E finisce così il liceo in una giornata di Giugno

Mi chiedo quando sia successo che sono cresciuta, in mezzo a voi. Vorrei dire grazie un po’ a tutti, agli amici, a chi ho conosciuto poco, a chi ricordo come un’immagine fissa, a chi invece è soltanto un corpo un po’ sbiadito. Non dico che sia stato sempre facile, non per me, impreparata al mondo, ferita il primo giorno di scuola, quando i banchi erano già tutti occupati tranne quello in prima fila. Mi sono fatta spazio e con il tempo ho imparato ad essere, a smetterla di inseguire sempre, sul fondo della fila, e ho conosciuto persone fantastiche, persone che non voglio perdere anche se oggi finisce un po’ tutto, anche se sono timida ed orgogliosa come pochi, e me ne rendo perfettamente conto. Ma tutti a modo vostro avete imparato a guardarmi.

Ricordate quel primo anno? Quante ne abbiamo passate, inseme. Eravamo la classe sperimentale, quella del progetto innovativo, degli incontri nelle aule di ingegneria, e dei pomeriggi passati ad imparare come ruotare il teodolite, perché piccoli non ci siamo mai sentiti. La professoressa di arte ci chiamava bestie. Animali. E’ che noi siamo sempre stati così: dei cretini. Noi che abbiamo costruito un manichino perché fosse interrogato al posto nostro. Noi che cambiavamo posto in classe ogni due giorni per non annoiarci mai. Noi che le versioni di latino le abbiamo sempre copiate, di nascosto, perfino dalle madri. Noi che facevamo impazzire i professori, alle prese con la lavagna interattiva multimediale. Che classe. Ricordo perfino quel giorno ventoso in cui si è rotta una finestra, e per un istante ho avuto paura di perdere davvero qualcuno di importante. Solo il tempo di un tonfo sordo, poi abbiamo unito i banchi in una massa informe come un enorme gruppo unito, felice.

Ricordate la gita a Sestola, in seconda superiore? Non avevo mai sciato prima di allora, ma con voi mi sono lanciata lungo le più folli discese, mi sono schiantata contro le recinzioni, sono salita in seggiovia senza protezioni, ho pattinato sul ghiaccio insieme a chi sfrecciava esperto, al centro della pista, mentre io a mala pena mi reggevo in piedi. Sono caduta, come tutti. Ma ragazzi, che gita! Ricordo quando la sera ci si trovava in camera a bisbigliare, a soffocare le risate tra i cuscini fino alle due del mattino. Sì, dei cretini. Dei cretini che hanno trascorso ore intere di lezione con la settimana enigmistica sopra i libri, o i sudoku sul fondo dei quotidiani. Ci hanno odiati. Oh, tante volte. Ci hanno insultati. Una professoressa aveva iniziato a pretendere un centesimo per ogni matita caduta. Un’altra ha quasi sfondato la cattedra con il braccio. E come dimenticare le ore di arte trascorse al bar, o nel corridoio, spediti fuori a turno dalla prof esasperata? Noi facevamo impazzire tutti. Il bel supplente di matematica, che correva intorno all’aula per l’isteria. La timida patologica di lettere, rintanata contro il muro, quasi sotto la cattedra. Il tirocinante, che per vendetta ci riempiva di cinque.

Ma ve lo ricordate? Noi cretini che per evitare il salto della cavallina ci siamo chiusi nello spogliatoio della palestra. Noi che siamo stati capaci di copiare le relazioni di fisica senza cambiare nemmeno il nome. Noi che per suggerire le risposte abbiamo scritto cartelloni dall’ultima fila. Noi che giocavamo a macedonia durante le lezioni sui Promessi sposi. Siamo stati una classe meravigliosa, nonostante tutto e tutti. La scuola ci conosce, dopo cinque anni di follie. Come quando Claudio ha mandato a fare in culo la professoressa tiranno di storia, ed è scappato in autobus fino in Piazza Maggiore. O come quando in gita scolastica i nervi hanno ceduto, e le differenze tra di noi sono esplose come una granata sul traghetto di ritorno. Abbiamo rischiato di romperci, tutti quanti. Ma in fondo anche questo serve per crescere, per continuare a cambiare.

