Un improvvisato racconto estivo – Capitolo terzo

Nel pomeriggio Alice scese in spiaggia verso le tre, quando già suo padre sonnecchiava sotto il sole inspiegabilmente senza bruciarsi, e la spiaggia era semi deserta. Era il momento giusto per fare le parole crociate, quelle che non riusciva mai a finire perché le mancava sempre una parola, e allora si arrendeva e faceva il gioco di unire i puntini, come quando era bambina. Si sparse la crema ovunque, come un rituale, ma faceva caldo, un caldo da farti mancare l’aria, così chiese di fare una passeggiata sulla riva. Avrebbe trascorso ore a camminare con i piedi immersi fino alle caviglie nell’acqua salata, con le onde che sotto i talloni facevano ciaf ciaf, precise come un orologio. Stavano molto in silenzio, lei e suo padre, e ogni tanto parlava lui, ogni tanto parlava lei, ogni tanto guardavano semplicemente in avanti. Era la sola cosa che amava del mare: la pace alle tre del pomeriggio. E poi bagnarsi fino quasi alle punte dei capelli per poi stendersi sul lettino al sole, e giocare con l’acqua accumulata dentro l’ombelico. Nessuno le fece ombra, questa volta, perché il sole e l’ombrellone del ragazzo si scambiarono di posto. Non saprebbe nemmeno dire a che ora sia arrivato in spiaggia, ma quando voltò la testa e si girò di schiena se lo trovò davanti, con addosso una maglietta verde che nascondeva il costume. Teneva in mano un pallone, verde anch’esso, e le dita gracili sembravano reggerlo a malapena. “Giochiamo?”, “Arrivo”. Suo padre ancora doveva spogliarsi , ma si tolse solamente il cappello e raggiunse il figlio, più alto di lui di una testa, fino alla riva del mare. Di nascosto Alice li osservava, tra un ombrellone e l’altro, calciare la palla con la forza di un bambino. Parevano entrambi tremendamente annoiati, e nonostante attorno a lei vagassero gruppi di ragazze sorridenti e rumorose, la rincuorava il fatto di non essere la sola che si sentiva fuori luogo. Mentre giaceva ad occhi chiusi sul suo solito lettino la fece sobbalzare qualcosa di freddo e insabbiato che le piombò sulla pancia e rimbalzò oltre il suo corpo. Era un pallone verde. “Ti ho detto di non tirare così in alto, vai addosso alle persone”. Il ragazzo pareva non aver sentito, ma passò accanto ad Alice per recuperare il pallone, e senza nemmeno guardarla mormorò scocciato “Scusa”. “Figuati”, rispose, ma rimase sempre con il dubbio che lui non abbia nemmeno sentito. Il padre di Alice la fissava sorridente, e forse aveva anche una voglia matta di scoppiare a ridere, in fondo era un maschio, e Alice aveva constatato che i maschi ridono per qualsiasi cosa. “Cosa c’è?!”, “Niente”. Aveva sempre la stessa risposta: niente. E ogni volta Alice aveva la sensazione che stessero pensano la stessa cosa. Il tardo pomeriggio era il momento più bello per starsene in spiaggia, quando non faceva troppo caldo, ed anzi soffiava una fresca brezza dal mare che a tratti faceva drizzare i peli delle gambe. Ma evidentemente a quel ragazzo strano non piaceva nemmeno in quel momento, perché Alice lo sentì sciabattare sulla passerella poco prima delle sei. E con i genitori lo seguì a ruota mezz’ora dopo per infilarsi sotto la doccia.

Continua…

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