Storia di un nano e di un bambino 

“Ciao”

“Ciao”

Il bambino lo aveva avvicinato con lo sguardo enorme e incuriosito, lo scrutava da tempo, da quando aveva iniziato a notarlo da una parte all’altra del parco. La nonna aveva sempre cercato di tenerlo lontano dall’uomo piccolino della panchina sul fondo, ma lui era testardo, proprio come suo padre.

“Io sono Marco”, disse sorridendo all’uomo.

“Ciao piccolo. Io sono Giuseppe”.

“Come mai sei sempre qui tutto solo?”.

“Credo tu stia sbagliando. Non sono come te, sai? Non sono un bambino. Sono piccolo, ma ho quarant’anni. Non dovresti parlare con me”.

“E perché?”. Marco era solito fare domande, una dopo l’altra, senza nemmeno fermarsi a riflettere sulle prime risposte ricevute. Era impulsivo e buono, avrebbe dato tutto sè stesso per quelle giuste cause che suo padre gli aveva insegnato a riconoscere, e questa gli era parsa essere l’occasione perfetta.

“Perché sono vecchio per te”, rispose l’uomo chinando lo sguardo sulle minuscole mani intorpidite. Portava al dito un anello, di quelli di plastica che si comprano nei mercatini, e probabilmente era troppo grande per il dito di Marco, ma abbastanza brillante perché i suoi occhi lo notassero anche nell’ombra.

“Sei sposato?”.

“No”.

“E perché c’hai l’anello?”

“Perché una persona importante me lo ha regalato”.

“E allora sei sposato”.

“No. È diverso”. L’uomo non riusciva a spazientirsi con quel bambino curioso, anzi provava una strana voglia di raccontargli la sua vita, anche quelle pagine perfino a lui poco chiare, quelle scelte che non sapeva prendere, e allora chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare dalla corrente. “No. È diverso. Non sono sposato; sono felice. Sono felice con la persona che mi ha regalato questo anello. È un amico, grande, enorme, più alto di te e di me messi assieme uno sopra l’altro”.

“Davvero? Esiste?”.

“Certo che si. Anche tu lo sarai un giorno. Tutti lo saranno, tranne quelli come me”. Non lo diceva con amarezza, o rassegnazione, o rabbia, niente di tutto questo. Lo diceva fiero, come se quel suo essere minuscolo davanti al mondo gli permettesse chissà quali vantaggi.

“E tu?”.

“Io resteró sempre picccolo, come i bambini. Come te adesso”.

“E chi lo ha deciso?”.

“Non lo so. Alcuni dicono che sia stato Gesù, altri dicono il Fato, altri ancora pensano sia una questione genetica”.

“Genetica?”.

“Sì, questione genetica. Della scienza. Ecco, nel nostro corpo ci sono tanti numeri che vengono messi insieme, queste persone pensano che nel mio corpo i numeri vengano abbinati male”.

“E secondo te?”.

“Destino”.

“E che cos’è?”.

“Sei un bambino intelligente, tu. Il destino è come un dio, onnipotente e onnipresente, sai cosa vuol dire? Che non c’è nessuno di più forte. Se il destino decide, quello sarà”.

“Ho capito. Ma ti fa male essere così?”.

Se ci fosse stato suo padre, forse lo avrebbe trascinato via, strattonandogli il braccio, perché non sopportava le domande senza fine, e dover spiegare ad un bambino che cosa fossero i sentimenti, le emozioni, le paure. Ma suo padre non c’era, e Marco aspettava in piedi davanti alla panchina, quella risposta che da tempo gli frullava nella testa.

“Non mi fa male nelle ossa, o nei muscoli. A volte mi fa male pensare che sono tutti giganti, e che presto sarò più piccolo di te, e di tutti i bambini a cui viene data la possibilità di crescere. Ma sai che cosa ho capito? Il mondo è pieno di errori. Anche tu potresti essere un errore, o sporcato da un errore, io lo sono. Ma ogni errore serve per crescere, per imparare ad evitarlo, per riflettere sul passato trascorso. Quando sentirai i tuoi amici gridare, e parlare di errore, ricordati di quel signore piccolo piccolo seduto sulla panchina del parco. Pensa che io vivo come tutti gli altri, mangio come tutti gli altri, lavoro come tutti gli altri. Eppure la mia statura condiziona la mia vita. Tua nonna vorrebbe eliminarmi, per esempio”.

“Lei è buona. È solo che non ti conosce”.

“Lo so. Tante persone non mi conoscono eppure sono le prime della fila quando si tratta di giudicare. Impara questo, bambino mio: le battaglie più importanti le vincerai da solo. E guarderai il mondo dalla tua prospettiva, un po’ come me, che guardo dal mio metro di altezza, e mi raccomando, non ti vergognare mai. Perché ci si vergogna di una sola cosa: delle proprie colpe. Ma non scorgo in te colpa peggiore dell’essere entrato a viva forza nella mia vita nonostante il mio sguardo ed il mio corpo fossero fuggiti da tempo”.

“Io non lo sapevo”.

“Lo so. È per questo che a te voglio bene”.

17 commenti Aggiungi il tuo

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie di cuore! 😘

  1. "Perseide" ha detto:

    Quanto amore… e innocenza… bella di più. ❤️

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie davvero! 😘

  2. Paroledipaola ha detto:

    Ciao pennina se vuoi da oggi mi trovi anche qui. Paola⚘

    1. Emozioni ha detto:

      Uffa…di là non riesco a commentare. Mi dice email non valido😞😞

      1. Paroledipaola ha detto:

        ho visto un tuo commento appena aperto controlla nei contatti c’è l e mail nuova

    2. ehipenny ha detto:

      Che bellezza! Ma certo che voglio 😀

      1. Paroledipaola ha detto:

        Ho dovuto separare tutto ma che casino

      2. ehipenny ha detto:

        Immagino, ma ti dico: scelta giusta! :))

      3. Paroledipaola ha detto:

        🌷🖒🖒

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! 😘

  3. bella ??? no …
    di +,
    bellissima …

    ciao 🙂

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie di cuore davvero!

  4. meelleblog ha detto:

    Wow che bellaaaa😍

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie di cuore! 😘

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