Ho vissuto con voi la settimana di autogestione, gli scioperi, qualche manifestazione, quel poco che appena cinque anni fa mi sembrava un salto tra due vette altissime. Il corso di nuoto, con la paura di mostrarmi in costume: è scomparsa dopo il primo minuto, non saprei spiegare nemmeno come, ma è stato merito vostro. Non pensavo nemmeno io che avrei avuto il coraggio di vivere questi cinque anni davvero. Certo, durante il torneo di frisbee mi sono stesa sul prato a prendere il sole. A racchettoni non sapevo giocare. Sui pattini ho potuto fare il mio spettacolo, atterrando a terra col sedere. Quando si è trattato di cimentarmi nell’hiphop ho riso, perché eravamo tutti dei pazzi, tutti come scimmie, pazzi e cretini.

Ricordo quello scambio con la scuola ungherese, quei dieci giorni a Budapest così confusi, tutti smembrati, un po’ a pezzi, come se in quella gita mancasse qualcosa. Ho portato a casa da Budapest tanti ricordi, ho lasciato tanti momenti da dimenticare, le corse sotto la pioggia, le crisi di pianto, le ore a camminare senza meta nel bosco, ma eravamo la classe sperimentale, sin dall’inizio, quella che l’ungherese ha cominciato a studiarlo dal primo anno: le cose non potevano cambiare. C’è chi se n’è andato, chi si è semplicemente arreso, chi invece è arrivato a metà, per un puro scherzo del destino, abbiamo anche cambiato nome, la 2°L è divenuta 3°I, ma la nostra anima è rimasta la stessa, fino ad oggi. Un’anima cretina. L’ho ritrovata, sapete? L’ho ritrovata nel ripiano dell’aula di disegno: ci sono i nostri plastici, quel progetto su cui abbiamo lavorato fino a notte fonda, a fine maggio. Ecco, in quei plastici variopinti e traballanti ci siamo noi. Resteranno per sempre a scuola.

 Quanti professori ci hanno conosciuto! Li ricordo tutti, come voi. Quel pazzo di matematica e fisica, sette ore a settimana per cinque anni. Il napoletano d’oc di inglese, Ciro, che spiegava Shakespeare con la cazzimma. L’orso di arte, che si addormentava davanti ai documentari. Il suo successore, che invitava le studentesse agli aperitivi. Il professore di filosofia della terza, rimasto soltanto un anno, ma davanti a lui e per lui ho pianto come una bambina, senza mai perdere la speranza, un giorno, di rivederlo. Poi la prof di scienze, quella delle molecole che erano margheritone petalose, quella che ci portava in laboratorio per mischiare acqua e sale, quella che scaricava da internet le verifiche già fatte,  e noi prendevamo tutti nove. 

Ragazzi, grazie. Volevo dirvelo, anche se a volte mi sono sentita solamente un pezzo fuori luogo. Io non c’ero durante le grigliate del sabato sera, non ho mai avuto quel coraggio che da voi ho imparato, non cantavo sul pullman le canzoni di Vasco e Tiziano Ferro, non ho mai giocato nella squadra di frisbee, e nemmeno ho partecipato all’occupazione della scuola. Ma cinque anni lasciano un segno. Per tutto. Per quei momenti di sconforto in cui ho asciugato lacrime, per i momenti di rabbia in cui i professori hanno lanciato i libri, per le amicizie con i bidelli, la Patty, Andrea,  Invano, la barista Luisa, sono comparsi e a volte scomparsi, come angeli custodi.

