Omaggio alla poesia

A scuola ci son tante materie, scienze, matematica, ginnastica, religione… E poi viene italiano. Che poi, va beh, letteratura è una messa, di quelle che guardi l’orologio ogni minuto e dopo mezz’ora son passati si e no venti secondi. E qui si passa dall’Iliade in greco antico ai Promessi Sposi, che per uno studente son peggio d’un manuale d’istruzioni, per finire con la Divina Commedia, che per tre anni t’accompagna nei sogni di selve oscure ogni notte. E infine, viene la poesia!

Ah, la poesia, la croce di ogni studente! Su un libro ho letto “Gli spazi bianchi rappresentano il silenzio necessario per dar rilievo alle parole: vanno letti e interpretati, invitano il lettore a concentrarsi sui significati, proiettandovi sensazioni e stati d’animo che egli prova dentro di sé”. Ceh, allora, a ‘sto poeta non gli frega di tutta quella carta sprecata, perché gli tira di andare a capo dopo due sillabe, e che scrive in mezzo, poi, manco di fianco, che dici “Va beh, ritaglio”: no, perché lo spazio bianco ha un significato. Ovvio, perché tu leggi una poesia e a ogni verso “leggi” lo spazio bianco, e ti stai un quarto d’ora a fissare il foglio per capire che il cane in realtà è solo la rappresentazione della felicità dell’angelo che vede i mali del mondo e pensa “Ah, io sì che c’ho culo, so’ morto!”. E stai lì che rifletti, rifletti, già che ci sei ti confessi pure, magari prenoti le vacanze del 2060, e dici una preghierina per il bisnonno della regina Elisabetta, che poverino, se n’è andato un paio d’anni fa, e intanto la prof è lì che “legge” sto benedetto spazio bianco. Che poi, oh, ci son poesie e poesie. Ma tipo, quelle di due righe e un punto, con immensi spazi bianchi che a leggerli ti ci perdi, ti ci vorrà un mese a leggerle tutte. Poi io non capisco mai nemmeno il testo. Prendiamo, che so, “M’illumino d’immenso”. In due parole ‘sto qui c’ha fatto i soldi. Beh, ma scusa, io studio anche di notte, lavoro, e quello piglia un foglio, ci ficca lì due parole, e la gente “Ah, com’è bravo! Avercene, di poeti così!”. E il fatto è che ce ne abbiamo! Il 90% delle poesie son così. Ma pensate a un libro di ‘ste poesie. Roba da scatenare la rivoluzione degli ambientalisti tutti assieme. Ceh, te apri, vedi ‘sto geroglifico in mezzo alla pagina, e poi bona, bianco, bianco ovunque. E te che interpreti cosa accidenti vuole dire “M’illumino d’immenso”: cos’è, la nuova campagna pubblicitaria di Edison? Un’espressione tipo Eureka!, che ti si è accesa la lampadina come nei fumetti? Ma poi l’immenso mica è luminoso! Ma allora pure io mi piglio un foglio, ci scrivo “L’acqua scorreva sotto la mia purezza”, e lascio libera interpretazione (non aggiungo spiegazioni). Ma passiamo a un’altra poesia: “Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai silenziosa luna?”. E poi spazio bianco. E io rifletto. Allora, vedo che ‘sto qua è prima di tutto ignorante forte: ma dico, ma le parole “satellite”, “sistema solare”, mai sentite? Ma poi, scusa, silenziosa?! E’ ovvio che è silenziosa, cosa vuoi, che ti canti Oh sole mio? E poi è chiaro che non ti risponde, pure un bambino ti diagnosticherebbe l’encefalogramma piatto! Che poi te non senti la risposta, e allora insisti, “Dimmi, che fai?”, che manco uno del manicomio. Ma poi, fosse solo la domanda… No, è tutta la poesia che si rivolge a ‘sta benedetta luna! “Mille cose tu sai, mille cose discopri!”