Un weekend a Parigi

In due giorni non puoi vedere tutto, non puoi nemmeno respirare del tutto la sua atmosfera, o godere della Senna che bisbiglia sotto il rombo del traffico francese. Il mio primo impatto è stato di luce, una luce che fuoriusciva dalla Piramide del Louvre, come un faro nella notte, moderna e caleidoscopica nella piazza. Non era normale, era qualcosa di particolare e stranamente bello, perché nel buio si incontrano vecchio e nuovo, quasi fosse una tela dipinta a più mani nel corso di un millennio. Poi la Cattedrale di Notre-Dame, brillante come una stella, alta fino a sfiorare il cielo, una presenza monumentale che ti lascia senza fiato per poterla descrivere, senza parole per poter raccontare quei dieci minuti di pace. Era pieno di gente intorno, eppure tutto sembrava sfiorare appena il terreno, senza fare rumore. Ho conosciuto la Senna, di notte, nella notte più lunga di Parigi. L’ho vista solcata dai battelli, ricchi ed eleganti, di chi cenava attraversando i quartieri. L’ho vista attraversare i ponti come braccia che che si districano in un complesso labirinto. L’ho ascoltata, cercando di cogliere le sfumature della corrente, ma ciò che mi arrivava era appena un sussurro lieve. Dopo quella prima sera, sono andata in albergo. La stanza era nell’attico, sotto il tetto inclinato, e dal balcone si poteva quasi avere la sensazione di volare.

La colazione veniva servita in una cantina tutta in sasso, in un ambiente caldo e familiare: croissant, pain au chocolat, baguettes, prosciutto e brie, macedonia di frutta, ciambella fresca, era tutto buono come fosse una pasticceria dall’ottimo nome. Eppure camminare di mattina a Parigi, ha un fascino particolare. Erano le otto, e regnava ancora il silenzio. Place des Vosges era avvolta da un’aura di magia pacifica, vuota come un orizzonte appena vicino, con il verde del giardino e i colori dei palazzi attorno, era un Paradiso appena svegliatosi dalla notte fredda di Parigi. C’è di bello che quando cammini per una città nuova, scopri a volte vicoli inesplorati, un giardino botanico, uno scorcio sulla Senna ancora coperta da un velo di foschia grigia. E’ un perdersi e ritrovarsi cercando sulla cartina. Come una caccia al tesoro. E’ così che siamo arrivati alla Basilica del Sacro Cuore, in cima alla funicolare, imponente a nascondere un minuscolo villaggio di strade, affollate dai pittori amatoriali e ritrattisti. Ho trovato la folla, qui. Quella che però ti accerchia di una sensazione piacevole, di essere nel posto giusto al momento giusto, non ti fa girare la testa, perché il solo rumore è quello dei passi sull’asfalto ingombro. Un altro simbolo di Parigi è la Tour Eiffel. Come descriverla? Le aspettative erano grandi, e prepotenti. Ma il colosso di metallo si ergeva in alto come un mostro pronto a muoversi, e posava le quattro zampe sul terreno, stanco. Non credo sia una torre come le altre. Non è solo alta, grossa, pesante. Ha un’anima strana, con gli ascensori che salgono obliquamente da ogni lato, con degli incastri da industria meccanica, come fosse l’interno di un grosso ingranaggio. Al primo piano, un ristorante. Abbiamo pranzato qui, un cibo scadente ma una vista meravigliosa, una Parigi vista dagli spazi cavi della struttura. Gli ultimi spruzzi di sole hanno illuminato la crociera sulla Senna, seduta sul tetto di un battello lungo e piatto. Non m’importava del freddo, nemmeno della pioggia che ad un certo punto ha iniziato a cadere. Scorreva davanti a me Parigi come una vecchia pellicola fotografica, quegli antichi negativi che tutti guardavano mettendoli davanti al naso, perché i dettagli erano quasi impercettibili. C’era silenzio, sulla Senna. Come se quel fiume imponesse ai parigini di tacere.

