Specialissimo – Capitolo 17

Capita di avere dei dubbi mentre si cammina lungo un percorso. Procedo o torno indietro? Ma se il percorso lo richiede, il passo avanti verrà in automatico. E allora ecco che il “dopo” diventa “adesso”, e le preoccupazioni svaniscono di colpo.

Capitolo 16: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/22/specialissimo-capitolo-16/

CAPITOLO 17

Il sabato sera più angosciante della mia vita… Quattordici gennaio, studio di C’è posta per te, Maria de Filippi a pochi centimetri da me, la grande busta imponente che mi sovrastava, Rossella stretta al mio braccio, per darmi sicurezza e per sorreggermi, io vicino al collasso, e il pubblico che mi circondava sembrava girarmi intorno. Sentivo Maria raccontare la mia vita e quegli sguardi sconosciuti fissi su di me divennero insopportabili. Rividi la mia storia come in un film, e da spettatore fui orgoglioso per la prima volta di quel protagonista, ora stretto alla sua ragazza, promessa sposa, come se temesse di perderla. Poi d’improvviso lo schermo davanti a me si illuminò, e apparve il postino con in mano l’invito fatidico. Una porta si aprì e nell’inquadratura piccina apparve come un lampo improvviso la figura di Francesca, con accanto John. Era stata Rosella a insistere per invitarli entrambi, e alla fine mi aveva convinto che un gesto abbastanza conciliatorio avrebbe potuto essere già un passo avanti. Mentre ero lì che guardavo mia sorella sorridente, ad Amsterdam, con John, lo schermo d’improvviso di spense, ed io tornai nel mio stato d’impaziente agonia. Poi la domanda tipica: “Francesca e John hanno accettato l’invito?”. Secondi interminabili precedettero la risposta che mi trattenne dallo sprofondare definitivamente in un pozzo di ricordi nella mia mente. “Sì, Maria, hanno accettato l’invito e sono qui con noi”.

Entrarono solenni, entrarono felici. Ed io strinsi forte le mani di Rossella, fino a farle male, senza che lei muovesse un muscolo per svincolarsi. “Allora, innanzitutto grazie di essere venuti. Adesso vi mostrerò chi, dietro la busta, vi ha mandato a chiamare, e dopo potrete dirmi se avete voglia di ascoltare”. La mia faccia apparve davanti a loro, e John riconobbe il pazzo che aveva menato, ad Amsterdam. Lo so, perché sorrise confuso, stupito che un estraneo lo invitasse a C’è posta per te dopo un pugno in faccia. Francesca era doppiamente stupita, e quando Maria le chiese se potevo parlare, lei annuì, ignara di chi fosse quella coppia seduta a pochi passi da lei. Ora era venuto il mio momento, e stranamente mi sentivo pronto. Feci un respiro profondo, e lasciai che le parole uscissero dalla mia bocca. “Francesca, tu forse adesso non mi riconosci, ma io sì. Lo so, io per te ora sono solo un pazzo che ti ha rincorso per le vie di Amsterdam e ha fatto a botte con il tuo ragazzo, ma credimi, sono anche qualcosa in più. Ricordi quando avevi diciassette, sedici anni? Ricordi che avevi un padre e un fratello più piccolo? Io ora ho trentatré anni, ma ricordo quel giorno come se fosse ieri. Io ti ho chiamato per sbaglio mamma, tu mi hai dato una sberla, e papà ti ha cacciata via. Io da allora non ti ho più rivista, e ho faticato anche a perdonare me stesso. Dimmi solo una cosa, ti ricordi di me?”.

