Memorie di Adriano, Marguerite Youcenar

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Del mondo romano non posso aver vissuto niente. Non posso dire di ricordarlo, o di averlo mai avuto chiaro nella mia mente. Troppo lontano, troppo diverso, troppo alle origini di ciò che siamo diventati. L’ho studiato, al liceo. E a leggere questo romanzo ho ritrovato tutto, tutto quello che pensavo di aver perduto, nell’oblio della dimenticanza, perché in fondo si dice che la maggior parte delle lezioni non restano mai. Adriano, imperatore romano, successore di Traiano, scelto per adozione. La scrittrice si inserisce alla perfezione nella sua mente, dirige i pensieri artificiosi e le riflessioni, come un regista di un film, ne compone la personalità, gli amori, le passioni, perfino il suo modo di giudicare sé stesso. E’ un diario che Adriano dedica a Marco Aurelio, sul finir della sua vita. In esso vi è un’enorme porzione di vita, apparentemente come proiettata sul muro, intoccabile, incompatibile con le nostre vite di moderni occidentali, ma tutti quei personaggi che fanno la propria comparsa, e parlano, discutono, agiscono, combattono, in qualche modo riempiono le pagine. E’ un romanzo che si legge come fosse il diario di un amico. Non vuole far altro che parlare, riflettere, ricordare e giudicare i propri successi e le proprie imperfezioni, lasciare a Marco Aurelio una testimonianza di un mondo destinato a sparire.

“Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo” (Flaubert)

Forse a volte ci risulta incomprensibile, pagine riempite di riti religiosi, di nomi, di vivande e di vestiti passati, si esplora un giardino immacolato, che nessuno può distruggere, rovinare, cambiare, un prato sempreverde, dominato dai grandi vincitori, dalle battaglie memorabili, dagli eserciti, e dai piccoli omuncoli che per qualcuno sono stati tutto. Come Antinoo, l’amore segreto e insaziabile di Adriano, poco più che un ragazzo, purissimo, innocente come ogni giovane. O come Attiano, suo uomo di fiducia, suo protettore, premiato per l’animo nobile e generoso, pronto e coraggioso. La vita dell’Imperatore non è stata un’avventura speciale, ma una continua ricerca della pace per il suo popolo. Le guerre, le battaglie, sono descritte come una grossa macchina che lacera i corpi, gli stati, le campagne, una distruzione che annulla ogni progresso della civiltà, sia essa romana, gallica, britannica, ebraica. Ciò che realizza veramente una persona sono quei movimenti tutti interiori, che sulla pagina risaltano, nelle digressioni della penna, quando la collocazione geografica si disperde e sulla tela compare il ritratto della vita di Adriano, quella nascosta al pubblico, quella fatta di interessi, dell’amore per la cultura greca, per Atene, ed il ricordo dei suoi anni giovanili, tutti di sregolatezze e avidità di sapere, di errori e piccoli rimedi. Nei libri scolastici vengono posti dei paletti cronologici, vengono definite le riforme, le opere imperiali. Ma Marguerite Youcenar riesce a guardare oltre, a vedere nel volto scolpito sulle statue una persona diversa, anzi, due: l’inaffondabile guerriero e l’innamorato straziato. Sono quasi due facce contrapposte, che vengono fuse in un unico personaggio tragico, destinato per forza di cose a morire. La forza di tutto questo è che Adriano non muore tra le righe, Adriano scrive fino ai suoi ultimi giorni di vita, per poi scomparire nello spazio bianco dell’ultima pagina, una morte immaginata, che non sappiamo come sia stata, se abbia sofferto, e chi lo abbia trovato inerte sulla lettiga.

«Natura deficit, fortuna mutatur, deus omnia cernit.» La natura ci tradisce, la fortuna muta, un dio dall’alto guarda ogni cosa. […]
Là dove un tessitore rattopperebbe la sua tela, dove un calcolatore correggerebbe i suoi errori, dove l’artista ritoccherebbe il suo capolavoro ancora imperfetto o appena danneggiato, la natura preferisce ricominciare dall’argilla, dal caos; e questo sperpero è ciò che si chiama l’«ordine delle cose».

