Gita scolastica all’isola d’Elba

Sono le gite scolastiche che ti lasciano con il dubbio di non averle mai vissute. Tutto diverso, tutto così strano. Ti rendi conto che niente è come lo avevi immaginato, ma in qualche modo c’è qualcosa di piacevole, quella minuscola sensazione di sollievo perché non sta andando tutto storto. È una sorpresa continua, la gita scolastica. E cominci a conoscere quei volti che non riuscivi a penetrare nemmeno con lo sguardo, cominci a indagare negli animi di chi tenevi lontano, forse per paura, forse per un motivo che nemmeno tu sai. Ti domandi se sia davvero la gita che volevi. Ma rispondere non é possibile, perché in un anno scolastico vi è una sola gita, e in quella gita c’è tutto. Ci sono i cori da stadio in fondo al pulman, c’è Tiziano Ferro che canta Sere nere, ci sono i pomeriggi a bordo piscina senza la crema solare, ci sono i professori che alla fine si divertono come bambini, e quei momenti di totale silenzio quando alla mattina apri la finestra e vedi che il sole sta cominciando a sorgere. Ti capita di illuderti, in gita scolastica. Perché pensi di essere finalmente nel posto giusto, nella classe giusta, con le persone giuste, ma la gita scolastica é solo un momento, un minuscolo frammento della storia del liceo. Fuori, un mondo. La gita scolastica é quel pezzo del puzzle perfetto, quello che si incastra perfettamente al centro, tutto levigato e dipinto con cura. È il pezzo che scompare sempre in mezzo agli altri, e tu rimani per ore a cercarlo senza trovarlo mai. È il pezzo che ti permette di concludere il lavoro di una vita, anche con i suoi impercettibili difetti, le piccole delusioni, le grandi sorprese.
Primo giorno
Comincia la storia in una mattina di maggio alle cinque. E vorresti non aver chiuso occhio, vorresti poter dire di aver vissuto la notte con gli amici, e invece eri lì nel tuo letto, protetta dal sonno che avrebbe cercato di rubarti la gita. Una persona, forse due, sono sveglie da più di ventiquattro ore. È lei, bellissima con quella felpa verde speranza che tu non hai voluto indossare, un poco per paura di somigliare a lei. Si parte, e il pulman si anima di quel gomitolo di voci sovrapposte che pian piano escono dal letargo e si fanno sentire. Si libera in aria la musica che fuoriesce dalle casse portatili, e i cori che in sottofondo seguono la melodia leggera. E poi il traghetto, il vento, la pioggia, la speranza del sole che si riflette nel verde delle felpe tutte uguali, tranne la tua. E ti accorgi che la stai cercando, quella persona. Sai che la cercherai sempre. Anche quando scopri che la sua stanza é di fronte alla tua, e devi resistere alla tentazione di prendere la valigia e posarla sul suo letto, perché in camera con qualcun altro non ci vuoi più stare. Eppure non dici nulla, non lo sai nemmeno tu quale stanza vorresti avere, magari nessuna, magari sarebbe più facile dormire sulla spiaggia. Corri in piscina e come fosse piena estate ti sdrai su di un lettino, ad assaporare tutto il calore del sole che ha prosciugato ogni goccia di pioggia. Nel pomeriggio, una camminata tra i sentieri verdeggianti e nascosti dell’Isola d’Elba sfianca i muscoli delle gambe indolenzite, mentre ancora la cerchi, con la speranza vana di incrociare per caso il suo tragitto con il tuo.
Secondo giorno
Un acquario tutto da visitare vive davanti ai tuoi occhi, vanitoso con i suoi squali e con la sua tartaruga gigante. Eppure un poco mette tristezza questo archivio di vite animali racchiuse come in scatola, e gli uccelli impagliati che ancora incutono timore. Mette tristezza perché sono animali meravigliosi, perché con il polpo vorresti tanto giocarci, e accarezzare le razze sotto la pancia, ma forse più di tutto ti interessano le fotografie. Perché ami fotografare, ma catturare una vita immersa in una boccia di vetro non è semplice. E forse in parte cominci ad avere paura per quella immersione con le bombole di cui non sei per niente sicura. Ti ritrovi su di una barca, con un tipo che ti incatena alla muta da sub come fossi un salame, e poi un’altra barca, la maschera, le pinne, le bombole e il giubbotto. Sei in piedi sul bordo, devi solo fare un passo avanti e lasciarti andare nel vuoto, e lo fai chiudendo gli occhi, con la certezza di trovare l’acqua e la paura di non trovarla più. È un attimo, quello in cui scompare ogni appoggio sotto i piedi, e immediatamente ti avvolge una sensazione di freddo a contatto con l’acqua del mare gelida. Hai come l’impressione di aver dimenticato tutto. Come si scende? Come ci si muove? È tutto diverso, perfino il fondale, da