Storia di un incontro per strada 

Ho incontrato un matto per strada. Non era cattivo, non era nemmeno brutto, ma l’istinto mi diceva di andare avanti, di non fermarmi appresso a lui. Ma non ce l’ho fatta. Aveva allungato la mano verso di me, curvo e tremante come un cucciolo smarrito, e non avevo saputo proseguire oltre, distogliendo lo sguardo dal suo. Voleva fare una telefonata, eppure quel suo spalancare gli occhi mi incuteva una paura strana. Sapevo che non era cattivo, sapevo che non mi avrebbe fatto del male, ma sapevo anche che avrei voluto non averlo mai incontrato. Mi chiese il cellulare, con un velo di disperazione nella voce, che in qualche modo mi fece provare pietà per lui. Chiamava “Professore!” con la voce strozzata, lo pregava di portarlo via, al mare magari, a Milano Marittima. E gridava che Papà lo trattava male, che era cattivo. Più lo guardavo e più mi convincevo che fosse soltanto un figlio sfortunato e impaurito, finito in mezzo alla strada senza sapere più dove andare. Mi chiese di accompagnarlo in un bar per chiamare Papà, e in quel momento mi si strinse il cuore. Sembrava un bambino, cercava il mio sguardo e nel mentre mi raccontava di avere due lauree e tanti soldi, ma Papà era cattivo con lui. Non sapevo cosa dire, come comportarmi, come guardarlo. Sentivo che voleva tranquillizzarmi, o forse voleva solo distrarre sè stesso, ma mi chiese cosa stessi studiando, e se sarei andata in vacanza. Temevo di ferirlo, anche se lo conoscevo da due minuti. Al bar chiese un caffè, e gli fu risposto che prima avrebbe dovuto pagarlo. E lui, così giovane e ingenuo dalla mia prospettiva, continuava a occupare il posto davanti al bancone senza apparentemente aver capito. Lo guardavo, e la gente guardava me, come se fosse assurdo associarmi a lui, pazzo, in qualsiasi modo. Volevo solo che gli servissero il caffè e si decidesse a fare quella telefonata, ma seduti al tavolino rimase a fissarmi. Era aspaventato, come un gatto davanti ad un cavallo, piccolo piccolo perfino davanti a me, con le mani nei capelli e il petto che si alzava e si abbassava. Mi chiedeva che cosa avrebbe dovuto fare, ed io non lo sapevo. Cercavo di aiutarlo, e di parlare con lui come se non fosse stato matto. Ma con suo padre non ci parlò mai. Papà chiuse la chiamata prima che il figlio potesse dire una sola parola. Mi chiedevo come un padre potesse rifiutare il proprio figlio, chiudere la chiamata davanti ad un disperato “Papà! Papà!” che mi faceva venire i brividi, ma in quel momento volevo assolutamente andare via. Invece lui voleva una brioches, la chiese come la chiedono i bambini alla mamma, “Mi dai una pastina?”, e non potevo fare niente, soltanto guardarlo dalla porta mentre il barista lo afferrava per le spalle e lo spintonava fuori. Fu brutto. Perchè non aveva fatto niente di male, l’avrebbe pagata sicuramente, ma lo avevano trattato come un criminale. Era soltanto un ragazzo solo e rifiutato da tutti, che mi guardava con due occhi buoni e mi diceva che ero gentilissima. Non si fermò nessun altro. Gli dicevo che dovevo tornare a casa, che mi stavano aspettando, che non potevo comprargli i fazzoletti di carta perché non avevo soldi, e mentivo, lo so, con la più falsa sincerità lo stavo rifiutando anche io. E lui mi chiedeva di restare, perché aveva paura, perché a casa non poteva tornarci, perché era sporca, e in quel momento vidi la disperazione dipingere il suo sguardo. Cominciò a chiedere un fazzoletto di carta a decine di persone. Non si fermò nessuno. Nessuno lo ascoltava, nessuno lo guardava, tutti si spostavano quasi fosse un pericolo. Eppure sapeva anche l’inglese, e allora era vero che aveva studiato, era sincero fino all’ultima goccia. Perchè non ho fatto niente? Perché non gli ho comprato i fazzoletti che voleva? Non lo so. Paura. La stessa che mi ha convinta ad abbandonarlo dentro una tabaccheria senza dirgli nemmeno ciao. Quella paura che mi ha spinta a tornare a casa quasi correndo. Una paura irrazionale e involontaria. Colpa dei luoghi comuni, dei pregiudizi, della mia incapacità a trattarlo come tutti gli altri. No, non volevo comprargli i fazzoletti, gli avevo già regalato i miei. Sì, ho mentito, a casa non mi aspettava nessuno. E quando me ne sono andata l’ho immaginato, con la paura che mi seguisse. Una fantasia dopo l’altra, ed ero proprio io che giudicavo il barista che lo aveva cacciato come una bestia, o la suora che come tutti lo aveva guardato con un disprezzo ustionante, lei che dovrebbe predicare l’accoglienza e l’uguaglianza. Ma ero come tutti gli altri. Avevo anche pensato di richiamare quel Professore, dirgli dove si trovava, chiedergli di venir lo a prendere. Ma chi ero io? Mi sono chiesta questo. Una scusa, forse. Una delle tante. Ma quel ragazzo non l’ho più rivisto. Non so se alla fine sia andato in tribunale, come voleva, o se Papà e Professore lo abbiano ricoverato, come temeva. Ma quando ci ripenso provo per lui una grande pena, perché forse la società non è pronta per lui, non è pronta ad aiutarlo, non è pronta ad accoglierlo, e la colpa non è certo la sua. Ripenso a suo padre, ai suoi occhi grandi, alla sua mano incerta, e a quel gracile corpo che si rigirava su sè stesso al centro della piazza: nessuno merita di vivere così. Nemmeno lui.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. milesweetdiary ha detto:

    ….cavoli….questa storia mi è entrata dentro….continua a battere….chissà forse avrei fatto lo stesso anch’io portandomi dietro l’angoscia di averla lasciato…ma lui cercava il padre…o solo un po’ di conforto? Alcune volte la sofferenza che percepisco mi si strozza in gola…

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie, davvero! È stata un’esperienza reale che volevo raccontare, perché forse non sappiamo come comportarci finché non ci trova davanti a queste… 🙂

  2. MisterGrifo ha detto:

    interessante pezzo…

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie, davvero! Un’esperienza che ho vissuto e che volevo raccontare, perché penso e spero faccia pensare… 🙂

  3. no …
    nessuno …
    nemmeno lui …
    😦

    ciao

    1. ehipenny ha detto:

      Già…
      Buona giornata :))

  4. kikkakonekka ha detto:

    Non è facile.
    Abbiamo paura che, in preda ad un raptus, possa ferirci, spingerci per terra, o fare qualcosa contro di noi.
    O forse abbiamo paura e basta, immotivata.
    Ma guarda, Penny, non avrebbe avuto senso neppure dargli dei soldi, e regalargli un caffé non avrebbe migliorato la sua situazione. Purtroppo (il discorso ora si allarga) in Italia lo stato sociale (o “walfare”) ha sempre più le mani legate ed i bisognosi di assistenza (come lui) sono sempre più lasciati in balìa di loro stessi.

    1. ehipenny ha detto:

      Sono d’accordo, e da soli si può cambiare poco purtroppo…

  5. Jack ha detto:

    Greetings! Veery hеlpful advice in this
    particular post! It is the little changеs that will make thee largѕt changes.
    TҺanks a lot for shɑring!

    1. ehipenny ha detto:

      thank you too! 🙂

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