Riepilogo di un cammino – I Capitoli

CAPITOLO 1
Il giorno in cui dovemmo dar via la casa fu il più triste di tutti. Mio padre era senza lavoro da mesi, e io avevo smesso di andare a scuola per potergli in qualche modo semplificargli le giornate. All’epoca avevo ancora sette anni. Ero piccolo, sì, ma avevo capito che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiato. E infatti così fu. L’ultima notte nel mio letto fu la più tormentata. Mi svegliai alle quattro del mattino, fuori era ancora buio, e la luna mandava ancora qualche raggio luminoso nella stanza, attraverso le tende tirate, quanto bastava per ricordarmi degli scatoloni con tutte le mie cose. Anzi, non proprio tutte. Molta roba vecchia, giocattoli di quand’ero piccolo, e altre cianfrusaglie le vendemmo poco tempo prima a un mercatino organizzato alla meno peggio nel nostro cortile. Ormai del mio passato non mi era rimasto molto, solo qualche peluche arruffato e puzzolente, una vecchia macchinina rossa, il modellino di una Ferrari, ancora lucida, e un diario.
Ripresi in mano il diario proprio in quella notte insonne. Avevo già scritto qualche pagina alcuni mesi prima. “Oggi è il mio compleanno! Finalmente ora sono grande, e la nonna potrà chiamarmi ometto! Questo è il giorno più bello di tutti!”.
Chissà come sarà il mio prossimo compleanno, quando questa casa non sarà più parte della mia vita…
Sfogliai il diario e rilessi quelle parole innocenti, di quando ancora credevo che non avrei mai lasciato la mia vita di bambino fin quando non lo avessi stabilito io. E coi ricordi tra le mani mi riaddormentai.
Mi svegliò mio padre, alle otto, e quando sollevai lo sguardo notai che gli scatoloni erano spariti, e il mio diario era al suo posto sul comodino. “Che succede pa’? Dove… dove sono le scatole?”. Capii che nel posto in cui saremmo andati non ci sarebbe stato posto per gli scatoloni. “Ho chiesto alla nonna se può tenerli lei, in cantina, insieme…insieme a te”, “Perché mi vuoi mandare in cantina?”, chiesi più per alleggerire la tensione che per curiosità; mio padre sorrise, alle mie sciocche parole, “Non voglio costringerti a farlo. Sei ancora piccolo, non puoi capire quello a cui stai andando incontro. Non sarà una casa come questa, lo sai vero? E non avrai una tua stanza, e io starò fuori spesso… mi sento in colpa a trascinarti in questa cosa”. Risposi deciso, “Ne avevamo già parlato, pa’! E poi io capisco benissimo, come ho capito quando mi hai detto che la mamma non sarebbe tornata, e allora ho smesso di aspettarla. Ma non puoi lasciarmi dalla nonna così, quando ti rivedrei, se no? Io vado dove vai te. Punto”. Mi abbracciò, e questo mi bastò per capire che sarei andato con lui. “Su, riempi questo con le cose che ti vuoi portare. Io ti aspetto di là”.
Presi deciso il diario e lo ficcai nello zaino, poi scelsi un peluche, il mio più caro, e misi dentro anche quello. Selezionai i miei due libri preferiti dalla libreria, e li infilai dentro con delicatezza, per paura di poterli rovinare in mezzo a tutte quelle altre cose. Riempii lo zaino fino all’orlo, lo chiusi a fatica, e lo indossai. Era un più grande di me, e un po’ pesante, ma in quella situazione era sopportabile.
Sulla porta provai un brivido , e tutti quegli anni passati mi tornarono alla mente all’improvviso e tutti assieme, e capii che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei messo piede nel mio passato. Da quel giorno la mia vita non mi appartenne più, mi lasciai trasportare dagli eventi, come le alghe in mezzo alle onde, senza certezze e senza obiettivi. Tutti quei vecchi ricordi iniziarono a dissolversi, e tutto ricominciò da capo, come se fossi nato una seconda volta. Forse non ero ben consapevole di quello che stavo facendo, ma non lo dissi mai a mio padre. Sapevo che se lo avessi fatto mi avrebbe allontanato e deportato dalla nonna; era quello il suo modo di fuggire dai problemi: scappare. Ma l’unico che ancora potesse rappresentare un legame con la mia vecchia vita era proprio lui, mio padre, e non potevo permettermi di perderlo.

CAPITOLO 2

Vagai per le stanze, ancora arredate, ma vuote e silenziose, e mi resi conto della ricchezza che avevamo e che stavamo per perdere. Una vita spesa a costruirci il nostro nido, e un colpo di vento è sufficiente per distruggerlo.

“Tommi? Ci sei? Ti aspetto in macchina, okay?”. Non sono sicuro di aver sentito quelle parole, di sicuro non c’ero, non ero pronto, non ancora.

Andai in camera di mia sorella: anche lei non era pronta. Mia sorella aveva diciassette anni, all’epoca, ed era come una mamma, per me. Forse per il fatto di essere più grande, e quindi in grado di capire, divenne l’oggetto di sfogo di mio padre e, dopo, anche il mio. Ho sempre ammirato mia sorella, lei, che ascoltava tutti ma non si faceva ascoltare, una ragazza abbastanza riservata con gli estranei, ma che se c’era bisogno era la prima a presentarsi, una ragazza sempre gentile, ma anche intelligente, forse persino più della sua età. Molto probabilmente aveva già capito da tempo che ce ne saremmo dovuti andare da casa, ma non me lo aveva mai detto. Qualcosa in lei, però, era cambiato. Non aveva più quella sua tipica speranza, quando a cena chiedeva a mio padre se qualcuno aveva accettato la sua richiesta di lavoro. Sapeva già che la risposta sarebbe stata la stessa dei centotrentaquattro giorni precedenti, quando mio padre comunicò di essere stato licenziato. Non disse mai il perché, ma mia sorella forse l’aveva capito: le sue assenze, la sua rabbia, la sua mancanza di voglia di lavorare. Tutto causato dalla scomparsa della mamma, un anno prima. È morta di malattia, ma nessuno mi ha mai detto quale. Mia sorella mi disse “Una malattia che non perdona”, ma non aggiunse altro. Fu diverso, perché lei di solito era sempre in qualche modo mia complice. Ma della mamma lei non voleva mai parlare. Quando le chiedevo di lei, si arrabbiava e se ne andava, e spesso mi diceva “Pensa al presente, Tommi!”, il che suonava più come un consiglio che come una minaccia.

La mamma non mi è mai mancata tanto, ma a mia sorella sì. E anche a mio padre. Sarà che la mia tenera età ha voluto cancellare i ricordi dolorosi, mentre mia sorella aveva sedici anni e un legame meraviglioso con la mamma. Però insieme ce l’abbiamo messa tutta per ripartire. Secondo mia sorella papà non si è impegnato abbastanza, mai come abbiamo fatto noi. Ormai lui faceva orari sempre più strani, al lavoro, ogni giorno diversi, a volte non usciva proprio di casa, e vedevo che mia sorella era sempre più delusa e rimproverante. “Francesca, cerca di capire, ti prego, non ce la faccio, non posso. Tutti laggiù mi ricordano lei. Mi sento oppresso, tu non t’immagini quanto!”, lo sentii dire una sera. E a forza di far capricci lo licenziarono.

E così torniamo al quel giorno…

Entrai in camera di mia sorella. Stava piangendo, guardando una foto della mamma che la ritraeva al parco, sorridente, in sella alla sua bicicletta preferita. Ricordo bene quando gliela regalammo, per il suo quarantunesimo compleanno. “Potrei prenderla io, quella foto?”, chiesi implorante. Lei la tolse dalla cornice ormai tutta graffiata e rovinata, e me la diede in mano, asciugandosi le lacrime. “Ti piace molto, questa, eh? Se vuoi ne ho un’altra simile…”. Era un discorso a vuoto, nessuno dei due voleva veramente parlare di quello. Restammo in silenzio per un po’, mano nella mano, un po’ abbracciati. “Perché lo vuoi fare, Tommi? Avresti una casa, i tuoi vestiti, tutte le tue cose…”, “Ma non avrei voi. Non voglio perdervi così…!”. Improvvisamente le lacrime iniziarono a spingere per uscire, e io non mi sforzai neanche di fermarle. Mia sorella mi strinse a sé, e ci sdraiammo sul letto, per l’ultima volta.

È triste pensare a quante ultime volte ci sono state in meno di ventiquattr’ore: l’ultima notte, l’ultima colazione, l’ultima doccia, l’ultimo abbraccio.

Con lo zaino ancora in spalla stavo appoggiato al corpo grande di mia sorella, e lei mi accarezzava i capelli, come un tempo avrebbe fatto la mamma. Fu in quel momento che entrò mio padre, e lì la malinconia fece posto alla consapevolezza che era ora, e niente avrebbe potuto più cambiare le cose.

CAPITOLO 3
In macchina il silenzio era pesante, la radio spenta e le bocche chiuse. Nessuno aveva voglia di parlare, e forse non ce n’era neanche bisogno. Stavamo andando incontro a un niente che poteva essere tutto, correndo rischi e prendendo precauzioni, in nome di una famiglia sull’orlo della disgrazia che ancora riusciva a credere in un futuro assieme.
Abitammo in un albergo per più di un anno. Io e mia sorella ricominciammo la scuola, e mio padre fu assunto come cameriere nella struttura. A me piaceva stare là. Gli spazi erano molto ridotti, è vero, c’era un solo minuscolo bagno, e dovevo dividere la stanza con mia sorella, ma il fatto di avere un posticino solo per noi che non fosse in mezzo a una strada mi ridiede un po’ di speranza. Iniziai a passare molto più tempo con mia sorella. Mi veniva a prendere da scuola, mi aiutava con i compiti, mi preparava la cena, mi dava la buona notte. Quel nostro legame che era sempre stato solido, con lo stesso sangue che ci scorreva in corpo e la stessa vita condivisa, divenne ancora più forte. Cominciai a vedere in lei il volto confuso di mia madre, e una sera feci l’errore più grande che potessi mai fare.
Stavo andando a dormire, e mia sorella era sul letto, accanto a me, per darmi il bacio della buona notte, come sempre. Fu un attimo di confusione, un’immagine sull’altra, mi avvicinai e la baciai sulla guancia, poi pronunciai le fatidiche parole “Notte, mamma”. Non è che non me ne accorsi, anzi, sapevo bene cosa avevo appena detto, e mi resi subito conto dello sbaglio immenso che avevo fatto. Mia sorella si fermò, come impietrita, e io, facendomi piccolino sotto le coperte, la guardai. Mi chiese lentamente, come se si volesse assicurare di aver sentito bene, “Come mi hai chiamata?”. Farfugliai delle scuse preso dall’agitazione, imbarazzato e impaurito, ma lei si avventò su di me, mi sollevò a sedere sul letto e la sua mano precipitò sulla mia guancia, potente e involontaria. Quella fu la prima e ultima volta che alzò le mani su di me. Sentii lo schiocco, ma quello che fece ancora più male fu che proveniva dalla mano di mia sorella, una mano in parte mia, stessa forma e stesso sangue. Non m’importò della mia faccia arrossata o delle lacrime che uscivano dagli occhi, vidi mia sorella alzarsi, quasi scioccata, dicendomi “Tu te la devi dimenticare, hai capito?”, e provai un brivido. Ancor prima che potessi rispondere qualcosa, però, lei era già uscita.
Quella sera non tornò a casa, e io stetti tutta la notte ad aspettarla, stringendomi al peluche che mi aveva regalato per i miei cinque anni. Sentivo in qualche modo e per qualche assurdo motivo di averla persa, per una parola sbagliata, una mia parola sbagliata, e mi odiai profondamente per questo. Mio padre mi vide, rosso in faccia e mezzo sconvolto, ma non mi chiese niente. Capì da solo cos’era successo. “Aspetta solo che torni, e gliela faccio passare, ‘sta voglia che ha di fare a botte con la gente!”, disse, più a sé stesso che a me. Avrei dato tutto per avere qualche anno in più e riuscire a rintracciare mia sorella, dirle “Non fa niente, ti perdono”, dirle di tornare a casa, da me.
Il giorno dopo tornò. Non disse mai dov’era stata, non salutò né me né mio padre, si chiuse in bagno e aprì l’acqua della doccia. Sono sicuro che non stesse facendo la doccia. Era una ragazza furba e coscienziosa, non si sarebbe mai messa a farsi una doccia in un momento come quello.
A distanza di un anno da quando ancora credevamo nella nostra modesta famiglia, quel legame che ci univa, già provato da tante sofferenze, si spezzò improvvisamente e in modo irreparabile.
Quella sera mio padre mi mandò a letto presto, ma io ascoltai tutto quello che veniva detto di là dalla porta. Non avevo mai sentito mio padre parlare così a mia sorella. Le disse cattiverie che non meritava, la accusò di ogni colpa che non aveva, e la insultò pesantemente. E più i toni si alzavano più io stringevo il mio peluche. Ero attonito e spaventato dal comportamento aggressivo di mio padre. Sobbalzai quando una sedia volò per la stanza, ebbi paura quando un piatto si ruppe, piansi quando una porta si chiuse definitivamente. Mia sorella se n’era andata.
Spalancai la porta della mia camera come un posseduto, e corsi verso mio padre, che era ancora lì dalla porta d’ingresso. Molto probabilmente piangevo, ripetevo “Scusa, scusa!” come un disperato, ma mio padre non mi fece proseguire, mi afferrò di peso e mi chiuse in camera. Provai per lui il più profondo odio per aver distrutto quel poco che restava della mia famiglia, e da quel giorno il rapporto con mio padre divenne estraneo e lontano, freddo, e distaccato, come tra due sconosciuti. Nessun abbraccio, nessun bacio, nessun sorriso complice, nessun accordo.
Speravo che mia sorella tornasse, ma non tornò mai.
Me la presi anche con lei, per avermi abbandonato, divenni scorbutico e aggressivo, persi tutti i miei amici. La mia maestra mandò a chiamare mio padre e gli disse che picchiavo i miei compagni. Rimasi a casa da scuola da solo, per una settimana, ma nulla cambiò. Poi un giorno mio padre perse la pazienza…

