Specialissimo – Capitolo 8

Potrei non scrivere nulla, potrei cominciare direttamente, ma allora, l’attesa dove andrebbe a finire?

Capitolo 7: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/04/specialissimo-capitolo-7/

CAPITOLO 8
Sette anni dopo raggiunsi la maggiore età. Finii le superiori, e uscii dalla maturità con novantadue. Festeggiai il diploma solo con mio padre. Il nostro rapporto era migliorato di giorno in giorno dal nostro perdono, e non avevo mai smesso di essere orgoglioso della mia decisione. Lui divenne per me una figura speciale, capace di assumere caratteri contrastanti in pochi istanti, una figura mistica e angelica, una guida e un modello, un padre e un uomo.
Trovò un lavoro fisso quando avevo ancora sedici anni, e pochi mesi dopo affittammo una casa solo per noi. Di Angela non seppi più nulla, ma molto probabilmente mio padre si era reso conto che doveva fare una scelta: o lei, o me. E al di là di quella sera, i loro rapporti divennero inesistenti. So per certo, però, che la paura di perdere anche il suo ultimo figlio lo cambiò totalmente, iniziò a coprirmi di attenzioni, e non perdeva occasioni di dimostrarmi che mi voleva bene. Tra regali, baci e abbracci divenne invadente e ossessivo, ma io non glielo feci mai notare. Quell’equilibrio speciale, in fondo, era casa mia, e sapevo l’impegno che mio padre ci aveva messo per arrivare a quel cambiamento drastico. Io non glielo dissi, certo, ma lui, per me, lo capì da solo. Un giorno, mentre eravamo entrambi sul divano, uno accanto all’altro, mi disse “Grazie. Per tutto”. Io feci finta di non capire, e lui pure, ma sapevamo benissimo entrambi a cosa si riferisse. Insomma, un rapporto complicato, il nostro, ma equilibrato: ognuno fece il possibile per tenere in piedi quella piccola e fragile famiglia, che sembrava così debole che anche con un piccolo errore sarebbe potuta collassare, e ognuno sapeva quello che l’altro aveva fatto; si creò così un rapporto di compromessi e complicità molto speciale, che solo in una strana famiglia come la mia poteva sopravvivere.
Crebbe in me il desiderio di trovare un qualcuno con cui condividere i miei pensieri, e per una pura coincidenza il mio desiderio presto si avverò. Conobbi Giovanni il primo anno di università, e con lui progettai di laurearmi. Avevamo gli stessi progetti e le stesse ambizioni, ma lui era molto diverso da me. Intraprendete, coraggioso, viveva da solo, in una casa in affitto, ed era commesso in un fast-food tre volte a settimana. La paga non era il massimo, ma bastava a sopravvivere. E io lo invidiavo, per la vita libera che conduceva. Mentre lui viveva nel suo rifugio personale, unico, io ero costretto a confrontarmi ogni giorno con le assenze della mia vita, una sorella scomparsa e una madre morta troppo presto. Sentivo il peso dell’aria di casa, ma non avevo il coraggio di separarmene.
Venne poi il giorno in cui Giovanni mi propose, anzi, mi “ordinò” di andare ad abitare con lui, e fu così che dopo varie riflessioni mi allontanai nuovamente da mio padre. Trovai un lavoro in un bar vicino a casa di Giovanni, da poco anche mia, e mi trasferii. Mio padre mi augurò buona fortuna, come se quello fosse il nostro ultimo incontro, e io m’immaginai che fosse così arrabbiato da non volermi più vedere. Non ci feci molto caso, sul momento. D’altronde, anche io ero sempre stato un tipo abbastanza melodrammatico, sin da piccolo. Da qualcuno avevo pur preso, no? Così lo salutai distrattamente, commettendo uno dei più grandi errori che potessi mai fare: quando finalmente tutto andava per il meglio, quando dopo tanto tempo lo avevo ritrovato, lo avevo dato per scontato, mentre scontato non era.

continua…

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