Dall’Ungheria all’Italia, Sabato 30 Maggio

Era, questo, l’ultimo giorno che avremmo trascorso con gli ungheresi. Ci trovammo a scuola, nell’aula magna, per la conferenza riepilogativa, durante la quale avremmo dovuto esporre le presentazioni preparate nei dieci giorni. Entrarono tutti quanti, e poi alcuni professori, infine i genitori, e a turno esponemmo le nostre frasettine in inglese scritte su un foglietto strappato, e trascorse così la prima ora di conferenza. Dopo il suono della campanella accadde il dramma. Il professore di lettere fece irruzione nell’aula e ci costrinse a rientrare in classe, il professore di matematica si era volatilizzato, la conferenza proseguiva e non proseguiva, tutti ci guardavano, anche G., ma senza capire. E non capivo nemmeno io, perché non eravamo noi la causa di tutto, ma forse un fraintendimento, un’incompatibilità caratteriale, non so. Ma fu la lezione peggiore dell’anno scolastico. Forse tremavo sulla sedia, non ricordo, mentre prendevo appunti su di un foglio improvvisato in attesa di scoprire se sarei rimasta in classe interrogata. Nella confusione cominciarono a circolare anche gli annuari e le foto di classe, sorridenti, e paradossalmente alcuni studenti piangevano per la tensione di quell’ultima strana giornata di scambio culturale. Ma giunse la magia. La chiamo così, perché era racchiusa tutta in un video del nostro soggiorno a Budapest, nelle nostre foto, nella musica di sottofondo dei Red hot chilli peppers e dei The Fray, anche nel mio non comparire, in quei selfie a cui ero e sono allergica, ma provai un’emozione strana, diversa, bella. E i brividi. Perché era stata la nostra gita, un viaggio meraviglioso, anche nelle incomprensioni, nell’organizzazione a volte così sbagliata, così improvvisata, ma era stato speciale anche in quello, unico. Dopo la conferenza il preside ci fece entrare tutti quanti nel suo ufficio e ringraziò pubblicamente il professore, che aveva dato tutto per noi e per questo progetto, lui che si era assunto più responsabilità di tutti noi messi assieme senza battere ciglio. Ci consegnarono gli attestati di partecipazione allo scambio e il preside ci congedò definitivamente, offrendo agli studenti ungheresi i gadget del nostro liceo. Per pranzo tornai a casa, e quel pomeriggio fu diverso, non avevo bisogno di uscire, non avevo l’ansia di occupare il tempo per forza. Lavorammo al plastico per la professoressa di arte, di nuovo, e ancora adesso in quel plastico riconoscerei la mano precisa di G., attenta ad ogni dettaglio per non rovinare i nostri mobili in miniatura e i nostri muri. Saremmo dovute uscire verso le cinque e mezza dirette ai giardini Margherita, per poi cenare fuori e restare un poco in giro, ma G. si impuntò, sostenendo di voler tornare a casa al massimo per le nove, perché dopodomani sarebbe dovuta andare a scuola. Rischiammo di litigare, durante l’ultimo giorno di questa convivenza, e non dico che sia stata colpa mia, non per egoismo, ma perché non fu una colpa. È solo che non la capivo. Concludemmo la cosa stabilendo che mio padre sarebbe venuto a prendere G. e soltanto G. alle otto e mezza, e di questo gli fui grato, e ancora oggi lo ricordo con grande stima. Ai giardini riconobbi la classe da lontano, i ragazzi giocavano a calcio, alcuni a frisbee, altre ragazze a pallavolo, altri ancora erano seduti in cerchio a chiacchierare, altre ragazze ungheresi a mangiare patatine. A una certa ora ci toccò fare pulizia di tutte le cartacce lasciate in giro e ci avviammo verso piazza San Francesco, dove avremmo dovuto mangiare la pizza. Cenammo così, seduti per terra, in una tiepida serata di maggio, tutti assieme, e sapevo che non sarebbe mai più accaduto. Forse fu anche per questo che non riuscii a capire G., il suo voler andare via, quando tutti eravamo lì riuniti. La accompagnai da mio padre, in macchina, e quando tornai indietro mi sentivo stranamente più libera, leggera, e in un certo senso in colpa. Dopo cena ci avviammo verso il centro, cantando l’inno nazionale dei vigili del fuoco a squarciagola, e per le strade ero orgogliosa di quel gruppo che eravamo, così rumoroso, così felice, così fiero della propria identità. Vagammo per il centro, e tutti erano in ansia per paura di perdere i propri corrispondenti; io no. G. era probabilmente a letto, o sotto la doccia, non saprei dirlo. Seppi soltanto dopo che G. si era infilata sotto le coperte prima delle dieci. E quando rincasai, fu stranissimo per me entrare in camera e vederla lì, infilarmi nel letto sapendola addormentata al mio fianco. Ma era l’ultima notte, era per forza tutto strano.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. kikkakonekka ha detto:

    In effetti è strano che lei abbia voluto tornare prima. Era la sua ultima sera, no?

    1. ehipenny ha detto:

      Infatti, è così… non ho mai capito, davvero.. 🙂

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