La quarta, poi, è stato un anno speciale. Forse ho davvero trovato il mio posto, in primo banco, a ridere come una cretina in una classe di cretini. Ero in primo banco ma mi sentivo a volte come al centro di un cerchio, perché potevo voltarmi, e vi trovavo tutti, e i professori mi sgridavano, ma voi c’eravate tutti. È stato l’anno in cui ho pianto dal ridere, tante volte. È stato l’anno delle enormi soddisfazioni, l’anno in cui ho letto per la prima volta un mio tema, su Pierpaolo Pasolini, e di quel momento ricordo solamente il silenzio immacolato e la mia voce. È stato l’anno di tante battaglie, delle lotte per chi pretendeva da me un aiuto senza nemmeno guardarmi negli occhi, ma alla fine ho imparato a vincere io. È stato l’anno della gita all’isola d’Elba, delle immersioni subacquee, di quei folli tre giorni in cui mi sembrava di essere su di un altro pianeta. Non mi sono mai tuffata in piscina con voi: vi guardavo da lontano, asciutta, ripensando a tutti quei momenti in cui una classe vera e unita non era mai nata.

Non voglio bene a tutti voi allo stesso modo, non sarebbe possibile. C’è chi mi ha fatto ridere tante volte, chi mi ha abbracciata per la prima volta, chi mi ha fatto appassionare al sushi, chi mi ha invitata a dormire a casa, chi, per i miei diciotto anni, è venuto alla mia misera festa di pochi amici intimi, ed è questo che spero non finisca mai. Chi siamo? Quelli del torneo di briscola sulle scale della scuola, quelli delle cene con il prof di religione, quelli che correvano per andare in laboratorio, quelli che sono sempre entrati per ultimi, tutti assieme, quando le porte già stavano per chiudersi. Siamo quelli che per ogni  decisione, domanda, o immagine cretina scriveva sul gruppo di classe di whatsapp. Siamo quelli che ad ogni compleanno hanno portato vassoi di pizzette e pasticcini per il professore di lettere goloso, e abbiamo combattuto per i biscotti, ma l’ultimo non lo ha mai mangiato nessuno. Siamo quelli che “Hai una gomma da masticare?”, “Hai una penna?”, “Hai un foglio protocollo in più?”, era una caccia continua. Siamo quelli del ping-pong e del biliardino, delle palline da tennis appese al muro dell’aula, della foto di Napolitano fuori dalla finestra, dei cestini visti come canestri. Siamo quelli delle foto di classe ogni anno più cretine: un po’ come noi. 

È stato l’ultimo anno, e forse di questo anno ricorderò poco. È volato via così in fretta. La gita a Barcellona, una delusione che ho apprezzato solamente grazie a voi. L’incontro con la Marina Militare che il professore ha erroneamente organizzato per me: sono stata chiamata con l’altoparlante, ma non mi sono mai presentata. La mia prima e unica grigliata con tutti voi, nata per caso, come un giardino proibito. O quel momento in cui la compagna da tredici anni a questa parte è svenuta sulla sedia. Piccoli momenti di un anno che è scivolato via. Sembra ieri che correvo per l’ultima volta a occupare i banchi migliori, ieri che ci siamo scambiati i regali di Natale, ieri che abbiamo iniziato a studiare per la patente, i test universitari, le prime prove d’esame. E invece siamo arrivati all’oggi, e non sono pronta. Siamo troppo grandi per restare, c’è chi ha già vent’anni. Ma mi mancherete tutti. Eravamo i cretini migliori della scuola.

“La 5°I la puoi trovare ovunque, in bagno, al bar, davanti alle macchinette o alla fotocopiatrice, ma in classe, ah, in classe non c’è mai”

Lo ha detto la professoressa di scienze del biennio, uno di questi ultimi giorni di scuola.

Mi mancherà tutto del liceo. Mi mancherà alzarmi ogni mattina, correre a scuola, rivedere gli stessi volti, temere le interrogazioni, imbottirsi di bigliettini, e poi il caffè delle undici, gli appunti imperfetti, le risate, soprattutto le risate, perché so che certi momenti non tornano indietro. È stato un bel periodo. Mi dicevano che sarebbero stati gli anni migliori. Non ci credevo, ma oggi mi sento ricca di questi cinque anni come fossero oro, e pesano quasi fino a farmi piangere.