CAPITOLO 4
Era sera, mio padre preparava la cena, e io ero stravaccato sul divano, con un libro tra le mani e gli occhi puntati sul vetro della finestra, vuoti e inespressivi, per osservare la sua sagoma senza essere visto, quando lui mi fece una domanda, distratto, alla quale ovviamente non risposi.
“Al diavolo! Vuoi tua sorella? E ti ci porto da ‘sta cazzo di sorella!”. Le posate che aveva in mano volarono via, e lui si avvicinò minaccioso a me, con uno sguardo serio e cattivo, che mai prima di allora gli avevo visto addosso. “Tommi, tua sorella non tornerà, lo capisci? Se n’è andata, punto, fine, volata via, basta!”.
Lo sapevo da tempo, da quando quella porta si era chiusa violentemente, quella sera. Eppure quelle parole mi fecero male. Fino a quel giorno la speranza si era appropriata di me, facendomi credere in un suo improvviso ritorno, al punto di rifiutare di vedere la realtà come stava davvero, mentre ora la consapevolezza della sua assenza si fece dolorosa e pungente, come tante spine piantate in corpo.
Mio padre non stette neanche ad ascoltare la mia risposta, raccolse le posate che aveva lanciato, e tornò al suo lavoro. Avrei potuto dire qualcosa, scusarmi, abbracciarlo, oppure mostrargli la mia rabbia e il mio dolore, ma non lo feci. Lui aveva distrutto la mia famiglia: non era più degno di essere considerato mio padre.
Rimasi a vivere con lui, senza più pensare né a mia madre né a mia sorella, accettando tutto come se fosse normale. Un rapporto freddo e distaccato ci separava, come due calamite che tentano di avvicinarsi dallo stesso polo, ma che si respingono a vicenda. Raggiunsi i dieci anni da solo, senza donne o amiche femmine intorno. Iniziai a detestarle tutte, a scuola, nell’albergo, per strada, ovunque. Vedevo in loro persone troppo fragili e inaffidabili per meritare attenzione. E mentre maturavo queste nuove concezioni, il bambino che era in me mi spinse a riaprire quel diario che avevo salvato dall’abbandono il giorno in cui dovetti lasciare la mia casa natale. Lo avevo nascosto a me stesso, proibendomi di dissotterrare il passato, e lo tenevo nel fondo di un armadio. Ecco, quel giorno trasgredii la mia stessa regola, e ne fui fiero. Lessi qualche frase a caso, cercando il nome di mia sorella. “Oggi Francesca compie diciassette anni!”, “Francesca mi ha accompagnato dal dottore perché papà aveva un impegno più importante”, “Francesca è rimasta con me fino a tardi perché papà lavora”. Tutte quelle Francesche iniziarono a girarmi davanti agli occhi, fino a ricomporre quel viso che non vedevo più da tre anni.
Avrebbe dovuto avere vent’anni, ormai. Avrei voluto festeggiare con lei il diploma, la maggiore età, la patente, l’università, la laurea, il primo lavoro… E invece tutto è andato in pezzi. Quel diario dalle pagine tutte pasticciate era ancora aperto tra le mie mani, e per la prima volta mi fece schifo. Lo scaraventai via, come il mio passato, deciso che non lo avrei mai più riaperto.

CAPITOLO 5
Così, dopo quell’episodio, mi convinsi che la mia infanzia non era stata altro che una recita, e che mia sorella aveva sempre solo finto di volermi bene. Mi costruii fantasie inutili e ridicole per giustificare il mio stato solitario e il mio odio verso il mondo, facendo diventare tutti ai miei occhi dei perfetti attori. Andavo a scuola solo perché costretto, studiavo solo per la sufficienza, ma del resto, mio padre di me non si occupava mai. Spesso le mie insegnanti chiedevano come mai mio padre non venisse mai ai colloqui, e io rispondevo sempre “Era al lavoro”. In realtà non era al lavoro. Era sempre fuori casa, ma il perché lo seppi più avanti. Lui usava sempre scuse diverse, senza mai dirmi la verità, così anche io mi limitavo a dir bugie su bugie per coprirlo. E non so neanche io perché ho continuato a difenderlo, nonostante tutto. Avrei potuto dire la verità, dire che non avevo la minima idea di dove fosse, farlo diventare il mio nemico anche agli occhi dell’altra gente, ma non lo feci mai. In fondo, in me scorreva parte del suo sangue. E forse non avevo mai smesso di credere in un miracolo che sistemasse il nostro rapporto, e lo rendesse degno di unire un padre e un figlio, che non si sono mai davvero voluti separare.
Quando avevo ancora undici anni, mio padre trovò una nuova compagna, una tipa attaccata ai soldi che lavorava in banca, e che frequentava abitualmente night-club. È inutile dire che già l’idea di una nuova mamma mi fece di per sé imbestialire, ma il peggio venne quando capii che razza di persona voleva portarsi dietro. La conobbi una sera, mio padre la portò a cena da noi, in albergo. Si era raccomandato mille volte, “Tommaso, mi raccomando, non fare una delle solite scenate, sorridi e sii gentile”. Mi comportai come mi aveva chiesto, ma quella donna mi irritava. Era alta e bellissima, vestita elegante, un trucco perfetto, un’aria apparentemente gentile. Ma era giovane, molto di più di mio padre. E pensai che in fondo nascondesse altri piani. Le sorrisi sempre, le versai l’acqua nel bicchiere, ma lei finse di non vedermi, come se fossi stato invisibile. La rabbia iniziò a salirmi dentro, e i sorrisi sforzati divennero sempre più falsi. La cena mi sembrava eterna, ma mio padre pareva non accorgersi di nulla.
“Come va a scuola, Tommi? Sei promosso, spero, vero?”. “Si, si, promosso, grazie, e… ah, già, una cosa, Tommi mi chiamavano quand’ero piccolo. Mi chiami Tommaso, per favore”.
Mio padre mi fulminò con lo sguardo, e la donna, Angela si chiamava, fece un sorriso così smorzato e sfottente, che persi la pazienza. Mi alzai da tavola, dominato da una rabbia antica e segreta che d’improvviso aveva deciso di uscir fuori, in tutta la sua potenza incontrollabile. Gridai ad Angela parole pesantissime, davanti a tutti, le dissi che lei non avrebbe mai potuto prendere il posto di mia madre, e nel silenzio che si era creato attorno alle mie parole, me ne andai.
Corsi fuori, ma mio padre mi aveva già raggiunto e afferrato per un braccio. “Che cosa credi di fare?! Rispondi, diamine!”. In quel momento la mia breve vita si riassunse davanti a me, mostrandomi finalmente l’unica vera causa di tutte le mie sofferenze: mi svincolai dalla stretta di mio padre, e gi urlai in faccia quello che veramente pensavo di lui, “Ti odio, sei un bastardo!”. Tutti mi fissavano increduli, un’anziana commentò “Quel ragazzo non c’ha proprio rispetto”, ma erano tutte balle, loro non potevano capire i miei sentimenti. Scappai da lui e da tutti, di corsa. Qualcuno cercò di fermarmi, ma la mia faccia sconvolta e rabbiosa li fece desistere.
Passai così la mia prima notte fuori casa, in un parco, sopra a una panchina sotto un albero. Avevo freddo, fame e paura, e intorno a me il silenzio era inquietante. Fissai le stelle, e, per rincuorarmi, immaginai che accanto a me ci fosse una ragazza, bellissima e irraggiungibile, e che stessimo facendo una fuga d’amore assieme. Era un sogno tanto meraviglioso e realistico che a un certo punto credetti di poter davvero fuggire da quel mondo così vissuto e sconosciuto, e mi addormentai da illuso.

