Bicicletta, maledetta bicicletta

Bicicletta. Potrei dire, questa sconosciuta. Ma non renderebbe l’idea. Bicicletta, questo arnese malefico e complottista. Già meglio. Bicicletta, questo diavolo infernale. Decisamente molto meglio. Non ricordo la mia prima bicicletta, ricordo solo il rumore di ferraglia che le rotelline di supporto facevano sull’asfalto, una specie di trapano miagolante che sterzando a destra squittiva TRITRITRITRITRITRI, sterzando a sinistra borbottava TRUTRUTRUTRUTRUTRU. Un cesso. Poi mio padre ebbe la brillante idea di togliere le rotelle. E qui vengono i guai. Tradizione della domenica mattina: svegliare la sottoscritta già in preda ad un panico acuto alle sette, fare colazione abbondante per accumulare riserve di zuccheri (manco corressi il Giro d’Italia), incastrare la bicicletta formato bambino nel portabagagli dell’auto, operazione ingegneristica di alto livello (necessarie competenze di analisi e geometria spaziale da terz’anno universitario almeno), partire con l’auto pendente all’indietro verso i giardini Margherita di Bologna, scendere dall’auto e scaricare la bicicletta, altra operazione ingegneristica difficoltosa, per il rischio di smontare i sedili posteriori, il vetro e lo sportello tutto. E poi? E poi via! Mio padre spingeva il bolide ed io pedalavo. Andava tutto bene, si. Finché non dovevo frenare. Alla tenera età di sette otto anni, il solo principio fisico che conoscevo era: smetto di pedalare, alzo le gambe in segno di resa, quasi fossi in parapendio. Mi aspettavo un’inchiodata dalla bicicletta, o come minimo un segno di risposta, ma niente. Puntualmente iniziavo a pendere da un lato, giravo il manubrio dal lato opposto, e con il culo all’aria tracciavo un otto sull’asfalto prima di finirci sopra con la faccia.

Il passo successivo è stato imparare a frenare di ginocchio, alla Valentino Rossi in curva, ma senza casco integrale. Il problema è che io frenavo sul rettilineo. Come? Ma chiaramente iniziando a pendere da un lato e girando il manubrio dal lato opposto: infilavo il ginocchio tra veicolo e asfalto, perdevo la carne fino a intravedere la rotula, e mi fermavo. Da qui ha forse avuto origine il primo primo sentimento d’odio nei confronti del veicolo a due ruote. Ma proseguendo nella storia, emerge un episodio, anzi, un incontro: un incontro con un compagno delle scuole elementari, che mentre io avanzavo come una tartaruga spinta da mio padre, lui sfrecciava tra le colline verdi e l’asfalto su una ruota sola, e poco ci mancava che Brumotti lo contattasse come apprendista. Ed io cadevo, perché il tale biker undicenne mi faceva girare la testa, io iniziavo a pendere da un lato, giravo il manubrio dal lato opposto, e STANG. Ormai cadevo direttamente di profilo, una torre di Pisa disfatta.

Mio nonno ha poi provato a farmi appassionare, facendomi salire sul suo biciclone, ma oltre al disgusto e al mio non arrivare ai pedali neanche con i tacchi di mia madre, c’è da aggiungere una cosa: un senso di vertigini che neanche dalla punta della torre Eiffel ho mai provato. (Ma in fondo soffro di vertigini anche salendo sullo sgabello di casa). Altri tentativi sono stati fatti, per farmi vivere la bicicletta in maniera piacevole. Con le piste ciclabili, ad esempio. Da raggiungere percorrendo un lungo tratto di viali trafficati, con il rischio di 1) Essere travolti da un camion, 2) Essere abbattuti da uno o più specchietti retrovisori, 3) Schiantarsi contro un bidone della spazzatura, 4) Pendere pericolosamente verso il centro della strada ed essere tranciati simmetricamente all’altezza del bacino. Sopravvissuta alla missione in terra straniera, c’era la pista ciclabile. E vi posso giurare che quella stradina era talmente stretta e claustrofobica che c’era da ringraziare se il sole riusciva ad illuminarla, per cui l’istituito doppio senso di marcia era da denunciare a chi di dovere, e se necessario da cancellare, anche con un correttore di cartoleria. Traumi? Sì, certo. Sono entrata di faccia in un roseto, alla folle velocità che all’epoca ero capace di raggiungere. Souvenir? Un paio di spine e un odio profondo per la bici e per le rose. Non contento, mio padre ha deciso che avrei dovuto provare in montagna. Montagna uguale salita uguale salitaconpendenzaincalcolabileperchèsitrattadiunalineaverticale. Uguale polmone perso, polpacci smontati, sedere deformato per tre anni con sellino stampato, che forse fotocopiandolo ne sarebbe venuto fuori il contorno. Non sono neanche riuscita a cadere, tanto avanti non ci andavo. Ho così divorziato dalla mia bicicletta rinchiusa in cantina, gonfiata puntualmente in primavera e lasciata inesorabilmente morire sulle proprie gomme. Credevo di aver risolto i miei problemi. CREDEVO. Illusa. Vacanza a Zante, Grecia. Viaggio di maturità. Diciottenni spericolati ciclisti che mentre pedalano mangiano, scattano un selfie, chiudono il lucchetto, studiano le costellazioni, leggono un libro, si tengono per mano, scansano il cane, si fermano allo stop, ripartono, scattano un altro selfie, fanno una piroetta, accelerano, superano un taxi, e salgono su una salitaconpendenzaincalcolabileperchèsitrattadiunalineaverticale. Ed io pago cinquanta euro per un rottame arrugginito alto quanto un elefante, con le marce che vanno soltanto durante i pleniluni, la catena che pare attaccata ad un respiratore, il sellino rialzato, e DEVO SALIRCI IN CIABATTE?!?! Rischio la morte lungo la discesa verso la strada. No, meglio scendere. In strada risalgo. Cado. Da ferma. Non demordo, in fondo è il solo momento in cui nessuno mi vede. Risalgo e parto. Marcia 1. MA CHI È QUEL PIGRO CHE VUOL PEDALARE COME I CRICETI SULLA RUOTA?!?! Lascio quella, non so cambiare. Giretto in linea retta. Ritorno e incrocio una mandria: sono loro. Mi ripeto, “evita spettacoli da circo, scendi”, ma nooo, diamo immediatamente prova del mio equilibrio metafisico! Cambio idea all’ultimo, ed esattamente davanti alla fila inchiodo, mi inclino pericolosamente, per poco non mi si incastra il seno nel manubrio, la ciabatta nel pedale, sorrido mentre cerco di recuperare dignità, barcollo come una giraffa con il manubrio che pare quello di una Harley Davison, altezza naso, e alla fine mi allontano.

