Creta è per di più

Cambiare spiaggia per sfuggire al vento, alle nuvole dense di grigi tristi, al tempo folle che la mattina si presenta come zucchero nel cielo azzurro, e cresce cupo, come offeso dall’ottimismo nostro di viaggiatori.

Damnoni, apparentemente protetta, deserta come abbandonata, dal profumo di mare che si spargeva nel vento. Non so che silenzio vi fosse, ma nelle orecchie si agitava il risuono violento dei chicchi di sabbia lanciati nell’aria, vortici appena percettibili che ferivano la carne, e s’infiltravano nelle pieghe dei pochi stracci portati appresso. Da scappare, catturando le sensazioni confuse e l’immagine degli ombrelloni chiusi.

Ligaria, una baia claustrale, avvolta da nubi oscure, quasi morta. Il suo era un vento docile e mansueto, ma non v’era niente che si muovesse d’intorno tranne qualche leggera mossa del mare, tutto era come una tela triste del pittore, immobile all’infinito. Ci si perdeva tra il colore del cielo e delle rocce che si ergevano ad est: un velo di lacrime secche prosciugava il paesaggio, come abbandonato dopo una guerra.

Malia è stato un ripiego, uno scorcio sotto il cielo rotto da un azzurro opaco, una spiaggia che aveva la forma dei profili dei corpi, stesi sotto il correre dei vapori grigi, e la forma dell’orizzonte increspato dalle onde. Un’isoletta raggiungibile a nuoto rendeva il mare meno vuoto, meno profondo, e quasi meno affollato dagli animi impazziti a giocare tra la schiuma e la sabbia. Ho trovato nell’isoletta la poesia che in tutta Creta ho inseguito, e nei castelli che un paio di ragazzi costruivano nei dettagli.

Matala, la spiaggia degli hippie. Matala, la spiaggia delle antiche grotte, scavate dai primi uomini, e poi rubate, come si rubano gli oggetti abbandonati. A diciott’anni sono entrata gratis da quel cancello, mio padre ha pagato due euro, e si è aperto un mondo in verticale da scalare a mani nude, noi in ciabatte, sprovveduti e primitivi. Ho desiderato in quel momento mollare tutto, la macchina fotografica, il cellulare, lasciare ogni cosa e arrampicarmi sulla cima di quel lembo di roccia giallastra. Entrando nel buio degli antri scavati, ancora erano rivelati i tratti di colore degli hippies, abitanti negli anni Settanta, rifugiati dal mondo in una piccola bolla che dava sul mare. Anzi, non sul mare, sullo specchio marino che l’occhio umano non sapeva nè sa oggi spiegarsi.

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