Un ultimo diciottesimo

L’ho vissuto da diciottenne anch’io, e questo è un pro-contro, o contro-pro, dell’essere nati a novembre, sotto le piogge autunnali. Ambientazione? Mio padre ha condotto l’auto in una stradina grande quanto un marciapiede, nel pieno della campagna e della discarica naturale di plastica, ha proseguito imperterrito fino ad una piscina verde stagnante, e mi ha scaricata. Elegante lo ero, in fondo ero stata ossessivamente minacciata dalla festeggiata, con un dress code da militare. Con il risultato che m’è toccato uscire con quarantacinque gradi per comprare una gonna, articolo non contemplato dal mio armadio, e poco ci mancava che mi facesse comprare anche un paio di sandali. Per lo meno se ci fosse stato il due per uno. Mi ha comunque proibito le Converse, le scarpe che tutti anno, le scarpe che tutti indossano in discoteca. Detto ciò, sono arrivata nella mia eleganza ancor prima della festeggiata, la quale sfoggiava un bell’abito lungo fiorato e scomodi tacchi. Ma che potevo pretendere, era la festeggiata. Il resto del branco ostentava comodamente i fantomatici jeans strappati da espulsione e le MIE Converse bianche che giacevano abbandonate a casa. Non potevo nemmeno permettermi un tocco di rossetto, perché il mio si era irrimediabilmente squagliato come se qualcuno lo avesse passato nel microonde. Superato il colpo al cuore del campo vestiario, ci travolge con irruenza entusiasta la madre di un’amica: a che scopo raccontarvelo? Perché ballava. Ballava come le veline di Striscia la Notizia durante la sigla. Ballava con una faccia felice, da pubblicità, mentre la mia sembrava quella di una malata terminale. Umiliata da una madre con una vita sociale più attiva della mia. Si può? Senza contare il disgusto davanti alla coppietta di fidanzati, mentre io di ragazzi non ne vedo nemmeno l’ombra o il contorno, sono peggio di ologrammi, sono spiriti invisibili. Il nostro tavolo pareva quello di Artù, un disco dal diametro di quattro metri, un ufo adibito alla ristorazione. Acqua, coca cola, vino. Un mischione suicida. Un pranzo da ristorante stellato con primo secondo contorno e dolce, come se non fosse pieno agosto, come se non ci fosse un esercito di mosche assassine, farfalline notturne e millepiedi, come se fossimo tutti a digiuno da settimane. E vai di vanga piena di pasta, e vai di roastbeef grande quanto un lenzuolo, e vai di insalatina scondita che pareva carta riciclata. La mia sola preoccupazione era bere qualche bicchiere di vino, per affrontare la serata dopo cena. Ma tutto ciò che raggiungevo con le braccia era una boccia d’acqua naturale. Della torta mi è giunto un pezzo striminzito senza frutta, senza fiori di zucchero, senza panna sul bordo, con un accenno di scritta in un carattere filiforme di cioccolato: ma almeno era buona. È ben difficile sbagliare una torta. Fin qui, insomma, tutto liscio. I problemi sono iniziati esattamente nel momento in cui sono andata preventivamente al cesso. Lo sciacquone non scaricava manco prendendololo a pugni per smontarlo. Da qui, tutta una salita sassosa e irta che ho dovuto affrontare da SOBRIA. Innanzitutto uscire di venerdì sera a diciotto anni vuol dire ritrovarsi in mezzo ad un branco di rinoceronti di mezza età col pancione da fiorentina ancora da digerire, che muovono i piedini nei loro sandali con calzini ch’è una meraviglia. E difatti al centro della pista sostavano imperterrite due sole persone: una donna sbilenca che ruotava di trenta gradi a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. Ed un panzone con un bicchiere di redbul perennemente tra le mani, e una maglia color Spongebob. Ma si può essere SOBRI in un manicomio del genere? Quando tutti hanno cominciato a saltellare, io ho cominciato a disperare. Parevo un sasso sul fondale del Pacifico. E accanto a me la festeggiata si dimenava quasi fosse al concerto di un gruppo rock, mi urlava nei timpani che già vibravano pericolosamente al suono pulsante della musica, e probabilmente mi ha atrofizzato un paio di falangi del piede destro. Il fatto è che ho bisogno di un cocktail per andare in discoteca, sempre. Ma il mio cocktail m’è stato concesso dopo un’ora e mezza di staticità da museo. Un palo della luce che prende vita, ero. Mentre la festeggiata saltando mi controllava, verificava che almeno muovessi il piedino a tempo, mentre ragazze e ragazzi sobbalzavano come attaccati da un defibrillatore impazzito, e sculettavano con le tette ballonzolanti a lato della pista. Tranne ovviamente la coppietta di fidanzati. Loro si che ballavano come avrei voluto ballare io: una leggera ginnastica di fianchi e qualche parola cantata sulla base di Despacito. Ma ciò non era contemplato. Aggiungiamoci il fatto che ero reduce da tre serate nelle discoteche di Zante, con una compagnia cretina ma coinvolgente, mentre qui sembravo ad una festa per bambini durante i balli di gruppo. Alle due me ne sono andata. Il giorno dopo sarei partita per il mare. E la strada del ritorno era un tortuoso ennesimo marciapiede costellato da prostitute. Ho voltato la testa appena in tempo per riceverne le avance. E anche per oggi i miei pseudo successi amorosi hanno raggiunto i limiti dell’incredibile. Tra l’altro mi ero vestita anche bene, e nessuno mi ha fatto una foto.

