14 dicembre

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Aspetto il Natale con coloro che arrivano, a bordo di un barcone, sulle coste italiane. Una realtà che non possiamo nascondere, o fingere di non vedere. È vero, dovremmo trovare una soluzione, per noi e per loro, ma non è a questo che penso. Non adesso. Penso al Natale che tanti trascorreranno così, nell’attesa di qualcosa che cambi, senza accanto le famiglie, o qualcuno di veramente amico al fianco. Si parlava con un’amica: lei vorrebbe insegnare, nei centri d’accoglienza, l’italiano. Ed io l’ho ammirata, perché c’è chi vuole solo estirpare il problema. Ma noi, noi che a Natale ci riscaldiamo con una calda minestra ed un termosifone, noi che scartiamo i regali nascosti sotto l’albero, con il rischio di farlo cadere, noi che dobbiamo dividerci per accontentare tutti i parenti, perché non ci pensiamo mai? Quali pacchetti potranno scartare? Quale minestra mangiare? Ricordo un incontro organizzato con la scuola, un video del loro Natale: hanno cantato, ballato, riso come ragazzi felici, in una stanza spoglia senza luci colorate. A loro bastava questo. É inevitabilmente un Natale diverso, un Natale che si accontenta di poco, di quell’allegria contagiosa dei bambini, e di un Babbo natale che porti loro un tamburello per suonare. È che noi, la sera della Vigilia, accumuliamo avanzi esagerati e inutili regali. Che cosa sarebbe per loro questo nostro Natale? Quanta ricchezza e quanta discordia verrà spesa come polvere da buttare il 6 gennaio, insieme all’albero di Natale?

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