CAPITOLO 6
Con le prime luci dell’’alba mi risvegliai, tutto intorpidito, e decisi di raggiungere casa di mia nonna, dall’altra parte di Milano. Per me era come una missione segreta, trasgredii ogni regola possibile, e arrivai sotto casa sua completamente senza fiato e tutto sporco. Conciato in quel modo, avrei potuto spaventare chiunque, ma non mia nonna. Lei è stata la sola, dopo mia sorella, a preoccuparsi davvero per me, e dopo quel periodo il nostro è stato sempre un ottimo rapporto. Era diventata come una mia seconda sorella.
Quando mi vide, tutto sporco e ansimante, mi portò in casa con le lacrime agli occhi, chiedendomi “Oh il mio ragazzo! Che ti è successo? Che hai fatto? dove sei stato? E tuo padre?”. Non risposi subito, prima mi lasciai coccolare come un bambino, a cui mancava l’affetto dei genitori. In effetti, di affetto non ne ricevevo da tempo…
Rimasi con lei per tre mesi, senza che mio padre venisse a cercarmi. Raccontai a mia nonna ogni particolare della mia storia, e la convinsi così a non dare notizie di me. Scoprii solo più tardi che in realtà mia nonna e mio padre si erano telefonati il giorno stesso del mio arrivo, e che lei lo aveva scongiurato per il mio bene di non venirmi a prendere né a trovare per un po’. Scoprii anche che quelle telefonate avvenivano ogni sera, e che mia nonna gli raccontava di me, dei miei progressi, della scuola, e lui domandava, non faceva che domandare. Ovviamente io non potevo saperlo, e le notizie inesistenti di mio padre non fecero che rafforzare l’idea che mi ero fatto di lui. Lo immaginai a letto con Angela, a casa sua, per nulla preoccupato per me, e quelle immagini mi fecero male. Scaricai ogni mio dubbio o perplessità su mia nonna, pur sapendo che lei voleva bene a mio padre come una mamma vuol bene al proprio figlio. Lei non rispose mai davvero alle mie domande, ma in questo fu brava, lo ammetto, e mi lasciò pensare di suo figlio quel che a me pareva giusto. Se fossi stato al suo posto, non so se mi sarei comportato così. E questo un po’ mi dispiace, perché so i sacrifici che ha dovuto fare per un nipote ribelle com’ero io.
Il giorno in cui mio padre tornò da me, dopo mesi di assenza, fu il più doloroso. Ormai non aspettavo neanche più una sua visita, tanto era il tempo trascorso dal giorno in cui ci eravamo detti addio. Avevo forse quasi dimenticato il suono della sua voce, o la forma del suo corpo, perché vederlo di nuovo mi fece venire i brividi. Quando suonarono alla porta era pomeriggio, e mia nonna era in casa. Aprì lei, ma io intuii quasi subito chi fosse la persona in piedi sullo zerbino. Di solito la nonna era chiassosa e scherzosa, conosceva tutti, chiunque suonasse da lei, e anche se in qualche raro caso la persona che aveva suonato il campanello era un perfetto sconosciuto, lei ci scherzava comunque. Era di una socialità incredibile, tutto l’opposto di me. Ma quella volta, rimase zitta. Forse mia nonna e mio padre si abbracciarono, ma ormai io ero già corso in camera mia. Sentii i passi di mio padre, un poco familiari e un poco estranei, salire le scale, lentamente, come se stesse meditando cosa dirmi. Quand’entrò, io non lo guardai nemmeno. Non era giusto. Io avevo sofferto per colpa sua, e ora era lui a doverne pagare le conseguenze.
“Tommaso”, mi disse, “Ciao”. Non risposi. “Come stai?”. Continuai a non rispondere, ma il cuore prese a battermi in petto sempre più forte. “Sai, non sono venuto prima perché ho saputo che stavi bene, che qui ti trovi bene, e che senti i tuoi amici. Sei uscito con loro, mi hanno detto. Sono contento, sai? Beh, cos’avete fatto di bello?”, “Siamo stati al parco”, risposi freddo. “Bello! Vi siete divertiti?”, “Abbastanza”. Quella falsa conversazione mi stava uccidendo. Entrambi sapevamo dove volevamo arrivare, ma nessuno aveva il coraggio di iniziare.
“Ti ho portato una cosa… ti va di vederla?”, “In realtà… ora no”, “D’accordo, ehm, va bene, certo, capisco… te la lascio qui, allora, così, ecco, se avrai voglia più tardi…”, “Va bene”. lasciò cadere sul letto una busta bianca con su scritto il mio nome, e si chinò per darmi un bacio. Io mi scostai istintivamente, ma dentro di me qualcosa era cambiato, qualcosa ora mi spingeva a perdonarlo, a tornare da lui. Vederlo in quello stato mi fece pena, e nello stesso tempo provare vergogna per aver dipinto di lui un’immagine così ingiusta e irreale. La mia immaginazione mi aveva portato a viaggiare lontano dalla realtà, e a creare una rappresentazione di mio padre nei panni di un mostro, senza nemmeno dargli la minima possibilità di rimediare a un errore. In fondo, forse, neanche per lui è stato facile avermi come figlio. Però ancora un fondo amaro mi ricordava che più di una volta lui mi aveva dimostrato il suo disprezzo, e da allora avevo imparato una volta per tutte a non fidarmi. E adesso tornare indietro mi era più difficile di quanto possiate immaginare.
Mio padre lasciò la stanza prima che potessi giungere a una decisione definitiva, e quel biglietto che mi aveva lasciato divenne per me la mia ancora di salvezza, la risposta alle mie domande.

CAPITOLO 7
Aprii il biglietto e lo lessi, con le mani che tremavano e un nodo alla gola che quasi mi impediva di respirare.
Caro Tommaso, questi mesi senza di te mi sono serviti per riflettere, e ho capito tutti gli sbagli che ho fatto. so che forse non mi perdonerai, ma voglio che tu sappia che mi dispiace, e che ti voglio bene. Ho sbagliato troppe volte nella mia vita. Francesca mi odiava e io l’ho mandata via. Sono un disastro. E non credere ch’io non l’abbia cercata, davvero, ma certi errori si pagano, sai? Un giorno ci siamo parlati, ma non sembrava più mia figlia. Sta con una sua amica, ora. E mi ha detto di dirti che le dispiace di non vederti più. Io le ho detto che almeno una visita avrebbe potuto farla, che ormai tu ti stavi dimenticando di avere una sorella, ma lei ha chiuso la chiamata. Forse tu non mi crederai, ma in quel momento ho temuto di poter perdere anche te. Se in quei giorno mi hai visto nervoso, o se sono stato sgarbato, ti chiedo scusa. Non mi ero reso conto di avere ancora una famiglia. Sai, sono cambiate tante cose, in così poco tempo… però, in fondo, noi due in qualcosa siamo abbastanza simili: i nostri dolori, le nostre sofferenze, i nostri problemi, ce li teniamo per noi. Tu ne sai qualcosa, vero? E se oggi io ti ho scritto questa lettera è perché mi manca il coraggio di guardarti in faccia, dopo quello che ti ho fatto passare, e mi faccio schifo da solo. Spero solo che ora tu possa quantomeno guardarmi e vedermi ancora come tuo padre. Un bacio grande, pa’”.
Quelle sue parole mi aprirono il cuore, e automaticamente scelsi di perdonarlo. Nonostante tutto, tutti i suoi sbagli, tutti i nostri problemi passati. In fondo, lui era e sarebbe rimasto sempre mio padre. Mollai tutto e corsi per le scale inseguendo quell’obiettivo che fino a un minuto prima mi era sembrato incondizionatamente irraggiungibile. Ci abbracciammo come non facevamo da tempo, e quell’abbraccio simboleggiò il nostro reciproco perdono. Compii undici anni sei giorni dopo, e da quel giorno, forte della mia maturità, decisi di dimenticare gli ultimi quattro anni, e di pensare solo al futuro. In fondo, non ero che un ragazzo…

CAPITOLO 8
Sette anni dopo raggiunsi la maggiore età. Finii le superiori, e uscii dalla maturità con novantadue. Festeggiai il diploma solo con mio padre. Il nostro rapporto era migliorato di giorno in giorno dal nostro perdono, e non avevo mai smesso di essere orgoglioso della mia decisione. Lui divenne per me una figura speciale, capace di assumere caratteri contrastanti in pochi istanti, una figura mistica e angelica, una guida e un modello, un padre e un uomo.
Trovò un lavoro fisso quando avevo ancora sedici anni, e pochi mesi dopo affittammo una casa solo per noi. Di Angela non seppi più nulla, ma molto probabilmente mio padre si era reso conto che doveva fare una scelta: o lei, o me. E al di là di quella sera, i loro rapporti divennero inesistenti. So per certo, però, che la paura di perdere anche il suo ultimo figlio lo cambiò totalmente, iniziò a coprirmi di attenzioni, e non perdeva occasioni di dimostrarmi che mi voleva bene. Tra regali, baci e abbracci divenne invadente e ossessivo, ma io non glielo feci mai notare. Quell’equilibrio speciale, in fondo, era casa mia, e sapevo l’impegno che mio padre ci aveva messo per arrivare a quel cambiamento drastico. Io non glielo dissi, certo, ma lui, per me, lo capì da solo. Un giorno, mentre eravamo entrambi sul divano, uno accanto all’altro, mi disse “Grazie. Per tutto”. Io feci finta di non capire, e lui pure, ma sapevamo benissimo entrambi a cosa si riferisse. Insomma, un rapporto complicato, il nostro, ma equilibrato: ognuno fece il possibile per tenere in piedi quella piccola e fragile famiglia, che sembrava così debole che anche con un piccolo errore sarebbe potuta collassare, e ognuno sapeva quello che l’altro aveva fatto; si creò così un rapporto di compromessi e complicità molto speciale, che solo in una strana famiglia come la mia poteva sopravvivere.
Crebbe in me il desiderio di trovare un qualcuno con cui condividere i miei pensieri, e per una pura coincidenza il mio desiderio presto si avverò. Conobbi Giovanni il primo anno di università, e con lui progettai di laurearmi. Avevamo gli stessi progetti e le stesse ambizioni, ma lui era molto diverso da me. Intraprendete, coraggioso, viveva da solo, in una casa in affitto, ed era commesso in un fast-food tre volte a settimana. La paga non era il massimo, ma bastava a sopravvivere. E io lo invidiavo, per la vita libera che conduceva. Mentre lui viveva nel suo rifugio personale, unico, io ero costretto a confrontarmi ogni giorno con le assenze della mia vita, una sorella scomparsa e una madre morta troppo presto. Sentivo il peso dell’aria di casa, ma non avevo il coraggio di separarmene.
Venne poi il giorno in cui Giovanni mi propose, anzi, mi “ordinò” di andare ad abitare con lui, e fu così che dopo varie riflessioni mi allontanai nuovamente da mio padre. Trovai un lavoro in un bar vicino a casa di Giovanni, da poco anche mia, e mi trasferii. Mio padre mi augurò buona fortuna, come se quello fosse il nostro ultimo incontro, e io m’immaginai che fosse così arrabbiato da non volermi più vedere. Non ci feci molto caso, sul momento. D’altronde, anche io ero sempre stato un tipo abbastanza melodrammatico, sin da piccolo. Da qualcuno avevo pur preso, no? Così lo salutai distrattamente, commettendo uno dei più grandi errori che potessi mai fare: quando finalmente tutto andava per il meglio, quando dopo tanto tempo lo avevo ritrovato, lo avevo dato per scontato, mentre scontato non era.

