Specialissimo – Capitolo 20

E così la fine si allontana, ma intanto una storia sta continuando, e il mio cammino con lei.

Capitolo 19: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/27/specialissimo-capitolo-19/

CAPITOLO 20

Francesca, all’età di cinquant’anni, nel mese di maggio venne ricoverata in ospedale. John mi disse al telefono che era per dei controlli, nulla di grave, e persino i medici, quando mi fiondai preoccupato tra i bianchi corridoi della clinica, mi tranquillizzarono e mi assicurarono che non era nulla di serio. Io stesso, quando parlai con Francesca, stesa su un lettino d’ospedale, notai solo che era molto più pallida del solito, e più magra, ma il suo umore faceva presupporre solo una lieve influenza, e automaticamente mi faceva ben sperare. Un anno dopo quella stanza d’ospedale venne assegnata a un’altra donna. Sbagliarono tutti, anche i medici più esperti, perché Francesca era rimasta in sé nonostante le sofferenze, i dolori. Le venne diagnosticata la leucemia, e dovette sottoporsi a diversi cicli di chemioterapia, ma la forza per sorridermi e stringermi la mano non la perse mai. Neanche quando le forze fisiche non le permisero più nemmeno di stare seduta, quando anche l’ultimo capello andò perduto, quando ormai il suo destino era segnato, lei non smise di sorridermi, con occhi supplichevoli, e di dirmi “Grazie fratellino, grazie di tutto”.

E se lei continuava a resistere come se niente stesse accadendo, io nel contempo crollavo sempre di più, vedendo mia sorella morirmi davanti senza poter far nulla, così, con il sorriso stampato in faccia e le mie mani tra le sue. Avrei voluto avere almeno la metà della sua forza, per affrontare quell’agonia insieme a lei, ma non riuscivo o non volevo accettare tutto questo, non dopo che la mia vita era stata finalmente felice fino in fondo. Quando anche il suo sorriso iniziò a svanire, svanii anche io. Ormai passavo tutto il mio tempo in ospedale con lei, anche quando i medici cercavano di tenermi lontano dalla sua stanza, anche quando Rosella mi chiamava tristemente al telefono, alle dieci di sera, dicendomi che Carlos chiedeva del babbo, anche quando io stesso mi costringevo a pensare che sarei dovuto andare da mia moglie e da mio figlio, che tanto, anche rimanendo lì giorno e notte, non avrei potuto cambiare le cose, ma nulla funzionò. Io rimanevo lì, incollato alla sedia, incapace di muovermi, di prendere la strada per uscire, con lo sguardo vuoto fisso sulla porta della sua stanza, con l’assurda speranza di vederla uscire sulle sue gambe, con le guance rosee e gli occhi vivi, senza tutti quei tubi attaccati al corpo. Non volevo cedere, non ora, non quando lei ancora voleva farmi credere di potercela fare. La persi così, per la seconda volta. Per una malattia. Dopo che per anni l’avevo aspettata, cercata e trovata.

Non feci nulla per sfogarmi dopo la sua scomparsa. Solo, tornai a casa, giocai con mio figlio, baciai mia moglie, e me ne andai a letto. Non dissi nulla riguardo a mia sorella. Poi, quando in casa regnava già il silenzio notturno, uscii e andai da Giovanni. Fu l’unico con cui mi confidai, come sempre, come quando ancora dovevo ritrovarla, Francesca. Quella notte piansi, urlai, e non mi ricordo cos’altro, poi, prima del sorgere del sole tornai a casa, più leggero di prima, forse rassegnato, forse incapace di soffrire ancora.

A Rossella lo comunicai dopo il funerale, rischiando di rovinare del tutto anche il mio matrimonio, in bilico da quando Francesca si era ammalata. Rossella stette in silenzio un attimo, poi, con mi grande sorpresa, mi gettò le braccia al collo, e mi fece capire che mi capiva e mi appoggiava, qualsiasi fossero state le mie ragioni per quella scelta che sinceramente non so neanche perché feci.

continua…

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