Dall’Ungheria all’Italia, Giovedì 28 Maggio

Oggi doveva essere la giornata più bella: saremmo andati al mare. G. si vestì da spiaggia, con ai piedi delle ciabatte nere e un paio di pantaloncini hawaiani che si distinguevano a dieci chilometri di distanza, mentre io mi misi un paio di calze, una canottiera e una camicia. Nello zaino anche un panino, una bottiglietta d’acqua, un telo da mare e un paio di pantaloncini di jeans. Il ritrovo era davanti a scuola, dove già ci aspettava un pullman e la classe al completo. Sedevo in fondo, in silenzio, con il solo desiderio di arrivare e scendere dal pullman soffocante. Il viaggio passò veloce, mentre guardavo il guardrail dell’autostrada scorrere dal finestrino, e scendemmo tutti in un parcheggio di Ravenna. Visitammo un numero di chiese esagerato che non saprei quantificare, ogni volta pareva l’ultima, ogni volta ce n’era un’altra ancora. Verso l’una ci lasciarono mezz’oretta di tempo libero per mangiare i nostri panini passeggiando per strada e comprare un’orrenda granita alla fragola che fu cestinata dopo averne consumata meno di metà. Da quel momento, direzione spiaggia. Noi ragazze ci cambiammo nelle cabine delle docce, ed io mi infilai i pantaloncini e tolsi la canottiera, rimanendo in costume. Mi sentivo spogliata della mia protezione, io che a maggio non ero mai rimasta senza maglietta davanti a tutti, non mi sentivo del tutto a mio agio, non in quella spiaggia vuota non ancora attrezzata in cui non si distingueva anima viva. Ci accampammo verso la riva, ognuna sul proprio telo, quasi a formare un quadrato, il nostro. L’acqua del mare era gelida, il vento soffiava, ma il sole riusciva a scaldare i nostri corpi stesi, con la testa appoggiata sugli zaini e la musica. Cantammo Albachiara, Sally, Non me lo so spiegare. Io non cantavo, io ascoltavo, ascoltavo la voce di quelle persone con cui forse non avrei mai condiviso niente, ma oggi sì, oggi eravamo un gruppo soltanto. Provammo a giocare con la palla, ma uscì fuori qualcosa di informe, e rinunciammo. Di passeggiare non ci fu verso, il vento sulla riva portava via. Così rimanemmo accucciate nel nostro angolo di paradiso marittimo, mentre il sole cominciava a calare e il freddo a farsi sentire. Eravamo felici così, tra l’odore di sigaretta e quello della sabbia, con le risate, la voce di Vasco Rossi e Tiziano Ferro in testa, con quelle canzoni da gita scolastica che ogni volta risuonano fino a far sanguinare i timpani. Restammo fino all’ultimo, legate alla sensazione di pace che la spiaggia di maggio riusciva a trasmettere. Ma una volta salite sul pullman, ci aspettava ancora l’ultima chiesa da visitare. Durante il viaggio di ritorno ascoltai la storia di quella ragazza ungherese che mancava all’appello, e che aveva simulato, forse, di stare male dopo un colpetto contro la portiera dell’auto, e che ora, probabilmente, era stata dimessa dall’ospedale. Ma ad allietare l’atmosfera ci pensammo noi, cantando tutti assieme canzoni ungheresi riadattate e con la parola kebab infilata ovunque. Facevamo una confusione tremenda, ma eravamo noi. Noi che ci facevamo riconoscere così, in questi soli dieci giorni in cui esisteva una classe sola. Scesi dal pullman, trovai con G. un argomento di conversazione: il mare. E, non so, forse mi aspettavo un po’ di entusiasmo in più, la gioia per aver visto qualcosa di nuovo, e invece il mare fu paragonato al lago Balaton dell’Ungheria, eccetto per le belle conchiglie. Avevo passato un pomeriggio meraviglioso, avevo apprezzato la semplicità di quella spiaggia vuota, perfino del mare mosso e freddo che ansimava, e G., lei stava paragonando quel pomeriggio alla sua normalità. Forse è anche per questo che lasciai cadere il discorso, in fondo non ci saremmo mai trovate d’accordo. Non sarei nemmeno mai riuscita a spiegarle il fascino del mare quando ancora fa troppo freddo per andarci in vacanza, e la bellezza del trascorrere un pomeriggio con quelle persone che, in condizioni normali, le incontri soltanto di striscio, persone a cui vuoi bene ma che sono troppo distanti da te. Ecco, G. questo forse non lo capiva. Ed io non ho mai provato a dirglielo. Ci siamo limitate ad una doccia a testa per poi andare a letto presto. G. era stanca, e non sarei stata certo io a tenerla occupata.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. kikkakonekka ha detto:

    Se la giornata fosse stata calda/estiva, col cavolo che avrebbe paragonato il mare al lago Balaton!

    1. ehipenny ha detto:

      Lo spero bene! 😀

  2. Kristen ha detto:

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