Indivisibili

Forse un film che puoi solo amare od odiare. Come tante altre cose, del resto. Ma leggendo le recensioni ho trovato una sola e riproposta accusa: il dialetto napoletano. È vero, il film è in dialetto stretto. Lo ammetto, ho usato i sottotitoli. E certo non è la commedia risibile con cui trascorrere un sabato sera tra amici. È uno scenario buio, oscuro, povero, un Castel Volturno ancorato a sé stesso, incapace di evolvere. E tra i rottami delle discariche, tra le superstizioni religiose, tra il mare e le spiagge selvagge, si districano nel labirinto due gemelle siamesi. Dasy e Viola, un corpo unico, tenuto insieme all’altezza del fianco. Nel capolavoro che il film non riesce ad essere, emergono le difficoltà di diciotto anni insieme, i sogni impossibili, le domande mai poste, le costrizioni di un padre illetterato che non conosce altri mondi, altre possibilità, una madre assente e continuamente drogata. Un corpo che diventa un giocattolo, un fenomeno da baraccone. Davanti ai loro occhi si apre il pregiudizio, l’ignoranza, i semplici e barbari costumi della zona, che non riescono separarsi dalla propria terra. Eppure cantano con il sorriso, con la naturalezza di chi è inconsapevole di tutto, perfino di sé stesso. Gioca con le parole, la pellicola. Con i Ti voglio bene sinceri, con le menzogne e il rifiuto di parlare, con l’incapacità di accettare che possa esistere qualcos’altro. E’ un idillio perfettamente costruito, un equilibrio che si regge sul vuoto grazie ad un filo sottile, ma Dasy e Viola cosa ne sanno? Dallo sguardo dissacrante del regista emerge innanzitutto una cosa: l’assurdità. Assurdo credere che un padre, una madre, un prete, una società tutta possano desiderare tutto questo. Assurdo che il male a volte possa giacere così, nascosto dietro l’apparente impossibilità di cambiare, dipinto di colori vivaci perché possa attrarre un bambino, raccontato come una fiaba da ricordare durante la notte.

“A noi non ci serve niente e nessuno. Volete il cellulare? E papà ve lo compra. Volete il computer? E che problema c’è. Tutto quello che volete a papà vostro.” (Peppe)

Come un accordo dissonante, lo sguardo passa da un cuore all’altro, mostra sentimenti contrastanti e straniati, il bisogno di mantenere fermo il presente, bloccare lo scorrere del tempo, l’incapacità di accettare che i figli crescano, che diventino adulti. Peppe è un padre con tanti errori sulle spalle, e una ferita al costato tatuata in nero, come Cristo. E’ artefice e al tempo stesso vittima di un mondo che non si muove, che cammina con la faccia voltata all’indietro, che guarda al passato come un traguardo da varcare infinite volte, in un cerchio senza fine. Sbaglia, ma non si riesce a condannarlo, perché la cattiveria sfuma davanti all’ignoranza, sfocia in un pensiero di pietismo. Ma un giorno un medico di Ginevra squarcia l’alone di innocenza che si rifletteva nei giovani sorrisi.

“E non vi vergognate? (…) guardate, io non capisco perché due ragazze così belle le state facendo vivere come due handicappate”

È da questo momento che l’occhio del regista cambia, si risveglia da un torpore forzato mostrandoci la lotta per la vita, quella vita normale che le gemelle non hanno mai avuto, e il desiderio di viaggiare, di ballare, di bere un bicchiere di vino, di fare l’amore. Sono biologicamente un corpo solo, ma Dasy e Viola cominciano a separarsi così, con l’amore, le aspirazioni, le prospettive, i sogni, due strade che divergono al bivio e mostrano il buio. Non è facile cambiare tutto, cambiare addirittura corpo, la sola cosa che ci appartiene dalla nascita, che conosciamo e che abbiamo imparato in un modo o nell’altro ad accettare, ad apprezzare, ad amare. Non è facile rinunciare alle sicurezze per scoprire un nuovo modo di vivere. Non è facile rinunciare l’una all’altra, come un pezzo speculare della propria anima, complete assieme, felici assieme. La loro è una lotta disperata quanto surreale, una lotta dominata dalla voglia di riscatto, senza un percorso tracciato, senza la capacità di essere furbe per davvero, perché ogni porta viene loro chiusa in faccia. Attraversano su quattro piedi una terra abbandonata, sola. L’istinto forse vorrebbe gridare, denunciare questa mancanza di ragione, questo vendersi e prostrarsi davanti alle statue di gesso, con gli occhi ciechi e la mente manipolata dall’alto, inconsapevole, ma a diciotto anni vincono gli ideali, la forza vitale che un giorno andrà scemando, e svanirà fino all’ultimo il respiro.

