Un film: “Qualcosa di buono”

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Tanto si capisce sempre troppo tardi che arrendersi è il più idiota degli errori
(Kate, dal film “Qualcosa di buono”)

Credo siano pochi i film che sanno lasciarti qualcosa dentro. Io li chiamo bei film. E i bei film non si dimenticano. Ti lasciano con milioni di domande senza risposta, infinite ricerche da intraprendere, la voglia di scoprire qualcosa, di conoscere, di essere un poco più parte del mondo. Questo bel film racconta la storia di una donna, Kate. Una donna che apparentemente ha tutto, una bella casa, un marito, i soldi, una donna che apparentemente vive una vita perfetta, suona il piano, è felice. E poi c’è la sla. Sclerosi laterale amiotrofica. La prima domanda che forse il film mi ha lasciato è semplice, quasi sarcastica: sappiamo davvero che cosa sia la sla? No, non parlo della definizione da vocabolario, non parlo delle terminologie mediche o dei processi sottocutanei che avvengono. Che cosa significa avere la sla? Ecco, non è soltanto perdere l’uso degli arti, sentire i muscoli scomparire giorno dopo giorno, perdere la parola, l’indipendenza, la possibilità di fare o di dire quello che si vuole. È qualcosa di più. È sentire il corpo morire ogni giorno di più, e poter ancora contare tutti quegli anni che non potranno mai essere vissuti. È la consapevolezza di aver perso un enorme pezzo di libertà, con la sola certezza che ciò che rimarrà non sarà altro che la libertà di un vegetale: di continuare a respirare. Fino a quando non ci sarà più concesso nemmeno quello. Non voglio stare qui a giudicare il lavoro degli attori, dei registi, o gli incassi che ha fatto e non ha fatto, perché un bel film non è soltanto questo. Allora potrebbero essere tutti dei bei film, vuoti e costruiti come una costruzione di Lego: perfetti. Ma questo film magari non è perfetto, questo film comincia con una tragicomica scenetta, di una giovane universitaria, Bec, che si propone come assistente della donna, e per aiutarla ad andare in bagno finisce con il sedere per terra, fa ridere, nonostante da ridere non ci sia assolutamente nulla. Ma perché è un bel film? Forse perché riesce a trasmettere l’importanza di una cosa: la forza vitale, l’energia, la fiducia nel futuro, la voglia di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, eppure con la stessa intensità di chi ha davanti una vita intera. Anche quando è consapevole di stare per morire, anche quando il suo corpo si arrende alla malattia, a quella carrozzina elettrica che non avrebbe mai voluto mostrare, anche allora Kate riesce a sorridere, con quel solo muscolo che riuscirà a muovere fino all’ultimo istante della sua vita. E ci riesce perché non pensa di essere malata, non rinuncia a tutto quanto per chiudersi in sè stessa, non dimentica il sole, il supermercato, le feste dei bambini, e ogni giorno dimentica la pronuncia di una parola, ogni giorno le sue dita sono sempre più marmoree, ma non si arrende, perché sarebbe “il più idiota degli errori“. La sla, che cos’è la sla? Una malattia bastarda che ti priva della tua umanità. E non ti resta che guardare il mondo come uno spettatore catapultato sul palco, senza poter fare niente, nemmeno un piccolo passo, volgare la pagina di un libro, fare una carezza, stringere in un abbraccio un bambino. È come se un grosso braccio scendesse dal cielo per rubarti sempre un giorno in più, fino a lasciarti soltanto l’ultima notte, inerte a guardare il soffitto, e accanto il silenzio e il rumore della ventilazione. Kate e Bec erano mente e braccio, pensiero e forza, e l’una non era niente senza l’altra. Che cosa insegna questo film? Forse a fare “qualcosa di buono“, rinunciando ad un milione di possibilità, per gettarsi in un romanzo senza lieto fine, e ritrovarsi tra le mani una responsabilità grande quanto un corpo umano. Ma non è soltanto questo. Non si è responsabili soltanto del corpo, anzi, il corpo non esiste più. Resta soltanto un animo rinchiuso tra le ossa immobili, destinato a desiderare all’infinito senza potere mai. E quel “qualcosa di buono” è un niente, per la vita completa che la fortuna ci ha concesso, cucinate, leggere un libro, muoversi, fare la doccia, sono gesti quotidiani che Kate non riesce più a fare, non ci riesce Kate e non ci riesce nessun malato di sla. Si può fare qualcosa di buono, si può rendere questa sottospecie di vita un poco migliore, con l’amore e lo spirito necessario, si può andare oltre i calcoli della sopravvivenza, oltre le barriere fisiche della malattia, si può essere felici anche senza più un corpo. È un film particolare, questo, e non racconta una storia perfetta, bellissima, una storia d’amore, una storia di amicizia, no, racconta qualcos’altro. Il rapporto di ammirazione, quel legame indissolubile che lega le due donne, così vicine l’una all’altra da confondersi, a volte, perché una è la mente e l’altra è il braccio. Il film racconta di come la malattia possa cambiare la tua vita, e non soltanto la tua. Cambia quella di tuo marito, delle tue vecchie amiche, dei tuoi genitori. Cambiano talmente tante cose che forse nemmeno te ne accorgi. Ma quando al tuo fianco hai la persona giusta, quando trovi in qualche angolo la forza per andare ancora avanti, ecco, allora avrai vinto la malattia. Si muore, certo. Perché la sla uccide. È quella malattia che ti spegne a poco a poco, senza fermarsi mai, e a volte precipita, altre volte sembra arrestarsi, ma ricomincia, ricomincia sempre. Questo film ti lascia inevitabilmente qualcosa. Non è tanto la morte, è qualcosa che va oltre il corpo. Ti lascia con mille domande su che cosa si provi ad avere la sla. Mi chiedo come si possa sentire una persona costretta su di una sedia, senza poter più muovere un muscolo, senza poter voltare la testa di un centimetro, senza poter abbracciare i propri cari, come può sopravvivere un’anima senza poter interagire con il mondo, senza poter sfiorare la realtà? Ti lascia un po’ l’amaro in bocca, questo film. Perché, è vero, forse non sappiamo davvero che cosa significa sla. Non è soltanto sclerosi laterale amiotrofica. È un’enorme pressa che si abbatte anche sulle vite più apparentemente felici, e le distrugge. Una pressa che se ne frega se sei giovane, se hai dei sogni da realizzare, se vuoi suonare al pianoforte quel nuovo brano, ti schiaccia in ogni caso, perché così ha deciso. E in questo film, è stato il turno di Kate. Ma quante Kate ci saranno da qualche parte nel mondo? Quante saranno sole, tristi, incatenate alla propria condizione di malate senza riuscire a liberarsene? In questo film non c’è soltanto una Kate e una Bec, ci sono tutte le Kate e tutte le Bec del mondo, assieme per dirci chiaramente ad alta voce che si può sempre fare “Qualcosa di buono”.

