Storia di un attore bambino

Luca aveva appena dodici anni, quando si ritrovò catapultato nel mondo del teatro. Tutto era nato due anni prima, ad una recita scolastica di Natale. “Luca, tu farai l’asinello”. E Luca interpretò l’asinello più realistico e convincente mai visto prima in una recita di bambini di dieci anni. Nel pubblico, due occhi scrutarono il palcoscenico in legno con attenzione, scorrendo le decorazioni di carta velina e le scenografie di cartone, fino a fermarsi nel punto esatto della capanna dove sedeva il bue. Era Giorgio. Giorgio era un ragazzino molto problematico, sempre vivace, ribelle, quasi che nessuno era in grado di stargli dietro. Accadeva che scappasse da scuola, che sporcasse i bagni, che inseguisse i bidelli a cavallo di una scopa, e mai nessuno era riuscito davvero a fargli imparare la lezione. Poi un giorno aveva pianificato di tritare il gesso da lavagna sulla sedia della maestra “cattiva”, e come punizione si era beccato di interpretare il bue alla recita scolastica. In origine avrebbe dovuto interpretare Gesù bambino. Giorgio era davvero un bel bimbo, biondo, magrolino, con dei grandi occhi chiari, e un sogno segreto: diventare attore. Ma con il ruolo di bue, si sa, non si fa proprio una bella figura… Luca gli era accanto. Quanto lo detestava! Sempre serio, sempre imbronciato! Alla recita Giorgio non seppe contenersi, e se ne uscì fuori con una delle sue trovate brillanti: attaccare l’asinello. Era una variazione alla classica recita scolastica, mai provata prima, ma nonostante i gesti minacciosi delle maestre, Giorgio andò fino in fondo, azzannò Luca a un braccio, ma l’asinello non sfigurò mai, rimanendo composto e muto fino al termine della recita. Eppure, tra il pubblico, c’erano due occhi che ancora cercavano quel bue tanto originale. Era un padre. Il padre di Luca. “Dovevi seguire Giorgio, muoverti un po’, fare qualcosa! Possibile che tu non sia capace nemmeno di interpretare un asino!”. E mentre varcavano la soglia della classe, Giorgio correva soddisfatto per i corridoi, sfuggendo alle rincorse degli adulti in sala. Luca e Giorgio erano due ragazzini speciali. L’uno silenzioso e autoritario, l’altro energico e ribelle. Ma Luca odiava recitare. Lo detestava con tutto il cuore. Suo padre lo aveva iscritto a un corso di recitazione, perché voleva per lui un futuro da vincitore, da ricco, da premio Oscar. Era uno che pensava in grande, suo padre. Ma Luca non ci era mai andato. Piuttosto, si nascondeva. Mandava Giorgio al suo posto. Fino ai dodici anni, quando Giorgio mancò a una lezione. L’uomo sospettò, intuì, verificò, e perse la ragione, prese il figlio, e lo ficcò su un palco, un copione in mano, e un microfono nell’altra. Luca piangeva, certo, ma dal velo opaco delle sue lacrime iniziò a distinguere le parole sul copione davanti a sé, una ad una. Era un monologo, ma non ricordava chi ne fosse l’autore. D’istinto, avvicinò il microfono, e con voce ferma prese a leggere, anzi, no, a recitare, sempre più sicuro, sempre più convinto. Era bravo, Dio quanto era bravo! Suo padre lo seguiva attento, serio, lo sguardo imperscrutabile, ma non lo interruppe mai: Luca era l’attore che aveva sognato di diventare, era un bambino prodigio. Non era Giorgio, quello che guardava durante la recita, era la sua sicurezza, la sua originalità, ma soprattutto la sua voglia e il suo amore per il teatro. Era questo, che osservava, su quel piccolo palco di legno. Quell’amore doveva essere di suo figlio, non di quello scalmanato di Giorgio. Luca intanto recitava, e lo faceva sempre meglio, ogni volta con un accento in più, con un’enfasi più evidente, trasmettendo emozione anche a un padre duro e severo com’era il suo. Ogni tanto si asciugava gli occhi, ma non smetteva mai di recitare. Parole dopo parole, frasi dopo frasi, e il microfono strideva nel locale vuoto. Poi il copione si esaurì sotto ai suoi occhi, e Luca rimase fermo, senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo e scrutare davanti a sé. Il padre era lì, e ne era certo, “Luca, tu hai talento. Non ti permetterò di buttarlo via”. Luca aveva appena dodici anni, quando si ritrovò catapultato nel mondo del teatro. Fu suo padre, a costringerlo. E volete sapere una cosa? Luca continuò a odiare il teatro, forse anche più di prima, più di una volta desiderò un’altra vita, ma mai ebbe il coraggio di rinunciare. Era bravo, almeno questo lo aveva capito. Poi una sera, a teatro, mentre era al centro del palco con gli occhi semichiusi e un buffo cappellino in testa, un ragazzino biondo, magrolino, con dei grandi occhi chiari si presentò davanti alla porta, e Luca vide in lui il suo più grande sogno: gli fece un cenno, e scivolò di lato, quasi a nascondersi dietro alla scenografia, raccolse da terra in blocco di carta, e lo porse al ragazzino con sicurezza: “Tieni, leggi, e rendimi fiero di te”. Il suo sguardo era duro, come quello di suo padre, ma del resto, qualcosa doveva pur ereditarlo, da lui. E di certo, non era la sua passione per il teatro.

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