Specialissimo – Capitolo 9

Le lettere formano parole. Le parole formano frasi. Le frasi formano periodi. I periodi formano racconti. I racconti vengono letti. Possono essere ricordati o dimenticati. E possono non essere letti. In tal caso, il divertimento sta nell’averli scritti.

Capitolo 8: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/05/specialissimo-capitolo-8/

CAPITOLO 9
La mia vita cambiò, grazie a Giovanni. Nessun ricordo mi fece più stare male, nessun debito verso chi mi manteneva venne più a ricordarmi di essere buono e bravo. Cominciai a vivere davvero. Andai in discoteca per la prima volta, imparai a organizzare la mia vita da solo, senza nessuno che mi aspettasse a casa col piatto pronto, e più mi abituavo più mi rendevo conto che mi piaceva. Quante volte avevo pensato a quanto la mia vita fosse limitata, a quanto mi stesse stretta. Volevo conoscere il mondo, ma una catena invisibile ancora mi teneva legato a mio padre. Con il mio trasferimento, fu come un drastico cambio d’abiti, e finalmente assaporai il piacere di essere maggiorente e maturo.
Dopo quattro mesi dall’inizio di questo sogno, mi chiamò l’ospedale, dicendomi che mio padre doveva essere operato d’urgenza. Ed io mi sentii malissimo, le gambe mi cedettero, e dovetti aggrapparmi al tavolo per non collassare. Da allora i rimorsi mi tennero sveglio ogni notte, e il pensiero di perdere anche mio padre mi rese più intrattabile del solito. Lui, che aveva resistito nonostante tutto, lui, che era il mio ultimo ricordo e il mio ultimo gioiello del passato, poteva, lui, andarsene così?
Passai le settimane successive accanto a mio padre, incosciente e convalescente dall’intervento, pregando che si svegliasse e che mi sorridesse come se niente fosse accaduto. Tornavo a casa la sera e ripartivo la mattina, saltavo il pranzo, e non parlavo con nessuno. Persi tutte le buone abitudini, rinunciai alla corsa mattutina e alla doccia serale, e mi ridussi così a un robot, che faceva sempre lo stesso percorso, casa-ospedale, ospedale-casa, con la stessa espressione imperturbabile e gli stessi occhi vuoti fissi davanti a me.
Poi una mattina Giovanni mi chiese “Per quanto andrai avanti? Guarda che se continui così ti ricoverano pure a te, ve’!”. Conoscevo Giovanni, sapevo che lo sfondo ironico dei suoi discorsi non voleva essere un gesto cattivo o offensivo, ma era solo un modo di sdrammatizzare. Quella volta però lo ignorai e uscii come al solito. La sera, rientrato un po’ più tardi del solito, trovai un biglietto sul tavolo di cucina: “Torna a casa tua, ti farà bene”. Mi sembrò il peggior insulto mai ricevuto, pensai che non mi volesse più tra i piedi, e con rabbia raccolsi le mie cose e levai le tende, furibondo, gridandogli parole piene d’odio, inconsapevolmente ingiuste. Mi accorsi soltanto un po’ di tempo dopo che Giovanni aveva avuto ragione.
Tornai nella casa che aveva visto il rapporto con mio padre nel suo massimo splendore, e mi sentii meglio. Mi sentii a casa, come se mio padre fosse lì con me. Qualche giorno più tardi i medici mi chiamarono, ma io non risposi. Sapevo già cos’era successo. Vagai tutta notte, da solo, in giro per la città, prima di decidermi ad entrare nell’ospedale. Vedevo famiglie ovunque, anche dove non c’erano, e tutto questo non fece che farmi sentire ancora più solo. Arrivai fin sotto alla struttura ospedaliera, ma ero distrutto, mentalmente e fisicamente. Chiamai in lacrime Giovanni, chiedendomi se sarebbe venuto dopo quello che era successo tra di noi, ma riuscii a balbettare solo qualche parola confusa. Dieci minuti dopo Giovanni era lì. E rimase con me quando i medici confermarono la mia ipotesi, quando entrai nella camera di mio padre per dargli l’ultimo saluto, quando crollai a terra disperato vedendolo steso sul lettino, morto.
Quella notte, ripresi a vagare verso il nulla, ma insieme a Giovanni, e fu la prima volta che mi ubriacai. Sapevo di stare facendo la cosa più sbagliata possibile, ma ne avevo bisogno, sentivo di dover allontanarmi da quella realtà che da cosciente mi stava distruggendo. Di quella sera non ricordo niente, so solo che Giovanni, a modo suo, mi aiutò a superare l’ennesima perdita e l’ennesima sofferenza. Quando il giorno dopo tornai in me, la realtà mi si ripresentò davanti, insieme al solito dolore lancinante, e dovetti accettare con profonda rassegnazione la mia situazione.
Tornai a casa di mio padre, e trovai una lettera indirizzata a me in un cassetto:
“Caro Tommaso, questa è la seconda lettera che ti scrivo, e penso anche l’ultima. Quando la troverai molto probabilmente il mi destino sarà già compiuto. Non ti ho visto spesso, negli ultimi mesi, ma finalmente ti ho visto davvero felice, e di questo me ne rallegro. Avrei voluto parlarti prima della mia malattia, ma che diritto avevo, io, di rovinare una seconda volta la tua serenità? Sei stato inconsapevole fino all’ultimo per la mia volontà, perché tutto continuasse come era giusto che fosse. E ora che lo sai, spero solo che tu capisca. Ti ho lasciato tutto quello che ho, sono pochi euro, ma, ti ricordi? noi vivevamo con quelli. Lascio tutto a te, ma ti vorrei dire solo un’ultima cosa: ricordati, un tempo c’era Francesca”.

continua…

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