. Ma lo volete capì sì o no che la luna è un SATELLITE? Ma va beh, sorvoliamo. C’è poi chi invece è talmente disperato che la sua tipa non gli si fila che si scrive una poesia da solo. No, ma del tipo “Caro mio cuore, tu non mi conosci ma io so chi sei”, che o sei pazzo o sei uno stalker. Ma poi, non so, i poeti dedicano poesie a tutto: le urla di un bambino nel cuore della notte, un non ben identificato colle, un fiore, un pianto di una scavatrice che sente solo lui. Beh, allora pure io mo’ vedo ‘na cimice e le dedico una poesia, no? “Stava alla finestra, m’intrigava, la toccai, e m’invase l’aroma”. E poi, va beh, vengono le classiche poesie a tutte le ore del giorno: all’alba, al tramonto, alla sera, alla notte, ma sì, perché no, anche alle due e mezza! Ma poi, anche quelle più famose, “L’infinito”, per esempio: ma scusa, ma ‘sto depresso qua che ama un colle e una siepe, e sentendo il vento pensa all’eternità (???) e si sente bene. Ceh, scusa, lui qua passa i giorni a fissare una siepe? Che poi di Leopardi ce ne sono… Tra “Silvia rimembri ancor…”, e lei “No, Giacomo, non mi chiamo Silvia, e non posso rimembrar, non t’ho mai visto prima”, poi abbiamo “Il sabato del villaggio”, che puntualmente devi studiare a memoria, e che in 50 righe descrive mezza giornata. E a parte Leopardi, ne abbiamo! Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti… Uno che in una poesia che parla di fratelli ci collega l’aria spasimante e la foglia appena nata; un altro che, ignorando i miliardi di homo sapiens sapiens sulla terra si sente solo, e scrive “Ognuno sta solo su cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Ora, che cosa centra la sera lo sa solo lui. Anche perché, se è davvero sera, il sole dove lo vede? Poi abbiamo Luzi, che non puó accettare di esser vecchio, e allora scrive la poesia “Nell’imminenza dei quarant’anni”, che magari ricicla anche per il compleanno della moglie, giá che c’é. Invece Umberto Saba fa di meglio, dedica la sua poesia ad una capra, ed esordisce con “Ho parlato a una capra”, per poi proseguire con “Belava… Ho risposto”. Ma dico, ma te sei completamente fulminato! Te lo vedi ‘sto qui in un prato, “Ciao capra, racconta, che fai di bello? Ah, beeee, dici? Si anche io”, e intanto le mosche che gli vanno nelle orecchie perchè lo scambiano per una capra pure a lui. Ah, ma poi con Montale si passa a vera e propria depressione, istigazione al suicidio (ironicamente parlando N.B.)! Quello che “Spesso il male di vivere ho incontrato”, quello che a mezzogiorno anzichè pranzare guarda il mare e riflette. Ma riflette su cosa? Ceh, il mare ti fa riflettere sulla vita che è solo un cammino di pena e sofferenza? Ma bravo, innanzitutto complimenti per l’ottimismo, la prossima volta ricordami di invitarti allo stadio a tifare per gli avversari, così magari finisce che vinciamo. Ma poi, bell’esempio! D’accordo, sei depresso, lo capisco, ma se fai così ma chi ti si fila?!
Ma alla fine un po’ tutti i poeti sono un po’ depressi dentro, fa parte del mestiere. Tra chi non s’è mai sposato, chi è tanto sfigato che l’è morta la moglie, a volte, se sei proprio un vero poeta, pure un figlio, chi non c’aveva manco un amico perché era così lesso che neppure il prof di italiano, ma che dico, neppure trenta puntate di Zelig avrebbero potuto far sorridere. E poi c’è anche chi s’è ammalato presto e l’è morto, dopo aver scritto due o tre poesie chilometriche che ora sono d’obbligo stampate con tanto di spazi bianchi sui libri di italiano di ogni studente. Ma dico, mo’ il tuo scopo l’hai raggiunto? Te, che parlavi del male di vivere, da morto sei piú contento? No perché… Io sì.

Piccola parentesi: amo la poesia come amo la scrittura, non è una polemica ma solo una parodia di come certe poesie possono essere interpretate da uno studente. Il mio scopo non è allontanare dalla poesia, ma anzi avvicinare, mostrando come anche con la poesia si possa giocare, e divertirsi. Al mondo ci sono poesie meravigliose, e magari sará impossibile conoscerle tutte, ma c’è una cosa che secondo me nella vita conta: saper leggere. E non intendo la lettura che si impara in prima elementare. Ovviamente.

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