Estratto immaginario #13

Sognava, immersa in una nebbia folta che le lasciava intravedere appena le cime dei monti, e il volto di sua madre che si confondeva con l’orizzonte. Era salita sul treno da pochi minuti, e ancora reggeva in mano quel vecchio diario impolverato, che ad ogni fermata scivolava sulle sua ginocchia minacciando il pavimento. Forse nemmeno si era accorta di essersi addormentata, cercava il suo paese, allungando le mani nel buio del suo sogno, ma riusciva ad afferrare solamente il suo vestito sporco, stringendolo con le dita quasi avesse paura di perderlo. Non dormiva da giorni, non le importava che il sedile fosse duro e scomodo, nemmeno che qualche passeggero la guardasse con sguardo duro, ormai non vi faceva più caso. Era come se tutto il suo mondo si fosse ridotto ad una sola unica strada, come se il suo compito fosse solamente quello di seguirla, e Rebecca era disposta a sacrificare qualsiasi cosa per farlo. Forse tutto, tranne quel diario in pelle che ondeggiava chiuso tra le mani violacee. 

Il treno borbottava e nel mentre attraversava una pianura sconfinata che Rebecca non avrebbe saputo riconoscere, ora così ingiallita dall’autunno, così spoglia e secca da sembrare un vecchio tappeto logoro. La sola cosa che nel sogno riusciva a percepire era la nebbia che avvolgeva tutto, e a tratti penetrava dal finestrino aperto facendola rabbrividire. Regnava il silenzio, come nella quiete di Rebecca, cullato solamente dal vento prepotente e dal ticchettio di un orologio, era un silenzio piacevole, che sembrava abbracciare il suo corpo sfinito e sussurrare alle sue orecchie un nome: quello di sua madre. E lei lo ripeteva senza accennare ad un sospiro, senza neppure muovere le labbra, sentiva quel nome rimbalzare nella sua testa ma non riusciva ad aprire gli occhi, non riusciva a cercare un altro sguardo che non fosse il suo.

Un rumore assordante sconvolse il suo sogno segreto come il tuono prima di un temporale, Rebecca cominciò a correre nella nebbia, a grandi balzi per scansare le radici, e si ritrovò d’improvviso sui binari solitari di un treno, allungò il piede che vi rimase incastrato, e il freddo del metallo la fece risvegliare. Scorse un ragazzo, avvolto dalla nebbia della sua vista disabituata alla luce, era biondo, concentrato a leggere una pagina di diario scritta in inchiostro nero. “Ehi!”. I loro sguardi si incrociarono, per un singolo istante, ma Rebecca ancora ricordava la voce di quell’uomo che l’ammoniva, doveva ritrovare sua madre, e si era promessa che non avrebbe avuto altri pensieri per la testa. “Ti è caduto, e mi sono permesso”, “Dammelo”. Il ragazzo indugiava, accarezzando la copertina di pelle strappata negli angoli. “Scrivi bene. Sei per caso una scrittrice?”, “Devi avere proprio una sviluppata fantasia per credere che una fantomatica scrittrice sieda su di un treno scassato come questo, lasciando cadere la propria opera più importante al centro del vagone senza preoccuparsi minimamente degli sconosciuti curiosi e senza dubbio inopportuni. Sai?”. “Sì”. “Posso riaverlo o devo pagare una cauzione?”. Il ragazzo indugiava ancora, e Rebecca iniziava a spazientirsi, sapeva che cosa conteneva quel diario, e non poteva permettersi di perderlo. “Senti, tu, fa’ conto che non ci siamo mai parlati, dammi quel diario e lasciami in pace”. 

Le consegnò il diario con un sorriso appena accennato, e chiese “Dove vai?”. “A San Ginesio. Ci abita mia madre”.

“Sono Giulio. Piacere”. Rebecca si sentì afferrare lo stomaco, come se quel nome avesse aperto un’altra voragine dentro di lei, ed ora il sogno era nuovamente avvolto dalla nebbia, ma il volto di un bambino sembrava condurla avanti, oltre i binari solitari di un treno. Aveva i capelli biondi ed uno sguardo morbido, quasi adulto nonostante i suoi pochi anni di età, forse tre, quattro circa. Le teneva la mano e la incoraggiava a proseguire, poi ogni tanto si fermava e la guardava negli occhi, si perdevano così l’uno nell’altra e per un istante non rimaneva che la nebbia fitta e il rumore lontano di un treno.

“Giulio! Per l’amor di Dio, Giulio, torna indietro!”. Era la voce che aspettava da anni di sentire, ed ora un pezzo del suo passato sedeva nel suo stesso vagone del treno. Ancora non aveva risposto, le parole sembravano morire nella sua gola, perfino il suo nome le sembrava un ferro ardente da ingoiare, bloccato là dove bruciava fino a farla piangere. 

“Guarda che lo so chi sei. Volevo solo dirti che sono Giulio. Piacere. Anch’io vado a San Ginesio. Se vuoi dormire ancora, ti posso svegliare quando stiamo per fermarci. Bel diario, Rebecca”.

3 commenti Aggiungi il tuo

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie, davvero! :))

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