“Come sta funzionando per te? Non ho capito. Che se ci andiamo a mangiare un gelato, ci stai pure tu? Ci andiamo a fare una camminata e ci stai pure tu? Ma ci devi sempre star pure tu?”

“Ma che fastidio ti do, scusa? Metto le cuffiette. O no?”

“Viola, ma tu non ti sei stufata di stare attaccata a me?”

Ma perché dici così, io ti voglio così bene.”

“Pure io ti voglio bene, però mi sento come dentro una gabbia. (…) Viola, io voglio viaggia’, io voglio balla’, io voglio bermi un po’ di vino, però senza la paura che ti ubriachi pure tu. Viola, io voglio fare l’amore, capito?”

Il regista pare chiedersi quasi: perché? Perché la gente comune non riesce a vedere tutto questo? Perché nemmeno il padre o la madre? Preoccupati di cucire per loro i vestiti più belli, fatti su misura, d’argento brillante con le gonne simmetriche, o la salopette di jeans che si adatti a quel corpo mostruoso e portatore di fortuna. Preoccupati di apparire, di comprare la bella casa e arredarla come la moda vuole, forse illusi di essere preoccupati per le proprie figlie: è quando le perdono, che si aprono gli occhi davanti alla verità.

“Ma che possono fa’? Quelle son due handicappate, che possono fa?”

“No Pe’, quelle sono più normali di me e te”

E’ strano seguire il film con i sottotitoli, e cogliere dal dialetto le emozioni soltanto, gli sguardi in silenzio, i toni della voce, le grida di Dasy e Viola che discutono senza potersi allontanare, senza riuscire a distogliere la faccia, a scappare dai problemi da sole. Sono sempre state questo: un corpo solo. Un’immagine nelle fotografie dei passanti, un intrattenimento per i matrimoni, un clown. Uno solo. Entrambe unite dallo stesso destino, dalla stessa forza e dalle stesse debolezze. E’ così che quando iniziano ad essere due persone vere, la paura rimbalza come un muro che preme sul fianco, ed è emblematica forse quella frase, “Tu sei più forte di me“, che Dasy sussurra con le lacrime agli occhi. Non lo sappiamo chi fosse più forte. Ma al di là di ogni legame fisico, sappiamo che un legame di sangue difficilmente si spezza, attraversa oceani e deserti di polvere, battaglie, fughe e bravate, ma quando giungerà ad una curva cieca, e la percorrerà ad occhi chiusi, se possibile, ne uscirà ancora più forte di prima. E due gemelle siamesi, prima di ogni altra cosa, sono due sorelle.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Aria Mich ha detto:

    La trama mi piace moltissimo!! Grazie per la condivisione 😀 per di più sono napoletana

    1. ehipenny ha detto:

      Ottimo! Allora per te niente sottotitoli 😁

  2. Judith ha detto:

    Ho avuto modo di vedere questo film qualche tempo fa’. Molto forte, molto suggestivo. Ti proietta nella cruda realta’ dell’ignoranza, della superstizione, dell’egoismo per terminare con un riscatto agrodolce. A me piacque. 😀

    1. ehipenny ha detto:

      Perfetto riassunto, è un film molto vero, e di solito i film di questo tipo o li ami o li odi… almeno credo 🙂

      1. Judith ha detto:

        si’. Io ti diro’… purtroppo sono sempre un po’ prevenuta per cio’ che concerne la cinematografia Italiana. Abbastanza raramente mi piace. Eppure di questo film ho apprezzato praticamente tutto. E come te credo che sia si’ uno di quei film i cui ti viene da schierarti o solo pro o solo contro 😀

      2. ehipenny ha detto:

        Anch’io, di film italiani ne ho visti pochi e pochi mi sono rimasti impressi… non é semplice in fondo colpire, ma questo film ha qualcosa che ti resta 🙂

      3. Judith ha detto:

        decisamente si’ infatti e’ stato bello ricordarselo leggendo la tua recensione 😀 quindi grazie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.