Ennesimo trauma di una lunga serie. Ho riconfermato il divorzio, con divieto a reciproci contatti o tentativi di comunicazione. La bicicletta era in cella e in cella rimane. Ma del resto volle il Fato che alla maturità mi fu posto un quesito: la bici dalle ruote quadrate. Che forse sia questa, la bicicletta giusta per me?

28 commenti Aggiungi il tuo

  1. alemarcotti ha detto:

    Mi hai fatto troppo ridere, scusa ma grazie

    1. ehipenny ha detto:

      Ma grazie a te! Era il mio obiettivo 😆

  2. Vittorio Tatti ha detto:

    Hai provato il Segway?
    E l’hoverboard?

    1. ehipenny ha detto:

      Per carità, evitiamo altri danni 😂😂

      1. Vittorio Tatti ha detto:

        Ok, allora lasciamo perdere anche il jetpack 😛

      2. ehipenny ha detto:

        Meglio meglio, per l’icolumità del pianeta 😅

  3. MammaSerena ha detto:

    Anche io ho un pessimo rapporto con le due ruote.. quando provi le ruote quadrate fammi saper come va.. magari sono quelle perfette anche per me 😂

    1. ehipenny ha detto:

      Devo pagarmi un bel viaggetto ma giuro che ci andrò… un mio compagno ha già provato 😅

  4. ce l’ho io quella adatta a te …
    ci puoi fare pure la spesa …
    😉

    1. "Perseide" ha detto:

      la usa la mia mamma ultraottantenne !!!

      1. ehipenny ha detto:

        Allora è mia! 😂

  5. poi … quando avrai preso un po’ di pratica potrai sempre passare ad un mezzo un tantino più veloce …

    ahahahahahah …

    ciao 😉

    1. ehipenny ha detto:

      Hahahahahaha! Quanto ho riso! 😂😂 Direi che parto con la seconda, e nel dubbio investo tutti 😀

  6. "Perseide" ha detto:

    io e la bicicletta? diventa un dramma se non tocco i piedi a terra! certi scivoloni!! 🙂 divertentissimo post !

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! Volevo proprio far ridere 😆

  7. massimolegnani ha detto:

    Nonostante tutta questa divertente ironia sono convinto che in fondo in fondo a te la bici piaccia:)
    ml

    1. ehipenny ha detto:

      Eeeeh non convincerti troppo… mi piace finché sto in equilibrio stabile e vado dritta 😅

    2. ehipenny ha detto:

      E in pianura, dimenticavo!

  8. kikkakonekka ha detto:

    Io sono pieno di cicatrici, perché con gli amichetti facevamo le gare e puntualmente in curva ci smaltavamo contro murette e cancelli.

    1. ehipenny ha detto:

      Ma che divertente… già…. trasuda divertimento tutto ciò…. 😂

      1. kikkakonekka ha detto:

        Ma quanto male mi son fatto…

      2. ehipenny ha detto:

        Ah ma ne son convinta! 😅

  9. libra63clan ha detto:

    Tutta la mia ammirazione perché hai continuato a provarci… pensa che io da piccina ho pedalato senza rotelline forse 5 minuti, poi il vuoto fino a 2 mesi fa (intervallo temporale di circa 45 anni) quando l’affettuosa perseveranza di un amico mi ha permesso di percorrere senza appoggiare i piedi a terra circa 200 metri : un successo di cui ancora non mi capacito!

    1. ehipenny ha detto:

      Beh la mia ammirazione per aver capito subito che non faceva per te, sai quanto risparmio! Io invece ho cambiato bici dopo bici perché crescevo… uno spreco 😅

  10. SaraTricoli ha detto:

    ^_^ troppo divertente, anche se non ho poi capito se adesso in bicicletta riesci ad andare… è un tale peccato non farlo…
    baci ❤

    1. ehipenny ha detto:

      Riuscire riesco, ma mi mette ansia… avrei bisogno forse di prati enormi in cui girare, da sola, senza troppe pendenze o ostacoli 😅

      1. SaraTricoli ha detto:

        Ma dai un po’ di coraggio 😉
        Avrai un parco vicino a casa, allenati lì.
        Comunque in mezzo al traffico non mi trovo a mio agio neppure io 😜

      2. ehipenny ha detto:

        Eh lo so, dovrei provare 😅

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