come lo avevi immaginato. Nuoti per pochi metri in mezzo alle alghe verdi che paiono un prato, ma non sei tranquilla, non sei a casa, e hai paura. Paura che succeda qualcosa, e una paura irrazionale di stare male, di avere paura. Quando esci dall’acqua ti sembra che la testa debba esplodere, e ti viene da piangere, perché sono tutti contenti eppure a te l’immersione ha fatto schifo. Sulla barca che punta nuovamente alla spiaggia il vento freddo sembra volerti portare via la pelle. Ma tu stai male, e forse per la prima volta te ne freghi di tutti, e ti lasci aiutare. Ti accoccoli a bordo piscina con la felpa verde speranza che hanno tutti, e insegui l’ombra fresca che ti accarezza leggera. La sera sembra un’altra giornata, sarà perché stai finalmente bene, sarà che in qualche modo ridi, quando in pulman ti trascinano fino a Portoferraio, ma di più quando sulla spiaggia si riunisce la classe intera e tu ci sei. Ridi perché lo sai che non durerà per sempre, forse non durerà nemmeno tutta la notte, ma ci si accontenta anche delle piccole cose.
Terzo giorno
Hai deciso di non partecipare, non ce l’hai fatta a immaginarti nuovamente avvolta dalla muta di gomma e dalla maschera. Hai deciso di non lanciarti da quella barca ciondolante, di non prendere a testate il freddo dell’acqua salata, di non seguire sempre la massa ma anche la tua volontà. E così ti ritrovi da sola a bordo piscina, con il sole del mattino che ti riscalda la pelle, da sola con i tuoi pensieri e le tue speranze che arrivi qualcuno, la speranza di avere più coraggio per stare da sola, il coraggio di aspettare, il coraggio di scappare via. Sei da sola e non contano le promesse che ti hanno fatto. È questa la gita scolastica, quella in cui niente è come ti aspetteresti, niente è perfetto, tutto é lasciato al caso e alle decisioni improvvise. Sei sempre tu a bordo piscina che non sai far altro che scrivere, mentre aspetti chi ha avuto più coraggio di te. Ma non ce l’hai fatta a seguire tutti gli altri su quella barca, non ce l’hai fatta a indossare quella muta da sub che ti stringe come un salame, non ce l’hai fatta a buttarti nel mare gelido alle dieci del mattino. E forse il peggio è che non sapevi come sarebbe stato, che cosa avresti provato, ma sapevi che quella persona non ci sarebbe stata. Sarà stata anche questa sua lontananza, e quel mare ostile che scivolava tra le mani e ti rispingeva su, lontano da tutti, lontano perfino dalla tua calma infantile. Ma ti sei resa conto che gli abissi non fanno per te. Continui a cuocere sotto il sole del mattino, senza esserti spalmata nemmeno un goccio di crema. E cominci a riflettere, pensi a tutti quei difetti che hanno reso questa gita così particolare, mentre sei in costume a fine maggio senza le persone che vorresti accanto a te. Poi arrivano tutti, e ti ritrovi investita da una folla che ha tanta voglia di parlare, tuffarsi in piscina, ma tu niente. Te ne stai zitta sul tuo lettino, invidiando la persona accanto a te e amandola sempre di più. In gita scolastica il tempo scorre come sportelli che si aprono uno dopo l’altro. In un attimo sei catapultata dentro ad una miniera ferrosa abbandonata, buia, fredda, sublime. Vorresti uscire subito, e invece ti fanno indossare un orribile casco giallo e vai avanti per inerzia, camminando in quella galleria illuminata dalla luce artificiale. Provi quasi un brivido, perché sarà l’ultima sera assieme, appena tornati dalla miniera. E provi un brivido perché non sei mai stata parte di quella classe, eppure le gite scolastiche sono così, le gite scolastiche ti fanno avvicinare tanto. E forse il peggio è che quando inizia a piacerti davvero, è il momento di fare le valige. L’ultima serata l’hai vissuta in spiaggia, assieme alle persone giuste, qualche birra e dei popcorn, una serata fredda e accarezzata dalla musica, con le onde del mare a pochi passi e le stelle brillanti nel cielo. Se avessi avuto quel coraggio, forse avresti fatto il bagno, e poi ti saresti sdraiata su di un lettino a cercare la luna. Ma tu quel coraggio non ce l’hai. È finita così la serata, con i tuoi pensieri che vanno a dormire e la certezza che la vita fuori da quella stanza continuava a respirare. È una calma che culla sul finire della gita scolastica come una vaga consolazione di tutto quel coraggio che non c’è stato. E forse in fondo è esattamente questo il posto giusto: la spiaggia di sera. 
Quarto giorno