CAPITOLO 9
La mia vita cambiò, grazie a Giovanni. Nessun ricordo mi fece più stare male, nessun debito verso chi mi manteneva venne più a ricordarmi di essere buono e bravo. Cominciai a vivere davvero. Andai in discoteca per la prima volta, imparai a organizzare la mia vita da solo, senza nessuno che mi aspettasse a casa col piatto pronto, e più mi abituavo più mi rendevo conto che mi piaceva. Quante volte avevo pensato a quanto la mia vita fosse limitata, a quanto mi stesse stretta. Volevo conoscere il mondo, ma una catena invisibile ancora mi teneva legato a mio padre. Con il mio trasferimento, fu come un drastico cambio d’abiti, e finalmente assaporai il piacere di essere maggiorente e maturo.
Dopo quattro mesi dall’inizio di questo sogno, mi chiamò l’ospedale, dicendomi che mio padre doveva essere operato d’urgenza. Ed io mi sentii malissimo, le gambe mi cedettero, e dovetti aggrapparmi al tavolo per non collassare. Da allora i rimorsi mi tennero sveglio ogni notte, e il pensiero di perdere anche mio padre mi rese più intrattabile del solito. Lui, che aveva resistito nonostante tutto, lui, che era il mio ultimo ricordo e il mio ultimo gioiello del passato, poteva, lui, andarsene così?
Passai le settimane successive accanto a mio padre, incosciente e convalescente dall’intervento, pregando che si svegliasse e che mi sorridesse come se niente fosse accaduto. Tornavo a casa la sera e ripartivo la mattina, saltavo il pranzo, e non parlavo con nessuno. Persi tutte le buone abitudini, rinunciai alla corsa mattutina e alla doccia serale, e mi ridussi così a un robot, che faceva sempre lo stesso percorso, casa-ospedale, ospedale-casa, con la stessa espressione imperturbabile e gli stessi occhi vuoti fissi davanti a me.
Poi una mattina Giovanni mi chiese “Per quanto andrai avanti? Guarda che se continui così ti ricoverano pure a te, ve’!”. Conoscevo Giovanni, sapevo che lo sfondo ironico dei suoi discorsi non voleva essere un gesto cattivo o offensivo, ma era solo un modo di sdrammatizzare. Quella volta però lo ignorai e uscii come al solito. La sera, rientrato un po’ più tardi del solito, trovai un biglietto sul tavolo di cucina: “Torna a casa tua, ti farà bene”. Mi sembrò il peggior insulto mai ricevuto, pensai che non mi volesse più tra i piedi, e con rabbia raccolsi le mie cose e levai le tende, furibondo, gridandogli parole piene d’odio, inconsapevolmente ingiuste. Mi accorsi soltanto un po’ di tempo dopo che Giovanni aveva avuto ragione.
Tornai nella casa che aveva visto il rapporto con mio padre nel suo massimo splendore, e mi sentii meglio. Mi sentii a casa, come se mio padre fosse lì con me. Qualche giorno più tardi i medici mi chiamarono, ma io non risposi. Sapevo già cos’era successo. Vagai tutta notte, da solo, in giro per la città, prima di decidermi ad entrare nell’ospedale. Vedevo famiglie ovunque, anche dove non c’erano, e tutto questo non fece che farmi sentire ancora più solo. Arrivai fin sotto alla struttura ospedaliera, ma ero distrutto, mentalmente e fisicamente. Chiamai in lacrime Giovanni, chiedendomi se sarebbe venuto dopo quello che era successo tra di noi, ma riuscii a balbettare solo qualche parola confusa. Dieci minuti dopo Giovanni era lì. E rimase con me quando i medici confermarono la mia ipotesi, quando entrai nella camera di mio padre per dargli l’ultimo saluto, quando crollai a terra disperato vedendolo steso sul lettino, morto.
Quella notte, ripresi a vagare verso il nulla, ma insieme a Giovanni, e fu la prima volta che mi ubriacai. Sapevo di stare facendo la cosa più sbagliata possibile, ma ne avevo bisogno, sentivo di dover allontanarmi da quella realtà che da cosciente mi stava distruggendo. Di quella sera non ricordo niente, so solo che Giovanni, a modo suo, mi aiutò a superare l’ennesima perdita e l’ennesima sofferenza. Quando il giorno dopo tornai in me, la realtà mi si ripresentò davanti, insieme al solito dolore lancinante, e dovetti accettare con profonda rassegnazione la mia situazione.
Tornai a casa di mio padre, e trovai una lettera indirizzata a me in un cassetto:
“Caro Tommaso, questa è la seconda lettera che ti scrivo, e penso anche l’ultima. Quando la troverai molto probabilmente il mi destino sarà già compiuto. Non ti ho visto spesso, negli ultimi mesi, ma finalmente ti ho visto davvero felice, e di questo me ne rallegro. Avrei voluto parlarti prima della mia malattia, ma che diritto avevo, io, di rovinare una seconda volta la tua serenità? Sei stato inconsapevole fino all’ultimo per la mia volontà, perché tutto continuasse come era giusto che fosse. E ora che lo sai, spero solo che tu capisca. Ti ho lasciato tutto quello che ho, sono pochi euro, ma, ti ricordi? noi vivevamo con quelli. Lascio tutto a te, ma ti vorrei dire solo un’ultima cosa: ricordati, un tempo c’era Francesca”.

CAPITOLO 10

Il patrimonio di mio padre, frutto di faticosi risparmi, consisteva in tre mila e cinquecento euro circa, che dovevano aiutarmi a pagare gli studi all’università. Ma quell’ultima frase del suo, per così dire, testamento, divenne il mio tormento. “Ti dico solo un’ultima cosa: un tempo c’era Francesca”. Istintivamente, in un primo momento me ne fregai, ereditai tutti i soldi di mio padre e li depositai in banca, deciso a utilizzarli solo in caso di estremo bisogno. La cassaforte però mi chiamava giorno e notte, e Francesca tornò nei miei pensieri. Per ben due anni, però, non ne volli sapere niente di lei. In fondo, rimaneva sempre la sorella cattiva che mi aveva abbandonato, e non era neanche venuta al funerale del padre. Eppure i miei pochi ricordi con lei erano solo ricordi felici, e la malinconia iniziò così a farsi sentire.

Tenevo la lettera di mio padre sul comodino, e ogni sera la rileggevo, per risentire il suono di quel nome, “Francesca”, così poco familiare ma così conosciuto. E nel contempo risaliva anche la mia rabbia per quella sua ingiustificata non-presenza nella vita mia e di mio padre. Mi aveva abbandonato in un periodo difficile, e aveva rifiutato di tornare, nonostante mio padre l’avesse più volte cercata e contattata: tutto questo non aveva senso per me. Io ne ho passate di peggio, in seguito, eppure l’ho perdonato e ho pianto la sua morte come un figlio farebbe con il proprio padre. E non ho mai dimenticato la mia vera famiglia. Ma la cosa che più mi era inconcepibile, al di là della fuga di Francesca, era che lei non mi avesse mai cercato, che non avesse mai, neanche una volta, chiesto notizie di me: si era completamente dimenticata di avere un fratello. Come è possibile scordare una cosa simile? Avevo tante domande in testa, ma non volevo darmi delle risposte. La paura di un suo rifiuto o di scoprire spiacevoli sorprese mi bloccava, lasciandomi nell’ignoto.

Stavo sempre male, non riuscivo mai a stare attento a quello che accadeva attorno a me, non facevo che rileggere il nome di Francesca ovunque, nel testamento di mio padre, in vecchie foto o cartoline, nelle lettere di quand’ero piccolo, quelle sopravvissute alla mia rabbia distruttrice. Era diventata una situazione insopportabile, ma io neanche me ne accorgevo. Giovanni iniziò a passare le sue giornate fuori casa, a volte dormiva da qualche amico, ma io ero diventato insensibile, a ogni parola che mi rivolgeva io non rispondevo, se non con cenni del capo. Ero come morto dentro, non avevo nulla per cui combattere, o meglio, non lo trovavo, e così mi ero riservato un vita vuota e monotona, nella più completa solitudine e immerso nei rimpianti del passato. Non avevo scopi né desideri, solo rabbia, tristezza, e una curiosità nuova e insoddisfabile che si tramutava in altra rabbia e in altra tristezza.

In poco tempo avevo conosciuto una vita meravigliosa e finalmente felice, poi l’avevo subito persa, come i sogni, quando ti svegli improvvisamente e ti rendi conto che quello che vedevi un attimo prima ora non è più così reale. E così mi convinsi di non meritare una vita migliore di quella, e anzi, credetti che quella fosse una vita stupenda e destinata a rimanere immutata per anni, una vita banale, ritmica, e regolare, che in qualche modo mi dava sicurezza. Mi ritrovai a vent’anni a vivere idealmente da solo, solo con me stesso, senza un lavoro né una laurea, senza nessuno su cui contare, con una vita che non mi apparteneva e mille illusioni distrutte. E da queste ricchezze trovai un appoggio per ripartire.

CAPITOLO 11

Fu Giovanni a farmi tornare a galla dal mio abisso di silenzio. Una sera venne da me, e mi parlò duramente, più del solito: “Tommaso, Tom, sei sveglio?”, e io annuii, “Senti, io lo dico per te, eh, non ce la faccio più, okay? Lo so che per te è difficile, e tutto quanto, ma sono due anni, cazzo, due anni che va avanti così! Che non esci, non studi, non lavori, e IO mando vanti la baracca. Ti ho dato il tempo che mi avevi chiesto, e va bene, ci sta, pensavo che qualcosa sarebbe cambiato, ma quel tempo è passato da un pezzo, e tu continui a passare le giornate chiuso qua dentro a fissare una stupidissima foto di una persona che forse non rivedrai mia più! Ma dimmi, tu pensi che lei si stia rovinando la vita per te? C’avrà trent’anni, un fidanzato e una casa, mentre te ormai ti sarai pure dimenticato com’è fatta una donna, e non parlo dei capelli o del viso, lo sai. Ti sembra normale, questo? No, perché a me non sembra normale, no. Quindi se vuoi continuare a vivere sotto questo tetto ti devi alzare da quel fottuto letto, finire quella stramaledetta università, trovarti un banalissimo lavoro, una ragazza, anche un ragazzo, se vuoi, non me ne frega niente, e magari mi paghi un affitto, guarda, basta uno, eh! Se no puoi gentilmente prendere le tue cose e andare a fare il depresso da un’altra parte, va bene così?”.

Tra la stanchezza e la sorpresa quelle parole, come un getto di acqua fredda, mi risvegliarono dopo due anni di assenza, e finalmente mi resi conto della vita che stavo letteralmente buttando via.

La mattina dopo tornai all’università, e dopo un paio di mesi mi laureai. Trovai lavoro come apprendista un una biblioteca, e iniziai a pagare di nuovo la metà dell’affitto che mi spettava a Giovanni. Insomma, la mia era improvvisamente tornata una vita normale, ma non avevo ancora del tutto dimenticato Francesca. Giovanni lo aveva capito, ma evitava di metterci il dito, perché sapeva che, tranne lui, non avevo nessun altro su cui contare: in un certo senso, la sua presenza mi era fondamentale. E poi, andava fiero del suo efficace discorso, che mi aveva riportato sulla terra, ed era sicuro che fosse stato un miracolo. Solo dopo mi confessò che aveva avuto paura di dovermi portare in ospedale, e che se usciva era perché credeva che almeno in sua assenza potessi dar sfogo a quello che mi tormentava. Aveva avuto torto in entrambi i casi: primo, io continuavo a vivere fisicamente, e all’ospedale mi avrebbero mandato via a pedate, e piuttosto indirizzato verso il manicomio più vicino, secondo, no, in sua assenza non mi sfogavo, anzi, era peggio. La notte, poi! Dormivo solo poche ore, poi mi svegliavo in preda a orribili pensieri e tristi immagini. Sognavo Francesca che non mi riconosceva, che mi rideva in faccia, che non si fidava di me. E di fatto, quelle erano le paure che mi impedivano anche solo di provare a cercarla.

CAPITOLO 12

Passarono due anni, mantenni il mio lavoro in biblioteca, e continuai a condividere l’appartamento con Giovanni. Erano trascorsi quattro anni dalla morte di mio padre, ed io, tutte le domeniche avevo preso l’abitudine di andare da lui, al cimitero, con Giovanni, per portargli dei fiori. Personalmente, non credetti mai che mio padre potesse sentirmi o vedermi: per la mia mente scientifica la vita finiva con la morte, in terra, e niente avrebbe potuto resuscitare un cadavere. Però continuai a portargli i fiori, per rispetto, e anche per ripicca verso chi, in qualche modo, mi accusava di sfortuna.

