Dj Fabo, ciao

​In realtà, non sapevo nemmeno chi fossi. Fabiano Antoniani, piacere. Ho letto sul giornale di te, della tua storia, dell’incidente in moto che ti ha reso cieco e tetraplegico. Te ne sei andato alle 11.40, lunedì mattina, hai scelto di farla finita, di non combattere più quella stessa guerra che ogni giorno vinceva, perché a te nessuno aveva dato una possibilità in più. Lo sai?, ti capisco. A volte il caso ci travolge, e qualcuno si fa più male degli altri, non c’è un motivo, perché siamo tutti uno tra i tanti, e tu sei stato quello sfortunato, quello che ha perduto una grande parte di vita, ma non tutta. E penso sia la cosa più dolorosa di tutte. Tu capivi la tua condizione, capivi che eri privo di un futuro, privo di libertà, privo di dignità, capivi che non eri niente più di un vegetale. Non vedevi più i colori, la luce del sole, i sorrisi delle persone care, non potevi più scrivere, suonare la chitarra, ballare, guidare la tua auto, non potevi più mangiare da solo, cucinare, andare in bagno da solo, e c’è ancora qualcuno che chiama tutto questo “vita”? Ma io no. Perché probabilmente mezza Italia si scaglierà contro di noi, e non so nemmeno se esista una risposta giusta e una sbagliata quando si parla di questo, ma vorrei dirti che se me lo avessi chiesto, forse, anche io ti avrei portato in Svizzera. Sai che cosa penso? Che bisogna saper guardare. Saper comprendere. E tu in un incidente hai perso tanto, se non tutto. Mi sono messa a pensare a tutto quello che un uomo legato ad un letto non può fare, ma é una lista senza fine, piena di sogni senz’ali, come abbracciare qualcuno, baciare, inseguire un amico e giocare, portare il proprio figlio al parco con il pallone sotto il braccio, infiniti momenti che bruciano come spade fredde sulla pelle. Ma in Italia è un male che non ha una cura. Non ti ha ascoltato nessuno quando hai mostrato il tuo volto, quando hai gridato con le poche forze che ti rimanevano che non volevi più condurre quella vita, forse ti avranno fatto ingoiare qualche antidepressivo, qualche farmaco sperimentale, ma nessuno si é mai accorto davvero di te. Nessuno ha capito che cosa eri diventato, un corpo inerte, una bestia da tagliare come un’eredità tra due fratelli, un frutto da cogliere che non sarà mai maturo. Non ti ha ascoltato nessuno, e così te ne sei andato in Svizzera. Ti hanno portato via come un pacco speciale, lo ha fatto chi a te ci teneva, e aveva capito che i tuoi sogni non poteva più realizzarli nessuno, ti hanno portato a morire, ma non c’è stato niente di teatrale in questo, perché dicono sia da vigliacchi scappare, ma forse ancora più vigliacchi sono i soldati che muovono le spade contro chi é disarmato. Hanno combattuto contro di te, contro la tua volontà, per costringerti a ingoiare ancora ossigeno, e festeggiare un altro compleanno con il corpo legato stretto dai lacci celesti. Ma alla fine hai vinto tu. Sei andato in Svizzera, e sei morto lontano, senza il tuo mondo accanto, senza nemmeno la dolcezza del suono della tua lingua, e ti hanno chiesto più volte se fosse davvero la tua scelta, ma non hai mollato mai. Non so se sia stata disperazione o solamente una constatazione razionale, di certo non eri felice, e non potevi esserlo da uomo, perché un uomo non é questo. Un uomo non è un corpo da lavare ogni settimana, un uomo non é un pacco da spingere su di una sedia a rotelle, un uomo non è un pezzo di legno da accarezzare. Un uomo deve poter vivere con sè stesso, e non aver paura di trascorrere alcune ore in una stanza, un uomo deve poter costruire sul proprio tempo una strada, e poterla percorrere con i propri mezzi e la propria forza, un uomo deve poter vedere, sentire, assaporare ogni emozione, ma in un letto di casa tutto questo non è possibile. Ti dico una cosa. Penso che tu avessi un ricordo fin troppo chiaro del tuo passato. E chissà quale dolore ti ha accompagnato per questi anni, chissà con quale coraggio hai dovuto cambiare vita, e abbassare la testa davanti alla sfortuna. Hai dovuto chiedere aiuto, per tutto, e nominare altre persone perché camminassero per te, perché lavorassero per te, hai dovuto imparare a riconoscere che a volte la debolezza è inarrestabile, e ti ha travolto nel tempo di un lampo, rubandoti la più profonda dignità. Eppure oggi tutti parlano di te, e si professano predicatori della buona morale, dispensano consigli religiosi, citano i grandi autori, mentre io ti scrivo questa lettera senza sapere dove spedirla, se in Svizzera, dal tuo corpo, oppure in cielo. Non voglio convincere nessuno, perché sono convinta io. Sono convinta che la tua decisione sia stata difficile, dura, più di quanto ciascuno di noi immagini, e sono anche convinta che lasciare il mondo é stato per te il primo gesto libero dopo anni. Ecco, a volte l’uomo si riduce a questo. Uno strumento delle libertà degli altri. E accade anche per sfortuna. Dj Fabo, è stato il tuo momento, tantissimi hanno applaudito il tuo nome, tutti hanno cominciato a discutere delle regole, e il tuo intento è stato raggiunto, almeno un poco, perché oggi c’è ancora la speranza che qualcosa cambi. E che non debba più avere paura chi accompagna un padre in Svizzera, o una madre, per quello stesso amore che ci fa stare male quando sono gli altri a stare male davanti a noi. Nessuno meglio di te può capire tutto questo. Ma purtroppo non puoi più spiegarlo a nessuno. Ci hai provato, e alla fine qualcuno ti ha capito. Sei morto così, mordendo un pulsante, e infiniti giorni tutti uguali sono scivolati dalle tue spalle e caduti ai tuoi piedi, perché il tuo corpo non ha più muscoli vivi. Ti dico addio, e ti dico anche grazie, perché nonostante le discussioni e le eterne guerre, ci hai lasciato una grande lezione: credo che vi siano momenti, drammatici, in cui l’uomo smette di essere uomo, e gli è concesso allora desiderare di non esistere più nemmeno come corpo. Non c’entra la religione, non c’entra il parlamento, qui parliamo di persone. Parliamo della capacità di mettersi nei panni di chi, cieco e tetraplegico, non ha speranze a cui aggrapparsi, possibilità in cui credere, occasioni da sfruttare. Fa male guardare l’orizzonte e trovare all’infinito la stessa identica strada. 

Addio Dj Fabo, fai buon viaggio, se ancora stai viaggiando, e corri, adesso che puoi.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Signorasinasce ha detto:

    Una tragica realtà. Dj Fabo, nonostante le contraddizioni, ha potuto scegliere. Se penso a chi non è più in grado di intendere e volere, soffre e basta, mi sento male. In quei corpi martoriati, l’anima non c’è più.

    1. ehipenny ha detto:

      E forse tutto questo ancora non riusciamo a vederlo…

  2. neurocaffeine ha detto:

    si stringe il cuore

    1. ehipenny ha detto:

      Si è stretto perfino a me, mentre scrivevo…

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