Non ebbi il coraggio di guardare verso lo schermo, guardavo solo le mie mani, intrecciate con quelle di Rossella. Sentivo sospirare e piangere, dall’altra parte di quel muro a forma di busta. Ma Maria mi fece segno di continuare. “Francesca, io non ho mai smesso di pensarti, davvero. Da allora sono cambiate un sacco di cose, sai? Hai presente papà? Ecco… se n’è andato”. E a queste parole mi sentii un groppo in gola, che cercai disperatamente di ricacciare indietro. “E prima di andarsene mi ha detto una cosa – Ricordati che un tempo c’era Francesca -. Ha detto che ti ha cercato appena te ne sei andata, che tu hai detto di essere dispiaciuta di avermi abbandonato, lui ti ha detto di venirmi a trovare, e poi tu hai chiuso la chiamata. Vedi questa?”, e sollevai la sua foto, vecchia e stropicciata, di quand’era giovanissima, “Eri tu. Me l’hai data il giorno in cui ci siamo trasferiti in un albergo, quando papà era stato licenziato ed eravamo con l’acqua alla gola. Tu mi hai chiesto perché non volessi andare dalla nonna, e io ti ho detto che non avrei mai abbandonato la mia famiglia. Poi tu sei sparita, e io non ti ho più cercata. Forse ho sbagliato anche io, sicuramente, ma per molto tempo ti ho odiata. Quando papà se n’è andato ho pensato – Perché io l’ho perdonato e lei no? -, e non lo capivo. Dopo la tua scomparsa sono scappato anche io, ma poi sono tornato, ed io e papà ci siamo chiariti, sai? Lui mi ha raccontato di te, di come abbia sbagliato, di come abbia provato a rimediare e di come tu gli abbia sempre chiuso la porta in faccia. Ho saputo solo più tardi delle sue scommesse, ma l’ho perdonato anche per questo. Non riesco ad odiarlo, ora che non c’è. Ora io non sono qui in qualità di mio padre, ma come tuo fratello. Francesca, se apri questa busta potremo ricominciare come un fratello e una sorella, potrai rendere felice nostro padre, e rendere finalmente felice me”. Alzai finalmente la testa, e vidi Francesca, con la testa nascosta tra le mani, in lacrime. Lasciai fare a Maria, che, appena lei si fu calmata, tirò le somme del mio discorso. “Insomma, lui, Tommaso… ti ricordi che si chiama Tommaso?”, “Sì, cioè… No, insomma… poco”, “Va bene, allora, lui dice che non ha mai smesso di pensarti, che non ti ha cercato per paur di un tuo rifiuto, e che per un periodo ti ha anche odiata, perché non sei andata al funerale del… di tuo padre”, “Però…”, “Sì, dimmi”, “Però io, Maria, non ho mai saputo niente del funerale, né sapevo che era morto. Dopo la chiamata di mio padre nessuno mi ha più cercato, eh. Nessuno. Io ho continuato a vivere coi genitori di una mia amica come se fossero i miei, perché nessuno si era più fatto vivo. E adesso, così, di punto in bianco mi dice che… che vuol ricominciare, che… che posso rendere felice mio padre e…”. “Francesca”, intervenni, “Io… io non ti sto accusando di niente, non sto dandoti la colpa di questa lontananza, sono disposto anche ad assumermi tutte le responsabilità, io sono qui per conoscerti, per riconoscerti di nuovo come mia sorella. Io non ce l’ho con te, voglio solo… abbracciarti. A maggio ci sposiamo, e vorrei che ricevessi l’invito…”, “Va bene, ma non ne vedo il motivo. Insomma, per trent’anni tutto bene, ognuno va per la sua strada, poi decidi di sposarti e improvvisamente ti ricordi di avere una sorella, allora vieni ad Amsterdam, fai una rissa con il mio fidanzato, e pretendi che tutto ricominci da capo? Trent’anni! Trent’anni non sono pochi”, “Sì, però Francesca, lui mi ha detto, me l’ha assicurato, che è stato malissimo per te, che ti ha pensato ogni giorno, sempre”.

Rossella intervenne, stringendomi forte: “Io ormai tuo fratello lo conosco, e mi ha parlato moltissimo di te, Francesca. E ti posso giurare, anche io, davvero, che lui non si è mai dimenticato di te. Sì, a volte ti ha visto come la sorella che lo aveva abbandonato, ma è comunque disposto a dimenticare tutto. Poi, se vogliamo, io non credo che tu non sapessi proprio nulla su vostro padre, ma va bene, se tu mi dici così, se vuoi ci posso anche credere, lo faccio per lui, perché non siamo qui per litigare, ma per risolvere le cose. Se è venuto qui è perché era sicuro che dal vivo non avrebbe saputo parlarti. È stato seguito da uno psicologo perché dopo la scomparsa di vostro padre ha passato un brutto periodo. È venuto a cercarti ma tu eri partita per Amsterdam, allora è venuto ad Amsterdam, ma non è riuscito a parlarti”, “Però al mio ragazzo sì, eh, al mio ragazzo è riuscito a parlarci”, “Sì, e ti chiedo scusa, ho detto cose orribili senza motivo, e ho preteso di avere una qualche influenza su di te, quando tu non sapevi neanche chi fossi. Scusa, davvero. Ma ti prego, pensa a quello che siamo e a quello che abbiamo! Dimentichiamo i nostri errori, perché entrambi ne abbiamo fatti, e torniamo a essere quello che eravamo “, “Non lo so…”. il mondo mi crollò addosso, ma io lo spinsi via. “Ti prego, Francesca! Io ho bisogno che tu ci sia, non sono felice senza di te! Ho bisogno della mia sorella maggiore, quella che un tempo mi rimboccava le coperte e mi metteva a letto!”. Altre parole mi morirono in gola, ma Maria intervenne: “Francesca, ora devi dirmi cosa vuoi fare. Apriamo la busta?”.

Attimi interminabili mi fecero sentire appeso a un filo sopra a un burrone, poi vidi la busta muoversi, e realizzai che il miracolo stava avvenendo: due secondi dopo riabbracciai mia sorella dopo trent’anni di totale ed ermetica lontananza.

continua…

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