Grazie, a voi cretini, per tutto. Inutile dire che è giusto sia finita così. Fa parte della strada da percorrere. Ma cinque anni non si dimenticano, e quindi niente, grazie. Grazie perché è anche merito vostro se sono diventata questa persona. Ho mangiato una pizza seduta al centro di una piazza, ho cantato su di un tram di Budapest l’inno dei pompieri, ho fatto commuovere un’amica con un tema, e soprattutto ho riso e fatto ridere, ridere insieme, con la faccia nascosta tra le mani, persone per me importanti. È stato bello essere un po’ cretina anch’io. Ed è questa la pagina di me che conserverò per sempre, dopo cinque anni strani, intensi, folli, a volte lunghi, a volte brevissimi, di una bella storia.

22 commenti Aggiungi il tuo

  1. Liza ha detto:

    Hei
    Penny….
    andra’ tutto bene .
    Ora troverai dei “colleghi” cretini.I migliori.
    Vedrai.
    😘

    1. ehipenny ha detto:

      Non vedo l’ora 😂

  2. ameliereality ha detto:

    Si chiude un ciclo della vita ma se ne apre uno migliore! Ogni fase ha una “sua” leggerezza. Sfumature diverse ma ugualmente indimenticabili

    1. ehipenny ha detto:

      Speriamo :)) ti abbraccio! 😘

  3. GengisJokerKhan ha detto:

    Pure io so stato a Sestola, in 3 superiore. Adoro lo snowboard!

    1. ehipenny ha detto:

      Uuuh io sarei stata un pericolo pubblico 😅

  4. Convinta che fossi già diplomata. Come ti diranno in molti la parte bella viene adesso e dopo con l’università. Hai già deciso cosa farai? 😁

    1. ehipenny ha detto:

      Infatti me lo hanno detto tanti, anche se tanti hanno detto che il liceo sia meglio… chissà 😉
      Sono già iscritta a economia, a Bologna nella mia città :))

      1. ehipenny ha detto:

        Grazie! Dici che ne avrò tanto bisogno?? 😅

      2. Io te ne auguro tanta, però l’università è diversa, richiede impegno. Non so come sia economia, studio chimica, però dai, è una triennale, dovresti sbrigarti prima di me. 😀

      3. ehipenny ha detto:

        Anche se penso che farò anche la magistrale gli ultimi due anni… mi rendo conto che di impegno ce ne vuole, in fondo si cresce… mi impegnerò :))

      4. ehipenny ha detto:

        Non è una cattiva idea 😆

  5. Come parole di polvere ha detto:

    Sarà un successo cone te💚

  6. Giuliana ha detto:

    … come sempre ❤

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie! ❤❤

  7. kikkakonekka ha detto:

    Dico la verità, i miei anni del Liceo sono stati gli anni migliori, più divertenti e spensierati, specialmente quelli dei triennio. Anche noi una classe di eterni scemi, senza tuttavia arrivare alla creazione del manichino (!!!).
    Il momento della maturità fu un periodo di grande coesione, ci siamo incoraggiati l’un l’altro, aiutandoci e facendoci presenti agli orali dei compagni come ultima pacca sulla spalla.
    Io ai miei compagni ho voluto – e voglio – un bene sincero.
    Poi con molti ci si è persi di vista, talvolta reincontrati (thank you facebook), ma con sempre nella mente i ricordi indelebili di pianti e risate.
    Si apre un’altra porta, Penny. Ad Economia incontrerai persone altrettanto speciali, con la libertà di scegliere la compagnia da frequentare. Sarà una nuova grande esperienza.

    1. ehipenny ha detto:

      Eh lo so, il manichino è notevole hahaha! Devo dire che la maturità impedisce di perdersi di vista, l’anno è finito ma non mi sembra ancora… 😉
      Sono curiosa di iniziare la nuova esperienza infatti, anche se ovviamente non so cosa aspettarmi, ma ne ho voglia 😀

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