Ai primi bagliori della notte, invece, Place Vendôme si apre come un libro incastonato d’oro. Il sole di Louis Vuitton brilla sulla facciata del palazzo. L’hotel Ritz accoglie lussuose Porche e Aston Martin. La colonna della Grande Armata ricorda la colonna Traiana di Roma, e ti fa sentire a casa. Ma c’è una cosa che mi fa effetto pensare: fu da quell’hotel che Dodi Al-Fayed e Lady Diana andarono a morire, nel tunnel di Pont de l’Alma. Soggiornavano lì, a pochi passi da dove mi trovavo io. Ecco, mi fa pensare a quanto possa essere a volte piccolo il mondo. Poi, tutto attorno alla ricchezza placcata d’oro, sedevano famiglie di senzatetto, padri, madri, figli, con le coperte addosso. Sono passata loro accanto, guardandoli negli occhi. Non posso dire cosa io abbia provato, forse soltanto un immensa tristezza, di quelle cupe e apparentemente immotivate, per la miseria del mondo. Erano i bambini che mi chiedevano in francese di aiutarli, ed io non ho fatto niente per loro. Erano bambini senza niente, soltanto una coperta, insufficiente per il freddo che faceva, stretti tra le braccia della mamma, o sdraiati nel tentativo di prendere sonno. A Parigi è pieno di senzatetto. Ma tra le vetrine delle grandi firme, ancora di più. Come se vi fosse la speranza che qualcuno trovi nel suo cuore il coraggio di donare. Ma non ho visto fermarsi nessuno. E’ stato il luogo più triste di Parigi, e ancora ho davanti agli occhi lo sguardo opaco del bimbo, con le mani tese verso di me, ed una lingua che io non ho capito.

L’ultimo mio giorno a Parigi è cominciato con la passeggiata sulla Promenade Plantée, una ferrovia dismessa trasformata in un lungo percorso verdeggiante, affollato di corridori e famiglie, profumato di fiori, colorato come una tela autunnale. Non aveva niente, nessun monumento, nessuna statua, nessuna importante targa commemorativa. Ma avrei potuto camminarci per ore, e stupirmi dei vivi colori caldi delle foglie più alte, in contrasto con l’azzurro del cielo, il verde dei prati, e poi arrivare sul ponte, e rimanere a guardare la distesa di natura fiorente di novembre, come fosse un altro pianeta. L’ultima cosa che ho visto di Parigi è stato l’Arc de Triomphe. Ho camminato lungo il viale dei Champs-Élysées, protetti da un camion sormontato da un trattore, da una fila d’auto della polizia, e dai controlli all’ingresso e davanti ad ogni negozio. La bellezza di un viale lungo e immenso, adornato da tanti grandi e ricchi locali, dai cantanti di strada con la chitarra e la voce, dagli alberi perfettamente curati, rendeva la mia passeggiata una specie di film. Ma c’era forse un’aria diversa, in tutta quella protezione. Si sentiva sulla pelle: è qui che c’è stato uno degli attentati alla Francia. Qui, sul viale dei Champs-Élysées. Non si può dimenticare, non ci si riesce.

Tutto questo è stato Parigi in appena due giorni. Quante cose che non ho visto, quanti angoli che non ho esplorato, quanti monumenti che ho soltanto osservato da lontano. Vorrei tornarci, anche domani. Perché è la città degli innamorati, ma io mi sono innamorata della Senna.

25 pensieri su “Un weekend a Parigi

  1. Mi hai fatto rivivere Parigi che ho ” vissuto” per una settimana in viaggio di nozze ( la seconda settimana fu Londra ).. Hai saputo rendere della città tutta la sua magia. E ti dò ragione : non si può dimenticare la Senna. Bravissima cara. Un abbraccio. Isabella

    • Grazie a te, davvero! Te la consiglio molto, anche solo per due giorni, e magari nel futuro altri due giorni… credo ci siano città che meritano di essere assaporate, o anche solo assaggiate :))

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