Dall’Ungheria all’Italia, Mercoledì 27 Maggio

Quella mattina, entrando in classe, trovammo i banchi disposti in quattro gruppi, gli stessi che il professore aveva formato per la presentazione del percorso durante la conferenza finale. Come la volta precedente, il mio gruppo avrebbe dovuto occuparsi di rette sulla sfera. Discutemmo a lungo in italiano su cosa fare, e vedevo G. mettere il muso, lamentarsi con le professoresse che non la smettevano di fissarmi, e avrei voluto legarla al tavolo, in quel momento, ma non potevo farlo. Si alzò e se ne andò in un altro gruppo, ed io non feci nulla per impedirglielo. La mattinata presto divenne improduttiva, e ci ritrovammo a giocare e a studiare inglese per l’ora successiva, la fatidica ora di lezione. Al suono della campanella la maggior parte della classe si fece di nebbia, in parte dovevano scrivere la presentazione per la conferenza al computer, gli altri mentirono, per paura di affrontare l’interrogazione. Avrei voluto alzarmi e andare via, ma non potevo farlo, la professoressa non sapeva nemmeno cosa fare, se chiamare tutti in classe o se lasciar passare l’ora così, in silenzio. Ma giunse fortunatamente l’ora di pranzo, e gustammo i nostri panini seduti sui gradini davanti alla facciata della scuola. Il nostro piano era quello di andare tutti assieme al museo d’arte moderna Mambo, dove avremmo dovuto incontrare il professore alle tre in punto. Persi di vista G., e per la verità persi di vista un buon numero di persone mentre andai in bagno, tanto che l’autobus passò, e caricò metà delle persone. Capii come era difficile organizzarsi, e ancora più difficile applicare realmente i progetti organizzati, perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, ad ogni momento, e basta una minima distrazione perché imperversi. Davanti all’ingresso del Mambo mi ritrovai ad ascoltare un monologo sulle sigarette da parte di una ragazza ungherese. Non ho mai capito l’arte moderna, io. Vagavo per quelle stanze fingendomi interessata, e fingendo anche di capire che cosa si nascondesse dietro quelle chiazze di colore scomposte. Ma non capivo. Non capivo neanche perché fossimo venuti, ma non volevo uscire. Uscire avrebbe significato tempo libero da riempire, e ancora non sapevo come. Risolsi di seguire due mie amiche, e a G. lo domandai, mi rispose che andava bene, a lei andava sempre tutto bene, ma ero confusa. Non capivo se le andasse bene davvero oppure no. Ci ritrovammo in sei in piazza della Pace, nello spiazzo stranamente vuoto, a chiacchierare. E più il tempo passava, più non volevo che passasse. Sapevo che mia madre ci avrebbe volute in casa, in fondo eravamo sempre fuori, sempre in giro, sempre da qualche parte. Tornai a casa tra le cinque e mezza e le sei, con la consolazione che non ci sarei rimasta per molto. Per occupare il tempo io e G. ci mettemmo al lavoro per proseguire la costruzione di un plastico per la professoressa di disegno, e fu in quel momento che ci fu scattata la nostra prima e unica foto assieme. La conservo ancora, come ricordo di quel pomeriggio simbolo del nostro strano rapporto, silenzioso ma nello stesso tempo di complicità e di lontananza. Ci preparammo poi per uscire di nuovo, per la cena tutti assieme in trattoria. Ci incontrammo in un parchetto vicino, mentre alcuni si arrampicavano sui giochi per bambini e altri si dondolavano sulle altalene. Nella saletta della trattoria, sedevo a capotavola, e riuscivo a vedere tutti quanti, perfino G., dalla parte opposta del tavolo, nascosta. Ci furono servite lasagne verdi, crescentine e tigelle, tutto buonissimo. A fine serata, si spensero le luci, e per festeggiare il compleanno di una delle ragazze ungheresi fu portata una torta, ironicamente recante la scritta “Auguri” in italiano. E partì un applauso che ci univa tutti, nel nostro ritmo confuso e la nostra incapacità ad andare a tempo. A tutti quanti, poi, fragole con panna. Dopo cena il gruppo di noi studenti si alzò da tavola, deciso a raggiungere a piedi piazza della Pace, ormai nostra colonia personale. Camminavamo ascoltando musica ungherese al massimo volume, mentre alcune ragazze ungheresi ripetevano a intervalli regolari “Where’s the toilet”, perché dovevano fare pipì. Lo trovarono arrivati in piazza, o meglio, lo improvvisarono, dietro agli alberi, mentre tutti giocavano a frisbee. Non avevo voglia di alzarmi e andare a giocare, volevo solo che il tempo passasse in fretta. La notte era limpida, si vedevano le stelle, e alla fine ci ritrovammo così, con il naso all’insù a guardare quei puntini luminosi e a riconoscere la stella polare. G., non lo so. Era stanca, e voleva tornare a casa. Questa volta la ascoltai.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. therealsadness ha detto:

    … Scusa se te lo dico ma dal racconto sembra una sofferenza, per te, ospitare G.
    Forse sono io che interpreto male, ma forse anche per la lingua sembra che fra voi non vi sia alcun rapporto, neanche di scambio culturale.

    1. ehipenny ha detto:

      Forse una sofferenza no, non così tanto… è stato probabilmente difficile per entrambe, entrambe timide e riservate… un rapporto c’è stato in qualche modo, perché la ricordo, anche a distanza di un anno, e c’è stato specialmente quando a distanza comunicavamo via mail… so che non è la stessa cosa, ma non abbiamo avuto forse nemmeno il tempo per costruirlo quel rapporto…

  2. kikkakonekka ha detto:

    Anche perché chi sapeva come si diceva “Auguri” in ungherese?

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