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. "Perseide" ha detto:

    Quanto ho riso…. ma che gli fai tu alla vita sregolata? Un baffo!!!! Sei unica. Senti ma la … di quella che “ti mette le aaliii ” è andata a buon fine al panzone? Alli-galli all’italiana !

    1. ehipenny ha detto:

      Hahaha! Mi fa piacere che tu abbia riso 😅 Quella che mette le ali ha messo le ali direi, s’è scatenato 😂

      1. "Perseide" ha detto:

        🤦🏻‍♀️ troppo nella la tua avventura!❤️

  2. Neda ha detto:

    Urka, mi hai fatto ridere come una matta: mi sembrava di essere lì con te e mi hai fatto tornare indietro al 1976. Ero in Olanda, a Leiden, in ottobre ospite di un’amica. Vengo invitata al “party” che dà suo fratello per la festa di fidanzamento e della nuova casa in cui la coppia andrà a vivere. Mi metto l’una gonna elegante che ho, una mezza ruota di velluto nero, midi, scarpe con tacco, camicetta in raso bianco e un bellissimo golf d’angora sempre bianco. Arrivo alla casa tutta gongolante nella mia eleganza. Tutti gli altri invitati sono già lì, in jeans a zampa di elefante, clogs di legno, seduti per terra a bere birra e a mangiare spiedini di polpette e patate fritte. Mi sono sentita come una marziana caduta giù per caso.
    Poi mi hanno fatto sentire comunque a mio agio e ci abbiamo riso su.

    1. Neda ha detto:

      P.S. l’unica gonna…

      1. ehipenny ha detto:

        Eh sarà meglio 😆

    2. ehipenny ha detto:

      Hahaha! Anche la tua però non è male 😅 Io probabilmente sarei stata l’opposto, se non avvisata mi vesto volentieri da barbona 😎

  3. kikkakonekka ha detto:

    Penny senza Converse ed in gonna.

    Ad ogni modo, questi party in disco io li ho sempre trovati abbastanza imbarazzanti. Ho sempre preferito pochi ma buoni, e magari in disco ci andavo anch’io ma con un gruppo di amici limitato con i quali non sentirmi a disagio.

    1. ehipenny ha detto:

      Esatto, lo penso anch’io, pochi ma buoni è sempre la soluzione migliore 😀

  4. fulvialuna1 ha detto:

    Mia fglia non si mette una gonna neanche se mi inginocchio .-D

    1. ehipenny ha detto:

      Applauso per lei!! 😄

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