Da due anni, ormai, iniziai a ritenermi felice, a modo mio, questo sì, ma felice. Avevo in mano la mia vita, ero indipendente, con una laurea in mano e un lavoro dignitoso, una casa e un amico su cui contare. A scatenare d nuovo qualcosa in me fu, un pomeriggio, una visita inaspettata…

Quando andai ad aprire la porta ero solo in casa. La persona che era immobile sull’uscio di casa era Walter, un amico intimo di mio padre ed ex-collega di lavoro. “Ciao Tommaso. Non so… se ti ricordi di me. Sono Walter, lo zione, come mi chiamavi molti anni fa”, e sorrise a quei ricordi che, almeno per lui, erano felici. “Ho saputo solo ora di tuo padre. Sai, ero via per lavoro, in Germania, e sono tornato poche settimane fa. E poi con Roberto avevo chiuso i rapporti da un po’. Mi dispiace, davvero. Posso entrare?”. Lo feci entrare con riluttanza, non perché avessi qualcosa contro di lui o per maleducazione, ma perché sapevo che avrebbe riaperto una porta pericolosa che a fatica ero riuscito a chiudere. “Come stai, tu?”, “Bene, la ringrazio”, “Oh, per piacere, diamoci del tu! In fondo, ti conosco da quand’eri piccolo. Mi chiamavi sempre zione, anche se non ero tuo zio. Eri felice, sai? Urlavi per tutta la casa –Arriva lo zione, arriva lo zione!-, e non ti si conteneva più. Non ti ricordi proprio, eh?”, “Ero piccolo…”, “Già… e era anche un periodo difficile”. Assentii in silenzio, e in silenzio rimasi, chiedendomi dove sarebbe andato a finire il discorso. “Hai più saputo niente di Francesca?”. Feci cenno di no con la testa, mentre quella porta pericolosa iniziò a socchiudersi, dentro di me, e alcuni ricordi cominciarono a insinuarsi nella mia testa. “Sai, se sono qui, oggi, è perché vorrei confidarti una cosa. Io ho sempre odiato tuo padre, forse più di quanto l’hai odiato tu. Era una persona viscida e provocatoria, non sapeva mantenere dei rapporti sinceri…”. io lo interruppi rabbioso: “Ma che cazzo stai dicendo?! Io e mio padre eravamo felici, assieme, hai capito!? Non riuscirai a rovinare il nostro rapporto, solo perché non hai ancora accettato che ti abbia licenziato, va bene?”, “Ti prego, lasciami finire! Io odiavo tuo padre, ma su una cosa potrei mettere la mano sul fuoco: lui ti voleva un mondo di bene, a te e anche a Francesca. E non lo dico perché eravate suoi figli. Lui diceva che avresti dovuto fare l’avvocato, come lui, e continuò a dirlo anche dopo la sua rovina. Non ti ha mai detto perché avete dovuto lasciare casa e scatoloni per andare a vivere in uno squallido albergo? Per scommesse. Lui giocava. Un giorno era così sicuro di vincere che si giocò tutto quello che aveva. E perse. Non te lo disse mai perché credeva che non avresti più voluto fare l’avvocato, come lui. Vedi, lui vedeva in te il suo futuro, e si aspettava che tu potessi sostituirlo nel suo lavoro, riscattando quel cognome che avete in comune. E si vergognava di sé stesso per tutti i disastri che aveva causato. Francesca, quando seppe che scommetteva, si infuriò talmente tanto che alla fine litigarono pesantemente, e si dissero cose irripetibili. Forse fu quella la causa che tu cerchi, riguardo alla sua sparizione. Tuo padre fu talmente severo con lei… Oddio, non lo so, non posso giudicare, ma sicuramente la colpa non è solo di tua sorella, questo è certo. E sai, un giorno tuo padre mi confidò una cosa: – C’è solo una cosa che voglio fare prima di morire: dire ai miei figli che mi dispiace e che voglio loro bene -. Purtroppo non c’è riuscito con tutti”. Ma cosa voleva da me, questo tizio?

“Ce l’ho anche io con Francesca, se è questo che vuoi sapere”, “Veramente… io no. Sai, la capisco. In fondo, tuo padre ha fatto molti errori nella sua vita, mettendo sé stesso davanti ai propri figli e alla loro sicurezza, e lei ha messo sé stessa davanti a suo padre. È la stessa cosa”, “No! Come puoi dirlo? Non è la stessa cosa, no! Mio padre ha sbagliato, è vero, ma ha cercato di farsi perdonare, e con me c’è riuscito benissimo. Francesca invece è sparita chissà dove con chissà chi, e nessuno l’ha più rivista. Si è completamente scordata di suo padre, di suo fratello, della sua famiglia, di tutto! Come puoi dire che la capisci, diamine?!”. La rabbia iniziò a salirmi dentro, quand’ormai quella porta dei ricordi era spalancata, e io ci vedevo chiaro, più chiaro che mai, sapevo cosa avevo passato in più di vent’anni della mia vita e a chi attribuire i meriti di ogni situazione. Però, senza ammetterlo, cominciai a provare a capire Francesca, e questo fu un passo avanti che mi fu utile più avanti. Ma intanto Walter era lì, e non avevo ancora capito quali fossero le sue intenzioni, così mi arrabbiai ancor di più, soprattutto quando vidi che mi guardava sorridendo. “Che cazzo ridi, tu?”, “Allora proprio non ci arrivi? Non hai ancora capito perché sono qui?”. Non ci stavo capendo più niente, mi alzai confuso, e lo guardai fisso, aspettando che si decidesse a parlare. “Francesca è tua sorella. Non la vedi da anni, ormai… Non vorresti conoscerla per la seconda volta? Magari cercare di parlarci, capire le sue ragioni?”, “No, per niente”, “E’ qui che ti sbagli, Tommaso. Andiamo, te lo leggo in faccia, ti brillano gli occhi solo al pronunciarne il nome! Perché continui a mentire a te stesso? Tu la vuoi vedere, muori dalla voglia di vederla, ma non lo ammetti. Perché?”, “Non sono affari tuoi… e poi… ho paura…”, “Ma di cosa?”, “Ma che ne so, ho paura e basta. Cos’è, è strano?!”, “No, anzi, è normale, ed è giusto così. Ma hai un sacco di rabbia dentro, e solo quando la vedrai di nuovo potrai liberartene. È quasi sicuro che davanti  lei esploderai come una bomba…”, “Ma chi sei, il mio psicologo?”, “Voglio solo aiutarti”, “Decido io, se voglio vederla o meno, chiaro? E adesso, no, non la voglio vedere. Fine della discussione. E ora, se non ti dispiace, ho delle cose da fare”, “Dici così adesso, ma credimi, la cercherai presto”.

CAPITOLO 13

La sera stessa mi misi al computer e cercai notizie di Francesca. Non so come avesse fatto Walter a convincermi, ma sono sicuro che se non ci fosse stato lui la mia vita sarebbe stata diversa. E non era vero che non mi ricordavo nulla di lui, anzi, “lo zione” era sempre stato parte dei miei ricordi più felici, sin da quando la mamma era scomparsa, solo che non volevo ammetterlo. Stavolta, però, mi aveva spinto a fare un grande passo, e così divenni per lui una sottospecie di debitore. Decisi che da quel momento in poi mi sarei concentrato solo ed esclusivamente su Francesca, e non avrei avuto pace finché non avessi scoperto qualcosa su di lei di concreto.

Digitai il suo nome su Google, e trovai il suo profilo su Facebook. Prima di cliccare per aprirlo chiusi gli occhi, e mi sforzai di visualizzare quel viso giovane, ora praticamente adulto, che avevo in mente da anni. Con la mano tremante premetti sul mouse, e finalmente vidi, dopo tantissimo, troppo, tempo, il volto di mia sorella Francesca. Com’era bella! Una foto felice, lei sorrideva, era su una spiaggia, sola. Direzionai il cursore sul link “foto”, e la seconda che guardai mi fece per un attimo scomparire il sorriso: un uomo le era accanto, tutto vestito di nero, i capelli a spazzola, un piercing al naso e uno all’orecchio, sorridente anche lui, sì, ma un po’ inquietante. Il mio istinto protettivo non si era per niente affievolito, anzi, era diventato più solido e robusto, come se fossi io il fratello maggiore. Capii con dispiacere dai commenti sotto le foto che quel tizio era una sorta di suo “fidanzato”, e la cosa mi diede il voltastomaco, la mia inquietudine crebbe. Una volta viste un paio di foto cercai nelle informazioni visibili qualcosa di utile per rintracciarla. Nessun indirizzo, nessun numero, solo una città: Salerno. Come fare? Ne parlai subito con Giovanni, appena arrivò a casa, e con fatica contenni il suo entusiasmo. “E’ chiaro, no? Si parte per Salerno!”.

La settimana dopo eravamo sul treno per Salerno, io e Giovanni, l’uno agitato nervoso, quasi nel panico, l’altro esultante, impetuoso, incontenibile. Giovanni aveva con sé tre guide e una cartina, e durante il viaggio non aveva fatto altro che consultare i suoi attrezzi, voltando le pagine con furia elettrizzata, e ammirando ogni fotografia che trovava, con stupore quasi infantile. Più di una volta dovetti sforzarmi di non guardarlo, per non perdere il controllo. E nel frattempo, non da meno, avevo già finito le unghie della mano destra, e stavo per iniziare quelle della sinistra quando, finalmente, il tremo si fermò, e fu il momento di scendere. Appena fuori dalla stazione ci sorse la prima, scontata domanda: “E ora come la troviamo?”. Soluzione: ancora una volta internet. Cercammo l’elenco telefonico, con la speranza che mia sorella avesse un telefono fisso, e dopo aver scorso tutti i nomi ci guardammo, perplessi: nessun nome corrispondeva al suo. Entrammo nel primo ufficio informazioni sulla strada, e domandai precipitoso alla ragazza davanti a me se conosceva l’indirizzo di Francesca. “Mi spiace, anche se lo sapessi, non potrei darglielo”, “La prego, sono suo fratello, sono venuto fin qui per trovarla, ma non so dove abita”, “Non posso aiutarti, mi dispiace”, “Oh, e andiamo! Un indirizzo, solo quello! Non vede il mio amico, che faccia c’ha?! Non le costa niente. Ora lei lo cerca, cinque minuti al massimo, ci metterà, e noi ce ne andiamo immediatamente, sarà come se non fossimo mai entrati”, “Non lo so… Come hai detto che si chiama?”. Era fatta. “Ecco… Ha una casa in affitto, Via… dei Falchi 13”, “Signora, lei è stata utilissima! Grazie mille!”, gridammo uscendo dalla porta.

Grazie alla cartina di Giovanni in un attimo fummo sotto casa, ma io mi feci prendere dall’ansia, e mi dovetti appoggiare a n muro per non crollare. Ce l’avevo fatta. Dopo anni in cui l’ignoto ci aveva tenuti lontani, ora pochi metri mi separavano da lei. Eppure quei pochi metri mi sembravano i più invalicabili. Feci un lungo respiro, e mi avvicinai solenne ai campanelli. Suonai quello che riportava il suo nome, ma rispose una voce anziana, sicuramente non appartenente a mia sorella. Ci accolse calorosamente in casa, ma di giovani neanche l’ombra. Mi schiarii la voce, e domandai se per caso quella era la casa dove alloggiava una cerca Francesca, perché l’ansia ormai mi stava distruggendo. “Chi? Oh, sì, certo, la Francesca! O, mi spiace, siete arrivati tardi, è partita due settimane fa. Oh, non ho neanche fatto in tempo a togliere il suo nome dal campanello… Sapete, lei era in affitto, qui, ma ormai era come casa sua… Ci viveva da dieci anni, ormai!”, “Partita? Come partita? Partita per dove?”, “Amsterdam, in Olanda. Diceva che qui lei e John non trovavano lavoro, così han fatto le valigie e hanno raggiunto i genitori di lui. Oh, che dispiacere m’han dato! Andarsene così! Ma come faccio, ora? Chi mai prenderebbe questa casa? Voi giovani siete, per caso, interessati?”, “Chi? Oh, noi… No, ecco, noi siamo solo di passaggio, veniamo da Milano”, rispose Giovanni, “Ah, già, beh, come non capirlo, non eravate così in confidenza con la ragazza però. Insomma, qui nella zona lo sanno tutti, della sua partenza. Bastava chiedere”, “Ecco… E’ una lunga storia… Abbiamo, vede, qualche difficoltà nel trovare un suo recapito, così…”, “Ma bastava dirlo subito! Ma ve lo do io, il suo numero!”. La donna corse, per quanto poteva, in cucina, e ricomparve qualche secondo dopo con un foglietto e un numero di telefono. “Ecco, toh, stavo per buttarlo, tanto quei due son andati, chi li rivede più! Tenetelo, tenetelo pure! A me purtroppo non serve più… Mi spiace di non potervi aiutare in altro modo, sapessi l’indirizzo della loro nuova residenza…”, “Si figuri, ci ha già dato un grande aiuto così, grazie mille!. Ringraziammo la signora più e più volte ancora, ma io ero da tutt’altra parte. Dopo la parola “partita” ero diventato incosciente, presente fisicamente, ma con la testa chissà dove, ad Amsterdam, probabilmente. Ed io che pensavo che finalmente l’avrei rivista! Per sole due settimane, ho fallito! Non capii neanche l’importanza delle informazioni ottenute, che invece Giovanni aveva inteso benissimo, e, anzi, stava già organizzando un secondo e più lungo viaggio.