Vi è la consapevolezza che un giorno il mondo romano finirà. E’ una cosa che difficilmente ci si aspetta, perché nell’immaginario comune l’uomo romano è il dominatore del mondo, quello che scavalca ogni confine, quello che ha fatto di Roma una città eterna. Ma gli dei dicevano altro. Quello di Adriano è un momento di svolta, sono gli inizi del Cristianesimo, l’inizio della crisi dell’Impero, ma nel diario i dolori più forti sono le emozioni per gli altri, per Antinoo, per Svetonio, per Lucio, i rapporti ambigui con la moglie, le decisioni sofferte. Tutto ha una sorta di intimità, la forma di una confessione amichevole, un racconto di un vecchio a suo nipote, raccolto al capezzale. Gli ultimi anni, o giorni di vita di Adriano, sono forse i più umani, anni di un uomo malato, che vede le sue forze esaurirsi ma la sua necessità di operare ancora instancabile, un uomo oppresso dal Fato che ha deciso di portarselo via, un uomo che è stato Imperatore, e che ripercorre la sua vita come qualcosa di assolutamente lontano. La malattia è tragica, sempre. Le lacrime degli amici sono descritte con una sola parola, “lacrime”, perché la verità triste risalti come una macchia nera sulla parete bianca.

“Qualsiasi felicità è un capolavoro: il minimo errore la falsa, la minima esitazione la incrina, la minima grossolanità la deturpa, la minima insulsaggine la degrada.”

Probabilmente di Adriano rimarrà sempre e soltanto questo: un racconto che una scrittrice ha elaborato, dopo anni di indugi, perché “ci sono libri che non si dovrebbero osare se non dopo i quarant’anni. Prima di questa età si rischia di sottovalutare l’esistenza delle grandi frontiere naturali che separano, da persona a persona, da secolo a secolo, l’infinita varietà degli esseri o, al contrario, di attribuire un’importanza eccessiva alle semplici divisioni amministrative, agli uffici di dogana, alle garritte delle sentinelle in armi. Mi ci sono voluti questi anni per calcolare esattamente la distanza tra l’imperatore e me” (dai Taccuini di appunti). Questa distanza oscilla, tra il ruolo di figura massima dell’Impero e il ruolo di uomo comune, affetto dalle quotidiane e fatali sollecitazioni dello spirito, dalle indecisioni tenute nascoste, perché avrebbero potuto essere colpite da frecce mortali, dalle paure di non farcela, le paure di aver sbagliato tutto, o di vedere il proprio tutto cancellato. In ultimo, la paura della morte, che Adriano riesce a superare forse nelle ultimissime pagine, una paura che regala a Marco Aurelio, intrisa nel suo diario di morente. Ma il senso non è la disperazione, o il rifiuto del destino, il desiderio di fuga: c’è una voglia diversa, in questo diario, la voglia di richiamare il tempo antico ed innalzarlo a qualcosa di estremamente vicino, comprensibile, chiaro, limpido come non lo era mai stato. Adriano parla in prima persona, a Marco Aurelio, ma è come se stesse parlando direttamente con noi. Vuole forse dirci che la natura fa il suo corso, sempre, e non risparmia le bestie, non risparmia gli uomini, non può impedire il male come non può impedire il bene, eppure ogni vita avrà avuto un senso, una volta conclusasi, che qualcuno, di grande o di minuscolo, vorrà ricordare.

“In un certo senso, ogni vita raccontata è esemplare; si scrive per attaccare o per difendere un sistema del mondo, per definire un metodo che ci è proprio. Ma non è meno vero che le biografie in genere si squalificano per una idealizzazione o una denigrazione a qualunque costo, per particolari esagerati senza fine o prudentemente omessi; anziché comprendere un essere umano, lo si costruisce.” (dai Taccuini di appunti)

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. loredana ha detto:

    L’ho riletto qualche tempo addietro, questa volta direttamente in francese…Fatica improba, però ne valeva la pena.

    1. ehipenny ha detto:

      Wow, i miei complimenti! Io non avrei mai potuto, non conoscendo il francese… ma ammetto che i libri in lingua originale meritano 🙂

  2. Erik ha detto:

    l’ho letto diversi anni fa, ma ho ancora ricordi estremamente interessanti legati a questa lettura, secondo me grande lavoro della Youcenar

    1. ehipenny ha detto:

      Sono d’accordo, non pensavo che mi sarebbe piaciuto :))

  3. Erik ha detto:

    “eppure ogni vita avrà avuto un senso, una volta conclusasi, che qualcuno, di grande o di minuscolo, vorrà ricordare.” magnifica!

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie di cuore! Penso riassuma appieno il senso del romanzo :))

      1. Erik ha detto:

        Concordo…

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