Specialissimo – Capitolo 11

Un inizio è il primo passo per raggiungere un traguardo. Una fine è sempre un nuovo inizio, e quindi in realtà un traguardo è solo il punto di partenza per un nuovo traguardo. Ma il percorso? Il percorso è il miglior modo per imparare vivendo. 

Capitolo 10: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/09/specialissimo-capitolo-10/

CAPITOLO 11

Fu Giovanni a farmi tornare a galla dal mio abisso di silenzio. Una sera venne da me, e mi parlò duramente, più del solito: “Tommaso, Tom, sei sveglio?”, e io annuii, “Senti, io lo dico per te, eh, non ce la faccio più, okay? Lo so che per te è difficile, e tutto quanto, ma sono due anni, cazzo, due anni che va avanti così! Che non esci, non studi, non lavori, e IO mando vanti la baracca. Ti ho dato il tempo che mi avevi chiesto, e va bene, ci sta, pensavo che qualcosa sarebbe cambiato, ma quel tempo è passato da un pezzo, e tu continui a passare le giornate chiuso qua dentro a fissare una stupidissima foto di una persona che forse non rivedrai mia più! Ma dimmi, tu pensi che lei si stia rovinando la vita per te? C’avrà trent’anni, un fidanzato e una casa, mentre te ormai ti sarai pure dimenticato com’è fatta una donna, e non parlo dei capelli o del viso, lo sai. Ti sembra normale, questo? No, perché a me non sembra normale, no. Quindi se vuoi continuare a vivere sotto questo tetto ti devi alzare da quel fottuto letto, finire quella stramaledetta università, trovarti un banalissimo lavoro, una ragazza, anche un ragazzo, se vuoi, non me ne frega niente, e magari mi paghi un affitto, guarda, basta uno, eh! Se no puoi gentilmente prendere le tue cose e andare a fare il depresso da un’altra parte, va bene così?”.

Tra la stanchezza e la sorpresa quelle parole, come un getto di acqua fredda, mi risvegliarono dopo due anni di assenza, e finalmente mi resi conto della vita che stavo letteralmente buttando via.

La mattina dopo tornai all’università, e dopo un paio di mesi mi laureai. Trovai lavoro come apprendista un una biblioteca, e iniziai a pagare di nuovo la metà dell’affitto che mi spettava a Giovanni. Insomma, la mia era improvvisamente tornata una vita normale, ma non avevo ancora del tutto dimenticato Francesca. Giovanni lo aveva capito, ma evitava di metterci il dito, perché sapeva che, tranne lui, non avevo nessun altro su cui contare: in un certo senso, la sua presenza mi era fondamentale. E poi, andava fiero del suo efficace discorso, che mi aveva riportato sulla terra, ed era sicuro che fosse stato un miracolo. Solo dopo mi confessò che aveva avuto paura di dovermi portare in ospedale, e che se usciva era perché credeva che almeno in sua assenza potessi dar sfogo a quello che mi tormentava. Aveva avuto torto in entrambi i casi: primo, io continuavo a vivere fisicamente, e all’ospedale mi avrebbero mandato via a pedate, e piuttosto indirizzato verso il manicomio più vicino, secondo, no, in sua assenza non mi sfogavo, anzi, era peggio. La notte, poi! Dormivo solo poche ore, poi mi svegliavo in preda a orribili pensieri e tristi immagini. Sognavo Francesca che non mi riconosceva, che mi rideva in faccia, che non si fidava di me. E di fatto, quelle erano le paure che mi impedivano anche solo di provare a cercarla.

continua…

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