mi vedo com’ero, e quanti anni da allora sono passati, quanti ancora ne passeranno. La mia prima parola, i miei primi amici, la prima foto sul vasino, i miei giochi con la duda, la mia bambola nuda, e mia madre che scrive “Giorgia non parla al telefono”. Certe cose non cambiano, non ho mai sopportato il telefono. Ma sfogliando i ricordi della mia infanzia mi rendo conto di quanto io sia grande, e piccola al tempo stesso. E che gioia dev’essere mettere al mondo un figlio, seguirlo nella sua crescita, e ad un certo punto lasciarlo volare. Sono difficile, sono complicata, lo so. E se sbircio il passato quando in casa non c’è nessuno, se ripenso a tutto quello che mi è stato dato, e mi prende una voglia immensa di essere madre, è grazie a chi c’è stato. Anche solo per pochi attimi. È un misto di malinconia ed entusiasmo, per la vita che ho. Ma quella neonata, da quell’album non se me andrà mai. E mi sento pronta a crescere ancora, più di prima, pronta a regalare altri momenti, consapevole che certe età, come certe persone, non possono tornare indietro.

13 commenti Aggiungi il tuo

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie a te di cuore!

  1. oousoo ha detto:

    Wow, son rimasta senza parole. Ti auguro una buonanotte!!

    http://oousoo.org

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie infinite davvero! 😘

  2. Kikkakonekka ha detto:

    Io ogni tanto apro il vecchio cassetto e il vecchio armadio con dentro altrettanto vecchi ricordi di scuola.
    Rimarrei ore a rivedere e rileggere.
    Contrariamente a te amavo la geografia, ed ho interi quaderni che per divertimento riempivo con bandiere, stati e capitali del mondo.

    1. ehipenny ha detto:

      Ah i ricordi di scuola, io ho conservato come una reliquia il quaderno di “storia di Bologna” delle elementari, c’è tutto sulla mia città e tanti miei orribili disegni 😂

      1. Kikkakonekka ha detto:

        “orribili disegni”
        pure i miei. negatissimo

  3. Racconto stupendo, sai, a volte anche io vado in soffitta a curiosare. Adoro la collezione dei vinili di mio padre, diventati miei senza nemmeno dirlo, il giradischi, gli album, le foto, i corredi, vecchi peluche. Una volta cercavo non so cosa e trovai il libretto universitario di mio padre, rosso come il mio, da allora è nella tasca del mio zaino, un piccolo portafortuna 😁
    PS: non sapevo ti chiamassi Giorgia, mi piace. Era il nome di un gatto rosso(maschio) quando ero piccola e attualmente di una gattina sempre rossa.

    1. ehipenny ha detto:

      Mio padre aveva una collezione di vinili immensa, rimasta a casa di mia zia con tanto di giradischi, ogni tanto ci pensiamo a portarlo qui, ma il tempo manca un po’ a tutti… io però non demordo :))

      1. Ti spetta, vedilo come un’eredità 😁

  4. fulvialuna1 ha detto:

    Tuffarsi nei ricordi a volte è salutare.

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