11 commenti Aggiungi il tuo

  1. kikkakonekka ha detto:

    Purtroppo ho una ex collega con la SLA.
    E il fatto di saperlo e di rendersene perfettamente conto è anche peggio che averla.
    Almeno con l’Alzheimer non te ne rendi conto.

    1. ehipenny ha detto:

      Dev’essere terribile come non possiamo nemmeno immaginare…

      1. kikkakonekka ha detto:

        Non sono tecnicamente suo “amico”, mi informo su di lei in modo indiretto mandandole a voce qualche saluto saltuario.

      2. ehipenny ha detto:

        Fai bene, sono piccoli gesti, piccole attenzioni, ma sono sempre importanti 🙂

  2. silviatico ha detto:

    Bel post, dedicato ad una delle malattie più terribili e mortali, raccontata in un film di gtande impatto emozionale…
    Un saluto ed fiore

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Sono quei film che vorrei si conoscessero, forse i pochi che mi restano nella memoria…
      Un sorriso 🙂

      1. silviatico ha detto:

        Sono appena andato a vedere “L’inganno”della Coppola. Debbo dire ch’era molto meglio la lettura che ne dava Don Siegel….
        un sorriso di sole

      2. ehipenny ha detto:

        Non lo conosco, in realtà della Coppola ho visto un solo film… mi manca la sua filmografia 😀

      3. silviatico ha detto:

        E’molto interessante come regista. Ho visto di suo anche “Lost in translation”…

      4. ehipenny ha detto:

        Colmerò queste lacune :))

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