Dall’Ungheria all’Italia, Domenica 31 Maggio

G. dormì per dodici ore di fila, si fece una doccia, e fu pronta con il suo valigione sproporzionato a lasciare definitivamente casa mia. Provai un poco di nostalgia vedendo la sua valigia accanto alla porta, quando per nove giorni era uscita con il solo zaino sulle spalle. Era davvero finita. Arrivai in stazione prima delle undici, per seconda, forse per terza. Ed era tutto malinconico, vederle così, sedute sulle valigie a fissare il vuoto, e noi a guardarci attorno, da un lato felici, perché l’estate stava arrivando, e dall’altro tristi, perché era chiaro che non avremmo rivisto più nessuno di loro. Uno dopo l’altro arrivarono tutti, chi sorridente, chi piangendo. Facemmo un paio di foto di gruppo tutti assieme, ammassati all’ingresso della stazione, e poi fu il momento dei saluti. Ho sempre odiato gli addii, mi ripeto in silenzio di non piangere, che tanto è solo un momento, poi passa. Ma alla fine non funziona mai. L. scoppiò in lacrime davanti a me, e sentii un nodo alla gola che non voleva sciogliersi, le lacrime spingere per uscire, e cercai di trattenerle tutte, con uno sforzo enorme deglutii e abbracciai G., poi M., poi J., Z., K., E., N., e tutti gli altri. Sapevo che era l’ultima volta che ci saremmo visti. Lo sentivo da come ci guardavano, e da come noi guardavamo loro. Per molti di quei ragazzi i soldi non sarebbero mai bastati nemmeno per il biglietto aereo per l’Italia. Avremmo dovuto accompagnare la classe ungherese al binario, ma nella confusione ci perdemmo, in tre italiane, e perdemmo di vista gli ungheresi, e persi anche i miei pensieri tristi su di loro e sugli ultimi dieci giorni appena trascorsi. Percorremmo l’intera stazione prima di raggiungere l’atrio, corremmo, ed io mi preoccupavo soltanto di non perdere anche le altre ragazze. Tornammo in superficie per ultime, quando tutti se n’erano già andati. Ma non c’era tempo per sistemare la casa vuota, adesso: loro sarebbero venute a casa mia dopo pranzo, per lavorare a quel plastico per la professoressa di arte, ora marchiato con le impronte incancellabili di G., da consegnare il giorno dopo. Lavorammo fino a mezzanotte, e per quel giorno mi sembrò come se gli ungheresi non fossero mai neanche arrivati.

 

E’ stata una bella storia, di quelle che non si dimenticano mai.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. kikkakonekka ha detto:

    Spero che tu abbia comunque conservato alcune foto come ricordo

    1. ehipenny ha detto:

      Certamente, e ogni tanto me le riguardo, come ricordo 🙂

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