“Allora se non la raggiungiamo in aereo, poi…”, aveva iniziato a pianificare durante il viaggio di ritorno. Ma io non lo ascoltavo. “Oh, Tom? Tommaso? Dai, vedrai, fidati di me, la troveremo! Se adesso prendiamo l’aereo saremo là in pochissimo tempo, e…”, “Gio, davvero, dai, finiscila. Non voglio andarci. Ci abbiamo provato, è andata male. Si vede che era destino”, “Ma che destino e destino! Andata male? Tom, apri gli occhi! Hai il suo cellulare, basta fare una chiamata, tutto qui! Di cosa hai paura?”, “Non saprei nemmeno cosa dirle! E poi è con quel tizio, John…”, “E allora? Primo: non lo conosci. Secondo: sei suo fratello, mica un suo ex!”, “Non ci voglio andare, ad Amsterdam, va bene? Vacci te, se c’hai così voglia. Ah, e salutamela, quando la trovi”, “Dai, oh, a scherzavo! Va beh, se non ci vuoi andare non ci andiamo, peccato però”.

CAPITOLO 14

Passai una settimana senza chiudere occhio, e quando ormai iniziavo a sembrare uno zombie, presi l’ennesima improvvisa decisione. “Gio? Senti, hai presente quel viaggetto che dicevi, quello per Amsterdam? Sono in aeroporto, che dici, i biglietti li vuoi pure te, sì?”. Superai il mio terrore di volare, e assieme a Giovanni ancora una volta mi avvicinai sempre più a Francesca, riducendo i chilometri sconosciuti che ci dividevano. L’effetto che ciò ebbe su di me fu lo stesso della prima volta, iniziò a girarmi la testa, ebbi un attacco di vertigini, mi prese un gran mal di testa, e la voglia di fuggire per non affrontare quella dura prova, quell’ignoto, mi fece passare un viaggio infernale. Provai a chiudere gli occhi e a immaginarmi lontano, da solo, finalmente libero, senza problemi di insonnia o di pressione, e pian piano mi addormentai, e rimasi in quel luogo così paradisiaco quanto irreale fino alla fine del viaggio.

Scesi dall’aereo la situazione si ripeté come un dejavou, identica a quella di Salerno: Giovanni, con una telefonata che non volli sentire, riuscì a ottenere, tra i miei rimproveri, anche l’indirizzo giusto, ma una volta sotto casa sua ero ridotto a uno straccio, non mi reggevo in piedi, come se stessi per svenire, ma ero ben vigile, senza che le gambe riuscissero a fare un passo. Questa volta, però, fu lei a venire da me. Ero sul punto di gettarmi a terra, come un ubriaco, quando il portone si animò davanti a me, e io riconobbi nella donna che ne uscì Francesca; dietro di lei quell’uomo per me insignificante e inaccettabile la seguiva come un cagnolino. Allora non ragionai più. Una volta passati, senza ovviamente avermi riconosciuto né guardato, mi avventai sul tipo, minacciandolo di lasciar stare le donne, ma lui mi ignorò totalmente, ricacciandomi indietro. Davanti agli occhi sbalorditi e incuriositi di Giovanni insistetti, e gridai “Devi lasciarla stare, stronzo! Tornatene nella tua tana per topi!”. Quello si voltò, mi afferrò per il colletto della giacca, ricordo che mi chiese “Qualche problema, amico?”, poi il vuoto. Ottenni l’effetto voluto. O almeno, l’effetto voluto da me, senza saperne veramente il motivo. Ormai ero convinto che quel John fosse un poco di buono, ed ero deciso a dimostrarlo, forse più a me stesso che agli altri. Fu così che dovetti andare in ospedale a farmi medicare il labbro inferiore, inventandomi l’assurda scusa della caduta dalle scale, mentre Giovanni se la rideva come se stesse facendo la cosa più divertente della sua vita. E se da un lato io ero sul punto di collassare per la vergogna, per quello che avevo fatto, lui era perfino divertito.

Il giorno dopo ci appostammo nuovamente sotto casa di Francesca, ma più nascosti, e, come una spia in missione segreta, scrutai ogni singola mossa, ogni gesto della coppia incriminata. Sembravo un pazzo, in quei giorni, e forse tutti lo avranno notato, ma ero come entrato in una realtà talmente diversa, come quelle dei film, e ogni risata di Giovanni, ogni sguardo sospettoso di un passante, mi sembrava parte del gioco. Ma un po’ alla volta le risate divennero sorrisi, poi anche quelli scomparvero, lasciando solo un’ombra di preoccupazione sulla faccia di Giovanni.

CAPITOLO 15

Dopo alcuni giorni mi ritrovai di nuovo a casa mia, a Milano, immerso nella mia monotona e quotidiana vita. Ero tornato in me, e questo mi fece riconoscere che avevo perso centinaia di occasioni, e anzi, mi ero messo in ridicolo davanti all’unica persona di cui m’importava, davanti a lei e persino davanti al suo ragazzo, e a tutta Amsterdam di passaggio.

Chiamai Walter in preda all’angoscia, e lo invitai a casa mia. Gli raccontai tutto, i due viaggi, le mie paure, la sensazione di debolezza che mi aveva colto proprio quando ero lì a due passi dal parlarle, gli insulti al suo ragazzo, gli appostamenti. Walter, a differenza di Giovanni, mi ascoltò serio, senza mai interrompermi, e alla fine mi porse un biglietto. “Tieni. È un amico, lo conosco bene, è molto bravo. Credo che faccia al caso tuo. Vedi, arrivati a questo punto io mi rendo conto che non potrei più fare niente per te, tranne ascoltarti. E so che questo non ti aiuterebbe più di tanto”, “Ma che stai dicendo? No, assolutamente, io voglio che tu mi ascolti! Ti prego… Non sono matto, devi credermi”, “Non sto dicendo che tu sia matto. Non mi sento pronto per aiutarti in una simile situazione, tutto qui”, “Ma lo hai già fatto, mi hai convinto a partire! Sei l’unico che possa dirmi cosa fare e quando farla!”, “Credimi, non sono così perfetto come credi. E non ti considero matto. Voglio il meglio per te, davvero”. Non avevo nient’altro da ribattere, così stetti in silenzio, a guardarmi le punte dei piedi. Lui si alzò e mi abbracciò, ed io istintivamente ricambiai, legato a lui da un profondo affetto che risaliva a tanto, tanto tempo fa.

Così iniziai ad andare da uno psicologo, amico di Walter, e gli raccontai di Francesca come mai avevo fatto prima, senza nessun timore o paura di essere giudicato per le occasioni buttate via o per il mio insulso comportamento da codardo. Anzi, mi sentivo capito.

Compii trent’anni senza aver ancora parlato con mia sorella Francesca. Ormai stavo rendendo la mia vita solo una sofferenza continua e sempre uguale, con un unico irraggiungibile obiettivo. Lo psicologo mi consigliò di svagarmi, così mi dedicai allo sport. Iniziai a frequentare la palestra, e quando fui certo di aver raggiunto un fisico niente male, mi cimentai nel nuoto. Fu così che divenni amico di una ragazza. La mia prima amica femmina dopo tanti anni. Si chiamava Rossella. Diventammo inseparabili col tempo, ma all’inizio era un battibecco continuo. Carattere difficile io, testarda lei, finivamo sempre per litigare, ma era in quei momenti che il nostro rapporto si rafforzava, ed io mi rendevo conto che con lei riuscivo a non pensare, ad essere veramente me stesso, e non quello serio e depresso, ma quello ridente e spontaneo. Mi legavo sempre più a lei, e quando non c’era la desideravo. Dopo un po’ di tempo che la conoscevo mi aprii a lei, raccontandole, come dallo psicologo, la mia vita e quella di mia sorella. E lei, come una psicologa, mi ascoltò interessata, quasi coinvolta, forse capendomi più di tutti gli altri. Quella sera ebbi un desiderio: baciarla. E lo feci senza paura, in modo impulsivo, assicurandomi che lei fosse d’accordo, a modo mio, insomma. E da quel giorno Rossella divenne la mia fidanzata.

Ovviamente Giovanni era rimasto parte fondamentale della mia vita, anche dopo che ebbi conosciuto Rosella, e, anzi, fu lui a consigliarmi su cosa dire e dove portarla, e soprattutto come comportarmi e come capire le sue intenzioni. Smisi anche di andare dallo psicologo, perché mi sentivo pronto a farcela da solo, e per una volta vidi il dottore non sorridere, come quando, nell’ultimo periodo, raccontavo della mia storia con Rossella, ma ridere, ridere di gusto, e borbottare “Io lo sapevo”. Già, lo sapeva, e lo sapevo anche io.

I giorni passavano al meglio, io e lei eravamo più uniti che mai, e al momento di separarci a entrambi saliva la malinconia, anche solo per poche ore. Poi venne il giorno che davvero diede una svolta alla mia vita: Rossella mi chiese di sposarla. Fu un’emozione indescrivibile e potentissima, ma trovai la forza di gettarmi su di lei ridendo, con addosso tutto il mio amore, e urlando quel “sì” che fino ad allora avevo solo sognato, nelle mie notti tormentate, e ci baciammo con passione.

Quella sera non potevo immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a poco…

CAPITOLO 16

Era una domenica, e Rossella stava scrivendo un elenco degli invitati per il matrimonio. Io ero assorto davanti a un libro, con gli occhi fissi sulla parete a immaginarmi il giorno che sapevo sarebbe stato il più bello della mia vita. Ero appunto su quell’altro pianeta che era la mia mente, quando un uragano mi investì le orecchie, con la voce di Rossella: “Ci metto pure Francesca, negli invitati, sezione parenti?”. Fu come una doccia fredda, una grossa esplosione dentro di me. Mi alzai e la raggiunsi, come in preda a un raptus, e le gridai di pensare ai fatti suoi. Fu quella la prima volta che litigammo sul serio. Ma in quel momento io non ero in grado di comprendere davvero quello che stava accadendo attorno a me. Solo, sapevo che finché non avessi rivisto davvero mia sorella, faccia a faccia, la mia vita non sarebbe mai stata felice fino in fondo, nemmeno con Rossella al mio fianco.

E così quel matrimonio era diventato una grande occasione e un ostacolo invalicabile. Sbagliai, attribuendo la colpa di tutto all’unica persona che mai mi avesse amato in quel modo, e lei, da parte sua, se ne andò di casa per tre giorni. Quando tornò sembrava un’altra ragazza. In quei giorni non l’avevo più vita né sentita, e ormai ero pronto a credere che di noi e di quel maledetto matrimonio non se ne sarebbe più fatto nulla. Invece, dopo tre giorni di sconsolazione, eccola sulla porta, raggiante, come la prima volta che entrammo in quella casa. “C’è posta per te!”, “Ah… e da chi?”, “No! La soluzione, intendo! C’è posta per te,quello di Maria de Filippi!”. E C’è posta per te fu.

