Big eyes

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Walter Keane: Devo farti una domanda. Come mai questi grandi occhi strani?
Margaret: Oh, vedi io penso che si vedano tante cose negli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima.
Walter Keane: Sì, ma tu li fai come fossero frittelle! Sono troppo sproporzionati.
Margaret: Sì, gli occhi sono il modo in cui esprimo le mie emozioni. Li ho sempre disegnati così. Da piccola un’operazione mi ha lasciata sorda per un periodo e così mi sono ritrovata a fissare con lo sguardo. Mi affidavo agli occhi della gente.”
(Dal film Big eyes)

Non saprei definire se l’essenza del film fosse una biografia paradossale di un’artista, nascosta al mondo per dieci anni, oppure un ladro di persone malato di soldi, o magari solamente gli occhi. Sì, gli occhi. Quegli occhi enormi che dominavano i dipinti di Margaret D. H. Keane. Non è una recensione cinematografica, la mia. È una riflessione, un flusso di coscienza. Una riflessione che scorre fissando quei grandi occhi tristi dipinti al buio, occhi che racchiudevano un’anima venduta come oggetto vuoto. “Qui non c’è in ballo l’ego. Vuoi dire che li hai dipinti tu i miei quadri? Prego, fai pure. Di’ che li ha dipinti una scimmia.”. Ancora era la donna quell’essere dipendente, chiusa tra le mura domestiche, incapace per il pubblico di essere una persona fuori dagli schemi, un’artista magari, perchè i quadri delle donne non li comprava nessuno. E così ha lasciato andare quegli occhi enormi, abbandonati alla commercializzazione, quel meccanismo perverso che riduce alla banalità ogni briciola di originalità. Anche il matrimonio fu un abbandono. Un abbandono della sua vita all’aria aperta, dei ritratti per strada e della gioia nel vedere i bambini contenti. Forse succede anche oggi. Perchè in fondo il mercato dell’arte vuole sempre qualcosa in più, un passo avanti nella sperimentazione, ma sempre un passo indietro nel passato, nella precisione del Michelangelo, nella scolastica. Il mercato dell’arte è perfido, non guarda la tela, non guarda l’anima, non guarda nemmeno quegli occhi giganti colmi di sincerità. Il mercato vende, manipola, definisce bello ciò che piace, brutto ciò che si impolvera. E in quegli occhi Margaret dipingeva sè stessa, triste, senza riuscire a trovare la forza di smettere. Ha dipinto quegli occhi per dieci anni e guardato il marito raccontarli, come fossero suoi capolavori. Eppure non cambiava niente, erano sempre gli stessi bambini tristi, e la sua anima chiusa lì dentro. “Questi bambini sono parte di me“, diceva Margaret. Forse è questo che dovremmo imparare dell’arte. Che un quadro non è il suo valore commerciale, un quadro è la sua storia, la sua genesi, l’anima che cerca di raccontare in silenzio a chi solo sa guardare. Ma nel film ci sono questi grandi occhi che sembrano non raccontare niente. Uno specchio, forse, di come stiamo trasformando il mondo, con la nostra fretta di correre, con il nostro tralasciare perché si può sempre fare dopo, e finiamo così a perdere tempo davanti ai quadri digitali, le immagini di Google, i tratti luminosi delle scatole elettroniche. Ma l’arte non la guardiamo mai. Non così. Non come vorrebbe Margaret. Lasciamo che Van Gogh diventi un poster nella cameretta, ma ci siamo mai chiesti perchè dipinse dei girasoli? Sono forse come gli occhi di Margaret? Un pozzo, per nasconderci tutte quelle emozioni che sulla tela sarebbero scivolate via come acqua. Big eyes. Grandi occhi. Ed un marito che non smise mai di autocommiserarsi, anche davanti alla verità pura, la condanna in tribunale, la condanna davanti al cielo di tutta la popolazione mondiale. Ci vuole coraggio. E ci vuole coraggio per riprendersi dieci anni di vita sottratti da un uomo che Margaret pensava di conoscere, ma che invece la dominava. Ha avuto quel coraggio che a tante persone manca, e che tante persone forse vorrebbero trovare. Il coraggio di dire “questi occhi sono miei, questa è la mia anima”. Ho letto questo messaggio dentro ad un film che voleva raccontare una storia, una storia incredibile a dirsi, ma d’altronde assistiamo a tante assurdità nel mondo. È una bella storia. Una storia che sullo sfondo porta due occhi enormi, un amore immaginario che non è altro che debolezza, una mancanza di coraggio che tendiamo a colmare con le persone sbagliate. E Margaret forse era cieca davanti a questo, e nemmeno gli occhi che dipingeva, sproporzionati, sono riusciti a guardarla nel modo giusto, a darle quello schiaffo per farla risvegliare. Perchè in quegli occhi c’era lei. Ed erano tristi tutti. Non era una recensione cinematografica la mia, ma una riflessione. E devo ringraziare il film, ma prima di tutto una donna che dopo anni di oscurità è uscita vincitrice.

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. marta ha detto:

    Anche io ho visto questa film un po’ di tempo fa e devo dire che concordo con te: quegli occhi sono lo specchio dell’anima, non solo di Margaret, ma dell’umanità intera la quale, negli ultimo decenni, ha smesso di sorridere e di vivere la vita, ma si rattrista, corre e non si ferma mai a pensare a cosa è veramente la felicità.

    1. ehipenny ha detto:

      Dici bene, sono contenta che abbiamo visto la stessa cosa 😉
      Un saluto!

  2. Mariantonietta ha detto:

    Nessuno può restituire la vita persa, quindi bisogna tenerli aperti quegli occhi. E ci vuole più coraggio a sprecarla vita che a cambiarla.

    1. ehipenny ha detto:

      È vero, dovremmo difendere la nostra vita anziché sprecarla 😉

  3. lulasognatrice ha detto:

    Molto bello, questo tuo post: mi ha colpito molto

    1. ehipenny ha detto:

      Grazie di cuore! Ci tenevo molto, questo film mi è piaciuto molto 😉

      1. lulasognatrice ha detto:

        Allora devo vederlo 🙂

      2. ehipenny ha detto:

        Te lo consiglio! 😉

      3. lulasognatrice ha detto:

        🙂

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