Giorgio Bassani, tre romanzi

Letture consigliate o per meglio dire obbligate, da parte del mio professore di lettere. Uno dopo l’altro, come se anche noi ci stessimo ipoteticamente appassionando a questo autore. E dire che non mi ha mai travolta, catturata tra le pagine, ma i suoi tre romanzi li ho letti fino all’ultima riga. “Il giardino dei Finzi-Contini”, “Dietro la porta”, “Gli occhiali d’oro”. Ognuno diverso dall’altro, ognuno con un’idea, un principio differente da analizzare, e forse anche lo stile aveva in ogni volume qualcosa, in più o in meno non lo saprei dire.

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. (“Il giardino dei Finzi-Contini”, incipit)

I Finzi-Contini sono parte della mia libreria di casa, e spesso li ricordo per associazione di idee, così come inizia il romanzo: le tombe etrusche rimandano alla tomba monumentale della famiglia; i pomeriggi di lettura a me rimandano al libro. Una trama che sprigiona amore e sentimenti cigolanti, a fare attrito l’uno contro l’altro, a scalfire gli animi dei protagonisti, dominati spesso dagli impulsi e dall’incoscienza dei futuri rimpianti, una trama a tratti prevedibile, che non toglie mai la speranza. Sì, la speranza. Quella speranza che il lettore prova durante la lettura, quando spera di poter cambiare l’epilogo del romanzo. Se chiudo gli occhi ho ancora in mente il giardino, un enorme Paradiso terrestre circondato da un muro, perfetto nelle sue forme verdi e geometriche, gli alberi, i campi da tennis, la carrozza, pareva quasi di entrare nel mondo incantato di una fiaba. Tante volte il professore ci ha fatto riflettere su quel giardino. Ed io mi perdevo a immaginarlo, adesso, a Ferrara, abbandonato alle tele velate dei ragni, alla polvere, agli arbusti nati tra placche rotte di cemento, come un fiume che rompe gli argini, invade le terre emerse. Ho immaginato di entrare in quel giardino, e di vedere Micòl e Alberto, il protagonista senza nome, il Malnate, e tutto quel mondo di biciclette, di merende e di biblioteche che oggi non esiste più. Erano gli anni delle leggi razziali, ma nel romanzo non sono che un cenno storico, un fatto, infine una fatale provocazione. Sono come una mano invisibile che decide la fine della storia e ne chiude il volume.

[…] più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente.

Era il ‘nostro’ vizio questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro. (da “Il giardino dei Finzi-Contini”)

E del resto non è che un immensa retrospezione, un ricordo che gioca con gli anni e le percezioni soggettive, che plasma il racconto sulla base di un amore complicato e forse mai nato, un rapporto compromesso proprio all’interno di quel giardino protetto, un microcosmo autosufficiente e idealmente perfetto. Quante volte viviamo con la testa voltata all’indietro. E quante volte ci salva, questo guardare all’indietro e trovare le risposte. Giorgio Bassani ha scritto tanto del passato, una specie di memoriale dei momenti trascorsi, degli anni giovanili, quelli in cui la persona cambia e diventa uomo, donna, persona adulta.

Sono stato molte volte infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quel che si dice il fondo della disperazione. E tuttavia ricordo pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del ’30 quando facevo la prima liceo. Gli anni da allora non sono serviti a niente, tutto sommato: non sono riusciti a medicare un dolore che è rimasto là, intatto, come una ferita segreta, sanguinante in segreto. Guarirne? Liberarmene? Ormai so bene che non è possibile. Se adesso ne scrivo, dunque, è soltanto nella speranza di capire e far capire. Non vado in cerca di altro. (“Dietro la porta”, incipit)

Nelle memorie scritte, ci lascia un messaggio, che cerca di cogliere il senso insito nelle persone umane, nonostante i dolori e le tragiche contraddizioni, nonostante i fatti più tristi che racconta come fossero un’opera teatrale, nei dettagli e lasciando spazio al silenzio, alle scenografie. Sono apparentemente piccolezze che davanti alla durata di una vita sbiadiscono, ma prendendo un frammento di rullino, sono ancora nitide come una fotografia appena scattata. Giorgio Bassani sembra quasi dirci che certi momenti non passano, anche se le lancette scorrono inesorabilmente, restano incastrati dentro di noi come qualcosa di impossibile da capire, di estremamente spigoloso e tagliente, qualcosa che nel corso degli anni si lega inscindibilmente al nostro essere. Sono racconti di uomini e donne colti nell’azione del vivere, con tutti gli errori e gli sbagli e le paure che ciò comporta.

Il tempo ha cominciato a diradarli, eppure non si può ancora dire che siano pochi, a Ferrara, quelli che ricordano il dottor Fadigati (Athos Fadigati, sicuro – rievocano –, l’otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere…).
Fu nel ’19, subito dopo l’altra guerra. Per ragioni di età, io che scrivo non ho da offrire che una immagine piuttosto vaga e confusa dell’epoca. (“Gli occhiali d’oro”, incipit)

Ogni personaggio ha del resto, dentro di sé, un destino già scritto, che il narratore conosce e al tempo stesso cerca di evitare, di nascondere, di allontanare da sé tramite un agglomerato di ricordi, da interporre tra l’inizio e il tragico finale. Ogni personaggio ha i giorni contati, ed una vita memorabile nel suo esser stata niente, soltanto un soffio di vento un poco diverso dagli altri, un soffio che ha fatto voltare uno sguardo, e n’è rimasto prigioniero. Giorgio Bassani ci racconta storie di personaggi affiliati agli stessi anni, a volte multiformi, a volte non capiti, altre volte ancora impossibilitati ad essere, a esprimere una verità che rimane fino alla fine appena accennata. Personaggi che a volte balzano da un romanzo all’altro, come accenni, macchie sulla pagina che a volte non vengono notate. Dialoghi che a volte risaltano come se fossero stati scritti in grassetto, e parole che condensano mille pensieri volanti in un lampo fulmineo. E’ una narrativa così: umana. Immediata. Passata. Come una trasposizione di un film, non appena si riaccendono le luci della sala.

«La guardi», diceva intanto Fadigati, indicandomela [la cagna]. «Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d’altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell’uomo c’è molto della bestia, eppure può, l’uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»
Scoppiai in una gran risata. (da “Gli occhiali d’oro”)

Le domande aperte che lascia sono tante. E forse per leggere davvero questi romanzi, per dire di averli letti fino all’ultima riga, bisognerebbe chiudere il volume, e cercare per ciascuna una propria risposta.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. mfantuz ha detto:

    L’ha ribloggato su I PENSIERI E LE POESIEe ha commentato:
    Un’invito alla lettura, una spietata analisi, una talentuosa giovane scrittrice.

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie infinite, sono lusingata! :))

  2. fulvialuna1 ha detto:

    Ho letto Il giardino dei Finzi-Contini anni fa…non lo rileggerei anche se l’ho amato e mi ha emozionato, stupendo.

    1. ehipenny ha detto:

      Concordo, dopo la terza rilettura mi fermo 😅

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