Quel fioraio indiano

A volte lo chiamano destino, quello che afferra per la gola in un gioco in bianco e nero dal sapore di morte. E come aquiloni le persone volano via, sopra le nostre teste, ed un ultimo sospiro di vento le trascina tra le nuvole. Persone mai viste, e poi quel buon uomo indiano da cui compravi sempre i fiori, caduto in mano alla sfortuna, o forse alla fatalità. Ma non c’è un motivo, non c’è sorriso, solamente lacrime stampate sul giornale e poche parole. Anche i fiori più  giovani e graziosi si perdono nelle tempeste di sabbia che seminano il deserto, forse perché la natura li ha fatti meno forti, forse perché ancora dovevano trovare un letto per le proprie radici. Ma ci si sente cadere, come scivolare in un tunnel oscuro e ritrovarsi immersi nelle acque gelide dell’oceano. Non è come quando scompare una parte di noi, della nostra famiglia, dei nostri amici. È il rispetto, quello che ti legava a quel fioraio indiano morto a quarant’anni, l’ammirazione per la voglia di lavorare, per il sorriso luminoso, per i suoi fiori sempre vivi, freschi. È una sorta di reciproca non conoscenza, legata all’abitudine di lasciare sempre qualcosa, anche solo il rumore di pochi passi tra quei fiori che parevano parlare. È chiaro che ci stai male, ma per qualche strano motivo non ti viene da piangere. Ti arrabbi, perché non lo meritava, un po’ come quando le nuvole grige del temporale oscurano i colori del tramonto, e vorresti poter cambiare le cose, magari quel destino di cui tutti parlano, o discutere con Dio. Ma si libera in aria il profumo dell’impotenza, la consapevolezza che a volte non basta essere buoni, amati, perfino angeli, a volte il sonno ti prende e non ascolta preghiere. Ha un poco il sapore della sconfitta, come la ruggine che dipinge di arancione le tue mani strette al vecchio cancello, e nemmeno con il sapone se ne cancellano le tracce. Forse è ancora più triste, perché non hai ricordi nemmeno guardando la foto della moglie in lacrime, pensi soltanto a quegli sciacalli dei giornalisti che vorrebbero raccontare il dolore con una fotografia. Ma perché intervistare lei? Perché non chiedere a chi passa davanti al suo negozio senza il coraggio di fermarsi e lasciare un fiore, perché tanto di fiori è già pieno? È più facile raccontare la morte. È solo silenzio. Il dolore è come un’immagine sbiadita, proiettata sul telo verde nel set cinematografico, un’immagine che brucia, limpida, quando le luci si spengono, e rimane impressa nello sguardo alla luce del sole. Ed è un dolore per ciascuno diverso, legato ad un’idea che l’istinto ci aveva regalato, ed una sorta di fiducia ingiustificata che forse non è nata mai in un singolo istante. È come una margherita che in primavera nasce, e poi rinasce, in infinite margherite. È una fiducia che si riflette in tutte quelle volte in cui sei entrato in quel negozio respirando il profumo di rose e tulipani, e lui era lì, affezionato ad ogni petalo così come alla vita. Se l’è portato via il tempo, in un gioco crudele in cui si vince e si perde, un roulette russa dal sapore del silenzio. Succede che se ne vadano i migliori, e crolla un pezzo delle tue abitudini, come un muro che si sgretola dopo il temporale. Succede di sentirsi strani, forse troppo poco legati a quel buon uomo indiano scomparso troppo presto. Pensi soltanto che in fondo è triste, e non è giusto. Pensi che avrebbe meritato di più. Ed è come quando, all’inizio di giugno, ancora devi mettere la felpa per non sentire freddo, e ti proteggi chiudendo il giornale, perché non fa altro che farti arrabbiare. Comprerai i fiori sempre nello stesso posto, è una promessa. E percorri la foresta che hai voluto esplorare correndo, esci e ti ritrovi abbagliato dalla luce della vita. È una scelta che va fatta. Per noi, per chi non c’è più. In fondo dal dolore bisogna uscirne, ed è come cadere in mezzo ai rovi, sentire le spine conficcarsi nella carne, il sangue bloccarsi nel minuscolo foro ancora chiuso, e quando ne strappi una fa male, ma sono le catene che feriscono di più. Non sono nodi, ma è come se lo fossero. Sono impercettibili alla vista, come i più piccoli fiori nascosti che il fioraio indiano coltivava con cura, e con quella gioia che ogni mattina portava nel suo negozio. Forse abbiamo tutti qualcosa da imparare dagli altri. Ma a volte ce ne accorgiamo troppo tardi.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. GengisJokerKhan ha detto:

    Quella Penny indiana… XD

    1. ehipenny ha detto:

      No, penny italiana doc 😆

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