È finita così la gita scolastica, un pozzo di emozioni che rimbalzano e si scontrano, è finita in una serata sulla spiaggia fino a tardi sulle note di Vasco Rossi. È finita con le valige ancora da sistemare in piena notte. È finita con qualche rimpianto per il tuffo che non hai fatto, per la serata che non hai trascorso con tutti gli altri, per tutte le parole non dette. Ci ripensi quando la mattina avresti voluto svegliarti sulla spiaggia e invece sei nel tuo letto, e a colazione sono tutti stanchi, e vorresti essere stanca anche tu. Scorrono le ruote delle valige per i corridoi dell’albergo, le camere si svuotano, e tu che non hai mai sopportato gli addii, sussurri in segreto che è stata in fondo una bella gita. Manca un frammento minuscolo di una gita che lacrima, un ultimo viaggio tra le scalinate del forte di Portoferraio, e l’orizzonte che si perde tra il mare e l’ombra della Toscana. Una foto di classe abbaglia il tuo sguardo assonnato, ed è come un lampo in mezzo al temporale, che ti ricorda che sei ancora in gita, e siete ancora una classe. E dire che ti illudi ogni volta di poter vincere quelle forze repulsive e pranzare tutti quanti assieme, ma il ristorante apre le porte a voi cinque, mentre guardi gli altri allontanarsi lungo il mare sferzato dalla pioggia. Mangi pesce, quel pesce che non ti hanno mai servito e che hai sempre gustato con i tuoi genitori. Ed é strano, perché a quel tavolo non ti senti a tuo agio, eppure sei felice. Raggiungi per l’ultima volta la classe davanti ad una gelateria, e vi accomuna un cono traboccante e le gocce che scivolano di nascosto a terra. Te ne stai in piedi ad osservare chi non sembra nemmeno accorgersi della gita che sta per finire. Aspetti il traghetto, con la tentazione di correre via e rimanere nell’isola, con la paura di perdere tutti, e con la consapevolezza che mancano solamente tre ore di scuola. Tre ore e un viaggio. Sali sul punto più alto del traghetto, là dove il vento pare volerti strappare i capelli, e ridi mentre un ragazzo impersona i professori del tuo liceo, ridi perché é bravissimo, ma anche perché ti senti a casa. Lasci che il vento trapassi la tua felpa verde speranza, e oramai sai che la speranza non serve più a niente, oramai é finita la gita scolastica, e non resta che la corsa verso il pulman per occupare i posti sul fondo. Sono i viaggi in pulman che rispecchiano quelle battaglie che ogni giorno sconvolgono in silenzio una classe, e la frammentano in infiniti piccoli mondi. Viaggi in pulman che non sono mai uguali, ma giunge quel momento in cui nemmeno le urla dagli ultimi sedili ti sorprendono più. Succede che non ti vada bene niente, succede di voler solo chiudere gli occhi e dormire, anche in pulman, quando risuonano dalle casse le note di Jovanotti che canta Mi fido di te. E lo fai, fingi di dormire, ma un boato riveste la voce di Tiziano Ferro con un potente Di sere! Nere! che penetra fin dentro le ossa. È l’ultimo viaggio in pulman, l’ultima volta che potrai canticchiare a bassa voce senza farti sentire, l’ultima volta in cui risuonerà la parodia di Lorenzo Fragola che grida che fuori c’è il sole, l’ultima volta in cui guarderai gli altri saltare sopra il cavallo di battaglia “Andiamo a comandare“. È davvero finita, e te ne rendi conto solamente quando scendi dal pulman e scorgi quella persona che trascina la valigia ormai lontano. Te ne rendi conto perché fa caldo, perché tuo padre ti sta aspettando all’angolo, perché non ti é mancata casa, perché sei grande e stai per finire la quarta superiore. Ma ti mancheranno tutti, ti mancherà questa gita, anche se a volte hai desiderato che fosse diversa, ti mancherà nonostante tutto e nonostante tutti. E come ogni gita la ricorderai tra qualche anno, sorridendo come fosse appena trascorsa.

6 pensieri su “Gita scolastica all’isola d’Elba

  1. Nonostante siano passati anni da quando ho finito le superiori (era il 2011) le gite scolastiche me le ricordo eccome, soprattutto quelle di due settimane all’estero. Mi ricordo che, proprio quando cominciavo a prendermi bene, mi rendevo conto che la gita era quasi giunta al termine. Ma questo in realtà è anche il bello dell’adolescenza: imparare a vivere le situazioni in generale, da quelle che ci sembrano belle a quelle che invece non ci piacciono per niente. Nella vita bisogna saper affrontare tutto: gioie,dolori, delusioni. Il tuo articolo è scritto molto bene, tanto che mi sono immedesimata e mi sono venute alla mente alcune immagini, oltre a che alcuni ricordi.
    Complimenti!

    • È vero, anche le gite scolastiche insegnano tanto 😉 Ti ringrazio molto, ci tenevo a questo resoconto, è un bel ricordo che voglio conservare anche qui :))
      Un abbraccio!

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