CAPITOLO 17

Il sabato sera più angosciante della mia vita… Quattordici gennaio, studio di C’è posta per te, Maria de Filippi a pochi centimetri da me, la grande busta imponente che mi sovrastava, Rossella stretta al mio braccio, per darmi sicurezza e per sorreggermi, io vicino al collasso, e il pubblico che mi circondava sembrava girarmi intorno. Sentivo Maria raccontare la mia vita e quegli sguardi sconosciuti fissi su di me divennero insopportabili. Rividi la mia storia come in un film, e da spettatore fui orgoglioso per la prima volta di quel protagonista, ora stretto alla sua ragazza, promessa sposa, come se temesse di perderla. Poi d’improvviso lo schermo davanti a me si illuminò, e apparve il postino con in mano l’invito fatidico. Una porta si aprì e nell’inquadratura piccina apparve come un lampo improvviso la figura di Francesca, con accanto John. Era stata Rosella a insistere per invitarli entrambi, e alla fine mi aveva convinto che un gesto abbastanza conciliatorio avrebbe potuto essere già un passo avanti. Mentre ero lì che guardavo mia sorella sorridente, ad Amsterdam, con John, lo schermo d’improvviso di spense, ed io tornai nel mio stato d’impaziente agonia. Poi la domanda tipica: “Francesca e John hanno accettato l’invito?”. Secondi interminabili precedettero la risposta che mi trattenne dallo sprofondare definitivamente in un pozzo di ricordi nella mia mente. “Sì, Maria, hanno accettato l’invito e sono qui con noi”.

Entrarono solenni, entrarono felici. Ed io strinsi forte le mani di Rossella, fino a farle male, senza che lei muovesse un muscolo per svincolarsi. “Allora, innanzitutto grazie di essere venuti. Adesso vi mostrerò chi, dietro la busta, vi ha mandato a chiamare, e dopo potrete dirmi se avete voglia di ascoltare”. La mia faccia apparve davanti a loro, e John riconobbe il pazzo che aveva menato, ad Amsterdam. Lo so, perché sorrise confuso, stupito che un estraneo lo invitasse a C’è posta per te dopo un pugno in faccia. Francesca era doppiamente stupita, e quando Maria le chiese se potevo parlare, lei annuì, ignara di chi fosse quella coppia seduta a pochi passi da lei. Ora era venuto il mio momento, e stranamente mi sentivo pronto. Feci un respiro profondo, e lasciai che le parole uscissero dalla mia bocca. “Francesca, tu forse adesso non mi riconosci, ma io sì. Lo so, io per te ora sono solo un pazzo che ti ha rincorso per le vie di Amsterdam e ha fatto a botte con il tuo ragazzo, ma credimi, sono anche qualcosa in più. Ricordi quando avevi diciassette, sedici anni? Ricordi che avevi un padre e un fratello più piccolo? Io ora ho trentatré anni, ma ricordo quel giorno come se fosse ieri. Io ti ho chiamato per sbaglio mamma, tu mi hai dato una sberla, e papà ti ha cacciata via. Io da allora non ti ho più rivista, e ho faticato anche a perdonare me stesso. Dimmi solo una cosa, ti ricordi di me?”.

Non ebbi il coraggio di guardare verso lo schermo, guardavo solo le mie mani, intrecciate con quelle di Rossella. Sentivo sospirare e piangere, dall’altra parte di quel muro a forma di busta. Ma Maria mi fece segno di continuare. “Francesca, io non ho mai smesso di pensarti, davvero. Da allora sono cambiate un sacco di cose, sai? Hai presente papà? Ecco… se n’è andato”. E a queste parole mi sentii un groppo in gola, che cercai disperatamente di ricacciare indietro. “E prima di andarsene mi ha detto una cosa – Ricordati che un tempo c’era Francesca -. Ha detto che ti ha cercato appena te ne sei andata, che tu hai detto di essere dispiaciuta di avermi abbandonato, lui ti ha detto di venirmi a trovare, e poi tu hai chiuso la chiamata. Vedi questa?”, e sollevai la sua foto, vecchia e stropicciata, di quand’era giovanissima, “Eri tu. Me l’hai data il giorno in cui ci siamo trasferiti in un albergo, quando papà era stato licenziato ed eravamo con l’acqua alla gola. Tu mi hai chiesto perché non volessi andare dalla nonna, e io ti ho detto che non avrei mai abbandonato la mia famiglia. Poi tu sei sparita, e io non ti ho più cercata. Forse ho sbagliato anche io, sicuramente, ma per molto tempo ti ho odiata. Quando papà se n’è andato ho pensato – Perché io l’ho perdonato e lei no? -, e non lo capivo. Dopo la tua scomparsa sono scappato anche io, ma poi sono tornato, ed io e papà ci siamo chiariti, sai? Lui mi ha raccontato di te, di come abbia sbagliato, di come abbia provato a rimediare e di come tu gli abbia sempre chiuso la porta in faccia. Ho saputo solo più tardi delle sue scommesse, ma l’ho perdonato anche per questo. Non riesco ad odiarlo, ora che non c’è. Ora io non sono qui in qualità di mio padre, ma come tuo fratello. Francesca, se apri questa busta potremo ricominciare come un fratello e una sorella, potrai rendere felice nostro padre, e rendere finalmente felice me”. Alzai finalmente la testa, e vidi Francesca, con la testa nascosta tra le mani, in lacrime. Lasciai fare a Maria, che, appena lei si fu calmata, tirò le somme del mio discorso. “Insomma, lui, Tommaso… ti ricordi che si chiama Tommaso?”, “Sì, cioè… No, insomma… poco”, “Va bene, allora, lui dice che non ha mai smesso di pensarti, che non ti ha cercato per paur di un tuo rifiuto, e che per un periodo ti ha anche odiata, perché non sei andata al funerale del… di tuo padre”, “Però…”, “Sì, dimmi”, “Però io, Maria, non ho mai saputo niente del funerale, né sapevo che era morto. Dopo la chiamata di mio padre nessuno mi ha più cercato, eh. Nessuno. Io ho continuato a vivere coi genitori di una mia amica come se fossero i miei, perché nessuno si era più fatto vivo. E adesso, così, di punto in bianco mi dice che… che vuol ricominciare, che… che posso rendere felice mio padre e…”. “Francesca”, intervenni, “Io… io non ti sto accusando di niente, non sto dandoti la colpa di questa lontananza, sono disposto anche ad assumermi tutte le responsabilità, io sono qui per conoscerti, per riconoscerti di nuovo come mia sorella. Io non ce l’ho con te, voglio solo… abbracciarti. A maggio ci sposiamo, e vorrei che ricevessi l’invito…”, “Va bene, ma non ne vedo il motivo. Insomma, per trent’anni tutto bene, ognuno va per la sua strada, poi decidi di sposarti e improvvisamente ti ricordi di avere una sorella, allora vieni ad Amsterdam, fai una rissa con il mio fidanzato, e pretendi che tutto ricominci da capo? Trent’anni! Trent’anni non sono pochi”, “Sì, però Francesca, lui mi ha detto, me l’ha assicurato, che è stato malissimo per te, che ti ha pensato ogni giorno, sempre”.

Rossella intervenne, stringendomi forte: “Io ormai tuo fratello lo conosco, e mi ha parlato moltissimo di te, Francesca. E ti posso giurare, anche io, davvero, che lui non si è mai dimenticato di te. Sì, a volte ti ha visto come la sorella che lo aveva abbandonato, ma è comunque disposto a dimenticare tutto. Poi, se vogliamo, io non credo che tu non sapessi proprio nulla su vostro padre, ma va bene, se tu mi dici così, se vuoi ci posso anche credere, lo faccio per lui, perché non siamo qui per litigare, ma per risolvere le cose. Se è venuto qui è perché era sicuro che dal vivo non avrebbe saputo parlarti. È stato seguito da uno psicologo perché dopo la scomparsa di vostro padre ha passato un brutto periodo. È venuto a cercarti ma tu eri partita per Amsterdam, allora è venuto ad Amsterdam, ma non è riuscito a parlarti”, “Però al mio ragazzo sì, eh, al mio ragazzo è riuscito a parlarci”, “Sì, e ti chiedo scusa, ho detto cose orribili senza motivo, e ho preteso di avere una qualche influenza su di te, quando tu non sapevi neanche chi fossi. Scusa, davvero. Ma ti prego, pensa a quello che siamo e a quello che abbiamo! Dimentichiamo i nostri errori, perché entrambi ne abbiamo fatti, e torniamo a essere quello che eravamo “, “Non lo so…”. il mondo mi crollò addosso, ma io lo spinsi via. “Ti prego, Francesca! Io ho bisogno che tu ci sia, non sono felice senza di te! Ho bisogno della mia sorella maggiore, quella che un tempo mi rimboccava le coperte e mi metteva a letto!”. Altre parole mi morirono in gola, ma Maria intervenne: “Francesca, ora devi dirmi cosa vuoi fare. Apriamo la busta?”.

Attimi interminabili mi fecero sentire appeso a un filo sopra a un burrone, poi vidi la busta muoversi, e realizzai che il miracolo stava avvenendo: due secondi dopo riabbracciai mia sorella dopo trent’anni di totale ed ermetica lontananza.

CAPITOLO 18

Dopo quella sera Francesca tornò qualche mese ad Amsterdam, ma alla fine dell’’estate si trasferì definitivamente vicino a casa mia, insieme a John. I nostri rapporti, all’inizio distaccati, divennero sempre più intimi, come un vero fratello e una vera sorella, come eravamo un tempo. Lei mi confessò di essere andata a trovare papà al cimitero, e di averlo perdonato: quello fu il momento in cui finalmente mi sentii davvero completo. Anche con John i rapporti migliorarono incredibilmente, come se ci fossimo conosciuti da sempre. E mentre io coltivavo questi legami per me speciali, Giovanni aveva fatto della sua vita una vita perfetta. Una ragazza, una casa (dove un tempo avevo abitato io), un lavoro serio, anche lui un matrimonio in programma, e forse un figlio. Ovviamente non avevo mai tagliato la comunicazione con lui, anzi, avevo sempre continuato a tenerlo informato sulle mie vicende personali, ogni giorno passavo da lui, nel pomeriggio, e gli raccontavo i miei progressi, le mie speranze, i miei dubbi. Insomma, la mia vita sembrava aver raggiunto finalmente un equilibrio apparentemente destinato a rimanere immutato all’infinito, o almeno così credevo io.

Io e Giovanni ci sposammo a distanza di dieci giorni, come per simboleggiare la fine di tante, forse troppe, peripezie. Le cose però cambiarono.

