Estratto immaginario #12

Aveva allontanato tutti. Rimaneva per giorni chiuso nel suo studiolo, mangiando le briciole di un vecchio panino ammuffito, la governante lo aspettata nel corridoio, ascoltando l’incessante battito della macchina da scrivere, e nel mentre cercava di ricordare quando il suo padrone si fosse fatto la barba l’ultima volta. Non era più lo stesso. E non erano i debiti, non era quell’articolo sul giornale, non era colpa del suo ultimo romanzo finito nella spazzatura del mercato, non era la sua malattia, c’era dell’altro, e lei non lo sapeva. Aveva sempre intuito tutto, di lui, anche solo guardandolo di spalle, se chinava la testa, allora era concentrato, se portava i capelli radunati a destra era preoccupato, se spostava il peso da una gamba all’altra era nervoso. Non aveva segreti quel corpo possente, ora così gracile e affaticato. Nelle ultime settimane aveva dato tutto, e di tutto si era parlato, c’era chi si chiedeva se non fossero tutte menzogne a scopo pubblicitario, chi ipotizzava un tentato suicidio, chi addirittura riteneva che quel romanzo fosse uno scherzo. Ma Thomas Louis Taylor lo aveva promesso, a sé stesso, al medico, alla governante: non sarebbe mai morto prima di aver detto la verità al mondo. Chiuso in quello studiolo scriveva interi fogli, li stringeva tra le mani tremanti e li gettava via, ai suoi piedi, come vecchie bollette ormai pagate. Ripensava allo sguardo della folla accalcata sotto casa sua, il primo giorno dopo la pubblicazione, tutti erano come ipnotizzati da quell’uomo, come se si fosse rivelato una specie di creatura mitologica.  Ma aveva dovuto farlo. Era più di un testamento, più di una confessione, più di un delirante sproloquio, più di qualsiasi interrogatorio in tribunale. “Ho ucciso mia moglie, e per questo ho perduto una figlia”, lo aveva scritto nel modo più crudo che gli fosse stato possibile, voleva che lo capissero, che la gente lo guardasse per l’uomo che era, e non per quel burattino da romanzi seduto alla sua scrivania. Eppure non si sentiva così. Era successo vent’anni prima, avevano litigato, lui era uscito di casa, era salito sull’auto, era finito a vagabondare tra i banconi dei pub, e tornando a casa ha lasciato che la sua vita cambiasse. Il corpo di sua moglie giaceva a terra, davanti al paraurti sporco di sangue. Hanno indagato per omicidio, ha trascorso un anno in carcere, ha perduto tutto, ha cominciato a credere nel destino, e in Dio. Era tutto scritto nel romanzo che il giornalista aveva definito “scandaloso”, “degno di censura”, “ai limiti della dignità letteraria”. Improvvisamente era come se avesse perduto la sua stessa storia, vendendola al pubblico come un giocattolo senza istruzioni. Cosa gli rimaneva? Qualche fotografia ingiallita, la sua macchina da scrivere, la governante con cui aveva tradito la donna della sua vita. Cicatrici indelebili in un corpo macchiato di sensi di colpa, ecco cos’era. Un condannato a morte seduto nel suo studiolo, intento a scrivere e cancellare gli ultimi suoi giorni di vita.

Voleva ritrovarla. Voleva dirle che non era un mostro, guardarla negli occhi e chiederle perdono per tutti i suoi errori, voleva dirle che quei romanzi, quei racconti fiabeschi, erano tutti per lei, li aveva scritti tutti pensando a lei. Voleva non averla persa mai. Rimase una settimana chiuso nel suo studiolo, e la governante nel corridoio, nessuno aveva il coraggio di fare domande, di preparare il letto per la notte, di tirare le tende prima dell’alba, la casa era come in coma, biologicamente viva, ma sospesa nell’incertezza dell’avvenire. Forse nemmeno lo stesso Thomas Louis Taylor sapeva per quale motivo quella lettera, la numero ottocentocinquantaquattro, fosse quella giusta. Ma decise di spedirla. La carta era ancora calda, l’inchiostro un poco sbavato nell’angolo, perché aveva il vizio di mangiarsi le unghie e dimenticava di avere l’indice umidiccio, ma lì dentro, tra quelle righe, dentro quella busta, c’era sua figlia. La figlia che ricordava, la bimba di cinque anni che gli era stata portata via. E di nuovo c’erano i suoi sensi di colpa. Ora era come in coma, come la casa. Sospeso tra la vita e la morte, per quella risposta che non sapeva nemmeno se sarebbe arrivata.

[…]

“Dottore, una lettera!”. La governante corse nello studiolo. Era la prima volta che si prendeva la libertà di interrompere il suo padrone durante la scrittura. “Una lettera!”. Era bianca, spoglia, formale. La aprì da solo, dopo aver richiuso la porta, come se le parole della lettera potessero fuoriuscire e disperdersi nel corridoio. La aprì tremando, chiuse gli occhi, e quando li riaprì vi lesse: “Papà…”. Già piangeva.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra Bianchi ha detto:

    Molto, molto bello!
    Felice serata 🙂

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie mille! :))

  2. milesweetdiary ha detto:

    Ma che bello Penny!

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie davvero! :))

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