Specialissimo – Capitolo 10

Al decimo passo mi fermo e rifletto, mi chiedo chi mai controllerà le mie orme lasciate indietro, chi mai mi guarderà in modo diverso, ora che quelle orme sono state formate, incancellabili, ma poi riparto, perché mi rispondo che non m’importa, che le orme sono le mie, ed è a me che deve importare averle lasciate. 

 

Capitolo 9: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/07/specialissimo-capitolo-9/

 

CAPITOLO 10

Il patrimonio di mio padre, frutto di faticosi risparmi, consisteva in tre mila e cinquecento euro circa, che dovevano aiutarmi a pagare gli studi all’università. Ma quell’ultima frase del suo, per così dire, testamento, divenne il mio tormento. “Ti dico solo un’ultima cosa: un tempo c’era Francesca”. Istintivamente, in un primo momento me ne fregai, ereditai tutti i soldi di mio padre e li depositai in banca, deciso a utilizzarli solo in caso di estremo bisogno. La cassaforte però mi chiamava giorno e notte, e Francesca tornò nei miei pensieri. Per ben due anni, però, non ne volli sapere niente di lei. In fondo, rimaneva sempre la sorella cattiva che mi aveva abbandonato, e non era neanche venuta al funerale del padre. Eppure i miei pochi ricordi con lei erano solo ricordi felici, e la malinconia iniziò così a farsi sentire.

Tenevo la lettera di mio padre sul comodino, e ogni sera la rileggevo, per risentire il suono di quel nome, “Francesca”, così poco familiare ma così conosciuto. E nel contempo risaliva anche la mia rabbia per quella sua ingiustificata non-presenza nella vita mia e di mio padre. Mi aveva abbandonato in un periodo difficile, e aveva rifiutato di tornare, nonostante mio padre l’avesse più volte cercata e contattata: tutto questo non aveva senso per me. Io ne ho passate di peggio, in seguito, eppure l’ho perdonato e ho pianto la sua morte come un figlio farebbe con il proprio padre. E non ho mai dimenticato la mia vera famiglia. Ma la cosa che più mi era inconcepibile, al di là della fuga di Francesca, era che lei non mi avesse mai cercato, che non avesse mai, neanche una volta, chiesto notizie di me: si era completamente dimenticata di avere un fratello. Come è possibile scordare una cosa simile? Avevo tante domande in testa, ma non volevo darmi delle risposte. La paura di un suo rifiuto o di scoprire spiacevoli sorprese mi bloccava, lasciandomi nell’ignoto.

Stavo sempre male, non riuscivo mai a stare attento a quello che accadeva attorno a me, non facevo che rileggere il nome di Francesca ovunque, nel testamento di mio padre, in vecchie foto o cartoline, nelle lettere di quand’ero piccolo, quelle sopravvissute alla mia rabbia distruttrice. Era diventata una situazione insopportabile, ma io neanche me ne accorgevo. Giovanni iniziò a passare le sue giornate fuori casa, a volte dormiva da qualche amico, ma io ero diventato insensibile, a ogni parola che mi rivolgeva io non rispondevo, se non con cenni del capo. Ero come morto dentro, non avevo nulla per cui combattere, o meglio, non lo trovavo, e così mi ero riservato un vita vuota e monotona, nella più completa solitudine e immerso nei rimpianti del passato. Non avevo scopi né desideri, solo rabbia, tristezza, e una curiosità nuova e insoddisfabile che si tramutava in altra rabbia e in altra tristezza.

In poco tempo avevo conosciuto una vita meravigliosa e finalmente felice, poi l’avevo subito persa, come i sogni, quando ti svegli improvvisamente e ti rendi conto che quello che vedevi un attimo prima ora non è più così reale. E così mi convinsi di non meritare una vita migliore di quella, e anzi, credetti che quella fosse una vita stupenda e destinata a rimanere immutata per anni, una vita banale, ritmica, e regolare, che in qualche modo mi dava sicurezza. Mi ritrovai a vent’anni a vivere idealmente da solo, solo con me stesso, senza un lavoro né una laurea, senza nessuno su cui contare, con una vita che non mi apparteneva e mille illusioni distrutte. E da queste ricchezze trovai un appoggio per ripartire.

continua…

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