Quando compii quarant’anni, Giovanni non si presentò alla mia festa, organizzata nei dettagli da Rossella, così, appena ebbi un attimo di tempo, corsi da lui, un po’ preoccupato. Non ci volle molto perché confessasse il problema: sua moglie l’aveva piantato, portandosi dietro il figlio di un anno, e trasferendosi all’estero, probabilmente a Londra. Giovanni non mi disse mai il motivo di quest’improvvisa partenza, ma molto probabilmente un’altra ragazza si immischiò nei loro rapporti, perché colui che era stato il mio migliore amico, così allegro, spontaneo, sempre sorridente pieno di iniziativa ed entusiasmo, smise di uscire, di invitarmi per una birra al sabato sera, di scherzare, di vivere. La sparizione, per di più non preannunciata, di sua moglie con suo figlio lo sconvolse al punto di cambiarlo: ormai ogni piccolo problema gli sembrava insormontabile, ogni coppia felice era un nemico, ogni bambino un essere insulso. Quando quelle poche volte io e Rossella ci infiltravamo in casa sua, lui si inventava scuse per mandarci via, non riusciva nemmeno a guardarci in faccia. Ogni tanto io e Rossella avevamo qualche battibecco, e lui allora si intrometteva, con una faccia spaventata, gridando che i matrimoni sono quanto di più pericoloso ci sia al mondo. Smisi di frequentarlo per due mesi. Poi, una sera, qualcuno bussò alla mia porta, riconobbi il ritmo familiare, aprii, e Giovanni era lì, in lacrime, che mi chiedeva un abbraccio. Cercai di aiutarlo, per quanto mi fu possibile, e dopo un anno riuscì a rivedere suo figlio. Quella, però, fu l’ultima volta: sua moglie aveva iniziato una nuova relazione con un altro uomo, che il bambino chiamava da tempo “papà”, e questo bastò a Giovanni per capire che ormai la sua presenza in quella famiglia avrebbe fatto male a tutti, a lui, a sua moglie, e soprattutto al piccolo. Stette malissimo per la fine di quel matrimonio che aveva sempre voluto e che aveva organizzato con tanto impegno, ma soprattutto per il fatto di aver perso suo figlio in quel modo brutale. Ed io mi chiesi con che cuore una madre avesse potuto infarcire la mente del bambino con tante bugie.

CAPITOLO 19

Un anno dopo anche io e Rossella iniziammo a desiderare un bambino, ma facemmo una scelta diversa, speciale: l’adozione. Carlos aveva quattro anni e parlava solo inglese, quando mise piede per la prima volta in casa nostra, con il suo zainetto in spalla. A sei anni era già diventato un chiacchierone incontrollabile, mi chiamava “papà”, e moriva dalla voglia di imparare a scrivere. Era un bambino allegro, vivace, anche di bell’aspetto, ricciolino, con la carnagione color caramello, gli occhi verdi, e i denti bianchissimi. Quando sorrideva, Rossella mi sussurrava sempre “Guarda come luccicano”, ed era vero, il suo sorriso era il più luminoso che avessi mai visto prima.

Quella dell’’adozione fu una scelta difficile, eravamo molto insicuri all’inizio, ma più Carlos cresceva, più io e lei ci rendevamo conto di quanto quella scelta fosse stata azzeccata. È vero, avremmo potuto avere un figlio nostro per davvero, con il nostro DNA, il nostro aspetto, il nostro sguardo, e invece decidemmo di accogliere in casa un bambino già grande, non italiano, con tutte le difficoltà che una scelta così poteva comportare. Fu appunto una scelta complicata, ma la rifarei altre mille volte, perché le soddisfazioni che ci ha portato sono immense e indescrivibili, e quel sorriso, quel sorriso tanto luminoso, non avrei potuto vederlo su nessun altro viso, se non su quello di Carlos.

Nostro figlio, però, non fu l’unico a sconvolgere l’equilibrio della famiglia…

CAPITOLO 20

Francesca, all’età di cinquant’anni, nel mese di maggio venne ricoverata in ospedale. John mi disse al telefono che era per dei controlli, nulla di grave, e persino i medici, quando mi fiondai preoccupato tra i bianchi corridoi della clinica, mi tranquillizzarono e mi assicurarono che non era nulla di serio. Io stesso, quando parlai con Francesca, stesa su un lettino d’ospedale, notai solo che era molto più pallida del solito, e più magra, ma il suo umore faceva presupporre solo una lieve influenza, e automaticamente mi faceva ben sperare. Un anno dopo quella stanza d’ospedale venne assegnata a un’altra donna. Sbagliarono tutti, anche i medici più esperti, perché Francesca era rimasta in sé nonostante le sofferenze, i dolori. Le venne diagnosticata la leucemia, e dovette sottoporsi a diversi cicli di chemioterapia, ma la forza per sorridermi e stringermi la mano non la perse mai. Neanche quando le forze fisiche non le permisero più nemmeno di stare seduta, quando anche l’ultimo capello andò perduto, quando ormai il suo destino era segnato, lei non smise di sorridermi, con occhi supplichevoli, e di dirmi “Grazie fratellino, grazie di tutto”.

E se lei continuava a resistere come se niente stesse accadendo, io nel contempo crollavo sempre di più, vedendo mia sorella morirmi davanti senza poter far nulla, così, con il sorriso stampato in faccia e le mie mani tra le sue. Avrei voluto avere almeno la metà della sua forza, per affrontare quell’agonia insieme a lei, ma non riuscivo o non volevo accettare tutto questo, non dopo che la mia vita era stata finalmente felice fino in fondo. Quando anche il suo sorriso iniziò a svanire, svanii anche io. Ormai passavo tutto il mio tempo in ospedale con lei, anche quando i medici cercavano di tenermi lontano dalla sua stanza, anche quando Rosella mi chiamava tristemente al telefono, alle dieci di sera, dicendomi che Carlos chiedeva del babbo, anche quando io stesso mi costringevo a pensare che sarei dovuto andare da mia moglie e da mio figlio, che tanto, anche rimanendo lì giorno e notte, non avrei potuto cambiare le cose, ma nulla funzionò. Io rimanevo lì, incollato alla sedia, incapace di muovermi, di prendere la strada per uscire, con lo sguardo vuoto fisso sulla porta della sua stanza, con l’assurda speranza di vederla uscire sulle sue gambe, con le guance rosee e gli occhi vivi, senza tutti quei tubi attaccati al corpo. Non volevo cedere, non ora, non quando lei ancora voleva farmi credere di potercela fare. La persi così, per la seconda volta. Per una malattia. Dopo che per anni l’avevo aspettata, cercata e trovata.

Non feci nulla per sfogarmi dopo la sua scomparsa. Solo, tornai a casa, giocai con mio figlio, baciai mia moglie, e me ne andai a letto. Non dissi nulla riguardo a mia sorella. Poi, quando in casa regnava già il silenzio notturno, uscii e andai da Giovanni. Fu l’unico con cui mi confidai, come sempre, come quando ancora dovevo ritrovarla, Francesca. Quella notte piansi, urlai, e non mi ricordo cos’altro, poi, prima del sorgere del sole tornai a casa, più leggero di prima, forse rassegnato, forse incapace di soffrire ancora.

A Rossella lo comunicai dopo il funerale, rischiando di rovinare del tutto anche il mio matrimonio, in bilico da quando Francesca si era ammalata. Rossella stette in silenzio un attimo, poi, con mi grande sorpresa, mi gettò le braccia al collo, e mi fece capire che mi capiva e mi appoggiava, qualsiasi fossero state le mie ragioni per quella scelta che sinceramente non so neanche perché feci.

CAPITOLO 21

Il giorno dopo portai Carlos e Rosella alla mia tomba di famiglia. Lì c’erano tutti, per davvero. Mia madre, mio padre, mia nonna e mia sorella. Mi costò una fortuna, ma l’eredità di mio padre mi aiutò a pagarne una buona parte. Era una tomba bellissima, una stanza chiusa con una porta in vetro, con le pareti di marmo e un lampadario decorativo a ricordo della vecchia casa di quand’ero bambino. Una grande foto era appesa davanti alla porta: era un collage che avevo fatto un paio d’anni prima, come ricordo, e che ora serviva a indicare che lì viveva la Mia famiglia. Quello fu il giorno in cui raccontai a Carlos, all’epoca di otto anni, di quella che era stata la mia sfortunata famiglia. Gli raccontai tutto, tutta la mia vita, come se fossi stato convinto davvero che potesse capire ogni parola. Parlai per un’oretta buona, seduto davanti alla tomba, sul prato, e lui alla fine mi abbracciò, e mi sussurrò all’orecchio “Lo so, papà, che tu sei l’uomo più forte del mondo”. A quelle parole mi venne voglia di piangere, strinsi mio figlio a me, e sorrisi alla mia famiglia, perché in quel momento mi sentivo di tutto, ma sicuramente non forte. Mille emozioni avevo dentro, ma non avevo mai pensato di apparire forte. Mi fissai nella mente quella frase, come il mio ultimo scopo nella vita: e così nacque il mio libro, il primo e l’ultimo.

Mentre scrivevo Carlos sedeva sulle mie gambe, e mi controllava l’ortografia. Ogni tanto leggevamo insieme dei paragrafi, altre volte era lui a dettarmi cosa scrivere e come scrivere. In quei giorni vidi negli occhi di Carlos tutta l’ammirazione che aveva per me, e mi sentii per la prima volta forte, seduto assieme a lui a scrivere la mia storia.

Terminata l’opera, lo mostrai per la prima volta a Rossella. Non le avevo mai confessato niente di questo mio pazzo progetto, forse perché non ci credevo nemmeno io. Insomma, non avrei mai pensato di arrivare a scrivere un libro su di me! All’inizio mi sembrava solo una follia, uno di quei sogni da ragazzi, come una specie di diario – ricordo. Poi, però, la storia prese vita, riga dopo riga, sotto la mia mano, e più proseguivo più i ricordi erano vivi, e con i ricordi le emozioni. Riuscivo quasi a vedere sulla carta la mia famiglia al completo, sorridente, con lo stesso sorriso che vedevo stampato sul volto di Carlos, luccicante come sempre.

Non sono sicuro di essere riuscito a trasmettere anche solo una piccola parte di quei sentimenti vari e contrastanti che animarono la mia vita, ma, come ho detto, il mio scopo era di vedere la mia famiglia felice, e di sentirmi forte. Ciò è successo, e sono convinto che succederà ancora, mille altre volte.

Questa fu la prima volta in cui mi impegnai in un testo scritto. È vero, non è molto lungo, e forse neanche troppo avvincente, ma non potevo cambiare la storia, altrimenti sarebbe stato solo un libro tra i tanti. Questo racconto lo devo alla mia famiglia, in particolare a mio padre, con cui ho passato brutti momenti, è vero, ma con cui ho anche fatto pace, e a mia sorella, che ho ritrovato dopo trent’anni e con cui mi sono miracolosamente riappacificato. Sono loro i protagonisti di questo libro, breve, sì, ma speciale per me. E non m’importerà se nessuno vorrà leggerlo, perché nella mia copia ci saranno le sbavature, le cancellature, i disegni di Carlos, le briciole della sua merenda, e, in basso, le nostre firme. Qui sono racchiusi i miei ricordi, e anche se nessuno saprà mai davvero chi era Tommaso, figlio di Roberto e fratello di Francesca, io ora posso finalmente dire di aver vissuto per qualcuno.

“Carlos, questo libro è dedicato a te, perché tu conosca la storia del tuo papà, e mi perdoni se a volte sono stato freddo o scortese, ma forse stavo attraversando uno dei miei tanti brutti periodi. Voglio che questo libro ti accompagni nella tua vita e ti faccia sentire anche solo un po’ orgoglioso di essere mio figlio. Ti auguro di essere felice così come lo sono io adesso”.

Vent’anni dopo la conclusione di questo libro, io non so se Carlos lo abbia davvero letto, ma so per certo che una persona speciale l’ha fatto, e nello stesso istante in cui chiuse l’ultima pagina si asciugò gli occhi umidi, ed io sorrisi, perché forse un po’ di emozione ero riuscito a trasmetterla.

La copia originale rimase sempre nelle mani di Carlos, ma io continuai a scrivere, correggere, aggiungere, come un ossessivo, anche adesso, perché tanto so che non mi andrà mai bene. Ma so anche che per Carlos e Rossella il libro avrebbe anche potuto essere mille volte più schifoso, ma io sarei rimasto comunque il loro eroe. O almeno, così spero.

Fine fine.

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