Un improvvisato racconto estivo – Capitolo secondo

“Dai, andiamo a fare colazione!”. Suo padre aveva l’ossessione di arrivare in spiaggia per primo, quando ancora il bagnino doveva aprire gli ombrelloni, quando c’era ancora silenzio, quando la sabbia incontaminata conservava le pieghe formate dal vento. E piaceva anche ad Alice, perché somigliava molto alla spiaggia d’inverno. Si tolse la canottiera e i pantaloncini rimanendo in costume, e si sentiva così vulnerabile che non riusciva nemmeno a starsene in piedi. Si nascose sul lettino rivolto verso il sole delle otto e chiuse gli occhi, con gli auricolari nelle orecchie. Quando era piccola sicuramente avrebbe trascinato suo padre sul bagnasciuga, e avrebbero costruito un castello degno di una vera regina, e suo padre glielo avrebbe donato, proprio a lei, che non lo sapeva nemmeno costruire da sola. Ma aveva diciotto anni, ora. Rimase immobile stesa sul suo lettino per minuti interminabili, poi qualcosa le fece improvvisamente ombra, e la percorse un brivido di freddo. Aprì gli occhi, e davanti a lei, davanti al suo ombrellone si reggeva in piedi un ragazzo pallidissimo e magro come un chiodo, con un costume verde piselli e i capelli rossicci spettinati dal vento. Non voleva guardarlo, ma il suo primo involontario pensiero fu “LUI avrà la mia età”, e si scoprì a fissarlo, mentre suo padre fissava lei con un sorriso da ebete a quarantadue denti. “Che c’è?”, “Niente”. Ma era palese che pensasse la stessa cosa. Non era bello, anzi. Pareva uscito appena da un ospedale tanto era bianco. E non sorrideva, un po’ come lei, seduto sul lettino con il cellulare tra le mani. E Alice riusciva benissimo a scorgere le sue dita sullo schermo spento, esperta anche lei nel fingere di avere una vita sociale attiva al di fuori della prima impressione. Il padre di lui, invece, aveva quel portamento rozzo, un po’ da pescatore, con il pancione in fuori e il berretto in testa in qualsiasi stagione. “Metti la crema”, gli disse. E quello alzò le spalle, rimanendo con lo sguardo fisso sulle sue mani. “Così ti bruci”, “Tanto sto all’ombra”. Alice aveva fermato la musica, ed era riuscita ad ascoltarlo parlare, con una voce roca e quasi strozzata che non usciva più dalle sue orecchie. Ma si convinse che non era nessuno, doveva farlo, e sapeva bene che non avrebbe mai avuto il coraggio di avvicinarsi. Si chiedeva solo se fosse anche lui così. Solitario, come la vicina di casa aveva definito Alice con sua madre. Ma avevo sempre sentito dire che gli opposti si attraggono, e a rigor di logica caratteri uguali avrebbero dovuto respingersi. Si voltò di schiena sul lettino e rimase a guardare la spiaggia popoparsi, voltando ogni tanto la testa di lato per controllare i capelli rossicci sotto l’ombrellone. Scomparvero verso le undici, quando il sole cominciava a bruciare e le temperature a salire vertiginose, scomparvero al ritorno dalla passeggiata in riva al mare che si era trasformata in un veloce bagno verso gli scogli. L’acqua era quasi calda, e Alice non aveva grandi aspettative a riguardo. La riviera romagnola era famosa anche per il mare simile al brodo per i tortellini, e a questo si era rassegnata. Cercava di resistere alla tentazione di bagnarsi sotto la doccia anziché tra le deboli onde, in fondo ancora sperava che qualcuno venisse da lei, e non voleva chiudersi ancora nessun portone. “Andiamo su? Tra poco c’è il pranzo”. E come da tradizione liberarono i lettini e raggiunsero nuovamente l’albergo.

Continua…

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. marzia ha detto:

    Rieccomi a scoprire una nuova puntata…e questo sarà un amico per lei?
    Chissà..;)

    In OT
    Correggi “verde piselli ” e “popoparsi” ( che sarà di certo popolarsi)
    Notte serena!

    1. ehipenny ha detto:

      Errori di battitura maledetti hahaha, appena riesco correggo, grazie 😉
      Un abbraccio!

      1. marzia ha detto:

        Ricambio 🙂

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