Dall’Ungheria all’Italia, Venerdì 29 Maggio

Destinazione: Firenze. In stazione ci portò mio padre in auto, dove ci aspettavano le professoresse accompagnatrici. In treno fui costretta a sedermi ad un tavolo con tre ragazzi ungheresi, e non fu solo imbarazzante, forse fu anche peggio, perché non aprii bocca. Contavo solo i minuti che passavano, con la paura di fondo che i tre ragazzi stessero parlando di me. Scesi dal treno facemmo un tour della città che durò al massimo un’oretta, e che si concluse con noi accampati per terra e le professoresse che non avevano idea di cosa farci fare. Ci diedero il via libera poco dopo, e in massa penetrammo nel primo bar per andare in bagno senza che quasi nessuno ordinasse niente da consumare. Inutile dire che la barista non era affatto contenta che una ventina di persone stessero aspettando fuori dal bagno, e poco ci mancò che li cacciasse via tutti quanti. Camminammo fermandoci ovunque, dal giornalaio, dalla farmacia, finché un mago armato di cinepresa ci fece partecipare ai suoi numeri di magia come cavie. Fu sensazionale, eravamo tutti radunati attorno a quel luogo apparentemente incantato, intenti a scoprire il trucco senza riuscirci. Perdemmo poi parte del gruppo dopo essere passati davanti ad un negozio di magliette, e fui io a lasciarla andare, quella parte di gruppo, ma non avevo forse nemmeno pensato a cosa mi era stato chiesto. Aspettammo mezz’ora, e i frammenti del gruppo tornavano uno dopo l’altro con il bottino di cotone. Altra tappa: il gelato. E perdemmo altre tre ragazze ungheresi per Firenze, ritrovandole poi alla fine della gita. Non riconoscevo nemmeno più se c’era o meno un vero e proprio gruppo, sembrava un gregge, in cui le pecore andavano dove pareva a loro. So per certo che ci ritrovammo in sei, tre italiane e tre ungheresi, in cerca di una strada verso la quale proseguire, e in cerca di qualche punto di riferimento che non fossero case. Non so nemmeno io dove le cose si sistemarono, come un puzzle che si ricompatta improvvisamente, ma sta di fatto che recuperammo il resto della classe sotto ad un albero in un piccolo prato. Mangiammo i nostri panini nella scomodità di una gita sicuramente lasciata in balia del caso, e cercammo di goderci il caldo che maggio finalmente stava portando in città. All’ingresso degli Uffizi c’era una folla paurosa, ma da scolaresca che eravamo ci fu permesso di scavalcare le file ed entrare immediatamente. Faceva un caldo torrido, avevamo tutti una sete tremenda e poca acqua, e le gambe esauste dopo aver camminato per tutta Firenze per rincorrere prima l’uno e poi l’altro e poi l’altro ancora. E non era più solo la responsabilità di G., ma era la responsabilità di accompagnare qualcuno per una città sconosciuta, una responsabilità nella responsabilità, non perdere di vista nessuno, controllare quanta più gente possibile, andare avanti da soli. Le stanze degli Uffizi erano inaffrontabili, perfino per la professoressa di arte, affollatissime, rumorose, una chiacchiera di sottofondo che tolse il fascino anche alla Venere di Botticelli. Giunti fuori, il gruppo femminile trascorse l’ultima mezz’ora fiorentina in piazza, sotto una finestra, aspettando che comparissero gli attori protagonisti della serie televisiva “Braccialetti rossi”. Ecco come si rischia di perdere il treno. Finimmo per dover correre verso la stazione, lanciandoci senza pensare in mezzo ad una strada, rischiando di travolgere le altre persone e di essere travolti a nostra volta. Ma sono quelle corse che un poco ti fanno emozionare, sarà per l’adrenalina, e vorresti continuare a correre anche dopo che sei arrivato. Con L. e C. sostammo al bar della stazione per comprare un po’ d’acqua, poi fu un attimo. Il treno aspettava. Guardai il cellulare per controllare l’ora. C. era accanto a me. Un secondo dopo L. era sparita. Eravamo in due davanti ai binari, senza sapere dove andare, quale fosse il nostro treno, dove fossero tutti quanti. Il panico stava già per dominare i nostri animi, cominciammo a fare telefonate, a cercare, ed io avevo una gran voglia di ridere, perché era così assurda quella situazione, e forse nemmeno mi rendevo conto che G. non era con me, e avrei dovuto raggiungerla. Trovammo il treno all’ultimo, e ci salii con un balzo di gioia mai provata prima. Scampato pericolo. Passai il viaggio di ritorno seduta sul bracciolo di un sedile, nella posizione perfetta per poter ascoltare come un gufo le discussioni che io non avevo mai avuto modo di affrontare: le ragazze ungheresi volevano uscire anche questa sera, le ragazze italiane mai. E se da un lato era quasi buffa quella storia, per me che alle nove di ogni sera ero a letto, dall’altro faceva rabbia, perché erano bastati otto giorni per far credere loro di essere i padroni dello scambio culturale. Tornate finalmente a casa, io e G. da sole dopo più di mezza giornata di distanza, uscimmo di nuovo, per cenare con le amiche all’Old wild west, a base di hamburgers e cheescake. Al tavolo, tradizione voleva che ci fossero delle arachidi, e che le bucce andassero buttate per terra. Fu così che il lancio della buccia dell’arachide cominciò, e le ragazze ungheresi lanciarono bucce ovunque, un po’ come si lanciano le monetine nelle fontane. Alla fine della cena, forse per l’ultima volta in questi dieci giorni, ci dirigemmo verso piazza della Pace, ormai divenuto il nostro campo da frisbee, ed anche la nostra seconda casa. G. era stanca, me lo disse, non la ascoltai. Volevo rimanere in quella piazza, non so nemmeno io per quale motivo, forse per l’atmosfera, per la musica di sottofondo, le grida, le risate, il volo del frisbee. Ma G. rimaneva china sul cellulare con quel suo sguardo che sentivo essere scuro, anche senza vederlo. Arrivate a casa, la sola cosa che fece fu farsi una doccia e mettersi a dormire.

2 commenti Aggiungi il tuo

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