Non devi tuffarti dentro l’onda

Un’onda non la devi vincere, non la puoi vincere. L’onda è forte, più di te, e di ciò devi essere consapevole sempre. L’onda è mare, un frammento di mare arrabbiato che si scaglia sulla costa, e spazza via il primo lenzuolo di sabbia in un turbine di tempesta. Porta con sé le alghe più dure, forti come rocce, che si intrecciano come capelli al vento e così intricate affollano la riva. Porta con sé i sassolini più leggeri, quelli che s’infilano tra le pieghe dei corpi per uscire dall’acqua, e al sole acquistano tutt’un altro colore. Porta con sé quella schiuma di cane da guardia, che ribolle a contatto con la sabbia calda trasformandosi in un esteso bianco lenzuolo, poi sbiadito, poi un velo appena percepito, poi più nulla. Un’onda cos’è, se non la rivolta di un mare che non riesce ad uscire, rinchiuso tra i continenti inaffondabili, disperato prova a spingersi oltre, getta il suo corpo con la forza del limite invalicabile, e ne oltrepassa la fine, sconfitto. Muore sulla riva, l’onda. Ma a volte travolge un frammento di mondo, un castello disfatto, un vecchio salvagente, qualche morta conchiglia, l’ombra di uno sdraio. Altre volte, di più, travolge la vita. Ma davanti ad un’onda devi riconoscere te stesso: sei debole. Puoi guardarla da lontano, cullarti nella melodia della risacca, dell’acqua che compie il suo ciclo, cresce, s’alza in piedi, colpisce la terra e scompare, puoi chiudere gli occhi, o guardare la riva tingersi sempre di un nuovo colore, la schiuma spegnersi come un colore temporaneo sulla tela. Puoi avvicinarti, sederti davanti al mare aspettando un’onda più forte delle altre, che ti sfiori i piedi sensibili al freddo, e l’acqua li accarezzi leggiadra come una piuma, solleticando la pelle, puoi aspettare che la sabbia turbinosa si sia depositata, che i sassi abbiano ricomposto il fondale, puoi guardare l’orizzonte e dallo sguardo percepire il movimento continuo, nervoso e tormentato dell’infinita distesa d’acqua. Puoi immergere le caviglie lì d’onda si rompe, nel tentativo di portarti via, e assaggiare come una sensazione novella quelle forze contrapposte di spinta e deterrenza, insieme al soffocare della spuma che il sole non tarda a prosciugare. Puoi sederti sulla riva in costume da bagno, e giocare con il Fato che supponi governi i flutti, aspetti che l’onda ti colpisca la pancia, come una grossa mano fredda e invadente, aspetti di lottare inerte come uno scoglio, un bersaglio che attende d’essere colpito, e quando l’onda sopraggiunge chiudi gli occhi, stringi i pugni, l’acqua ti pervade in una sensazione di fragilità massiccia, incapacità di rispondere, perché l’acqua non può provar dolore. Puoi unirti al gioco dei bambini, puoi saltare le onde una dopo l’altra, aspettare che si alzi il velo d’acqua in un muretto, in equilibrio labile e minaccioso, come una montagna tremante da scavalcare, puoi ergerti dunque a gigante perdendo ogni appoggio sul fondale, spiccare un volo breve come d’uccello che impara la sua natura, e atterrare in piedi davanti all’onda ingannata che s’infrange sul nulla sulla riva. Ecco, puoi raccogliere l’onda in un secchiello, e bagnarti le mani con i suoi schizzi caotici e ribelli, puoi illuderti di conservare la schiuma, proteggerla dal suo spegnersi inesorabile come un cucciolo che vive pochi istanti, puoi immaginare di prendere quell’onda e lasciarla asciugare al sole, una vendetta crudele contro un mare che non ha ragione o mente per ragionare. Ma tra tutto questo, non puoi gettarti nell’onda a corpo morto, senza muovere un solo braccio, senza afferrare nessun’altra cosa che non sia l’acqua: non devi tuffarti dentro l’onda, perché quella, con la violenza della natura selvaggia, si riversa su di te come un libro che si chiude, ti scaglia contro il fondale, rotolando il tuo blocco di carne tra i sassi volanti, penetra dove riesce, anche se chiudi gli occhi e ti tappi il naso, e senti come uno schiaffo piombare sulla schiena, senti una forza invincibile toglierti il respiro, i muscoli impietriti, un sordo rumore di un treno inesistente che t’investe, e se cerchi un riparo dall’onda le braccia ti vengono portate via, i vestiti strappati in un colpo, e l’aria rarefatta sembra improvvisamente irraggiungibile. L’onda può ucciderti, un mare tempestoso contro l’avventuriero protervo, in un continuo roteare sotto il velo dell’acqua, quasi catene di ferro tenessero polsi e caviglie legate, ed una macchina si agitasse impazzita in tutte le direzioni. Senti il sale nella gola, il bruciore negli occhi, i polmoni esplodere senza ossigeno. Non devi tuffarti dentro l’onda, se non vuoi morire.

Un’onda di problemi, di preoccupazioni, di paure, ma anche di sogni, di desideri, di occasioni. Non devi tuffartici dentro, perché un corpo inerte difficilmente riesce a gestirle.

8 commenti Aggiungi il tuo

  1. GengisJokerKhan ha detto:

    La Pennyyyyyyyy!

      1. GengisJokerKhan ha detto:

        Pennyyyyyyyyy

  2. "Perseide" ha detto:

    Che bei paragoni … ma belli belli ! Oh penny sei unica! Me la porto nel mio diario segreto. 🦋

    1. ehipenny ha detto:

      Ma grazie, davvero! Sei un tesoro 😘

  3. fulvialuna1 ha detto:

    Nell’onda ti ci puoi tuffare, ma devi sapere che per quanto tu possa essere un forte nuotatore lei ti potrà travolgere inesorabilmente.

    1. ehipenny ha detto:

      Giusto, posso confermarlo sperimentalmente 😉

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