Specialissimo – Capitolo 6

Gli incipit di questi post sono una complicazione, forse non hanno molto significato, forse difronte al gigante che segue risulteranno piccini piccini, ma per un giusto percorso servono giuste guide.
Capitolo 5: https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2014/09/02/specialissimo-capitolo-5/

CAPITOLO 6
Con le prime luci dell’’alba mi risvegliai, tutto intorpidito, e decisi di raggiungere casa di mia nonna, dall’altra parte di Milano. Per me era come una missione segreta, trasgredii ogni regola possibile, e arrivai sotto casa sua completamente senza fiato e tutto sporco. Conciato in quel modo, avrei potuto spaventare chiunque, ma non mia nonna. Lei è stata la sola, dopo mia sorella, a preoccuparsi davvero per me, e dopo quel periodo il nostro è stato sempre un ottimo rapporto. Era diventata come una mia seconda sorella.
Quando mi vide, tutto sporco e ansimante, mi portò in casa con le lacrime agli occhi, chiedendomi “Oh il mio ragazzo! Che ti è successo? Che hai fatto? dove sei stato? E tuo padre?”. Non risposi subito, prima mi lasciai coccolare come un bambino, a cui mancava l’affetto dei genitori. In effetti, di affetto non ne ricevevo da tempo…
Rimasi con lei per tre mesi, senza che mio padre venisse a cercarmi. Raccontai a mia nonna ogni particolare della mia storia, e la convinsi così a non dare notizie di me. Scoprii solo più tardi che in realtà mia nonna e mio padre si erano telefonati il giorno stesso del mio arrivo, e che lei lo aveva scongiurato per il mio bene di non venirmi a prendere né a trovare per un po’. Scoprii anche che quelle telefonate avvenivano ogni sera, e che mia nonna gli raccontava di me, dei miei progressi, della scuola, e lui domandava, non faceva che domandare. Ovviamente io non potevo saperlo, e le notizie inesistenti di mio padre non fecero che rafforzare l’idea che mi ero fatto di lui. Lo immaginai a letto con Angela, a casa sua, per nulla preoccupato per me, e quelle immagini mi fecero male. Scaricai ogni mio dubbio o perplessità su mia nonna, pur sapendo che lei voleva bene a mio padre come una mamma vuol bene al proprio figlio. Lei non rispose mai davvero alle mie domande, ma in questo fu brava, lo ammetto, e mi lasciò pensare di suo figlio quel che a me pareva giusto. Se fossi stato al suo posto, non so se mi sarei comportato così. E questo un po’ mi dispiace, perché so i sacrifici che ha dovuto fare per un nipote ribelle com’ero io.
Il giorno in cui mio padre tornò da me, dopo mesi di assenza, fu il più doloroso. Ormai non aspettavo neanche più una sua visita, tanto era il tempo trascorso dal giorno in cui ci eravamo detti addio. Avevo forse quasi dimenticato il suono della sua voce, o la forma del suo corpo, perché vederlo di nuovo mi fece venire i brividi. Quando suonarono alla porta era pomeriggio, e mia nonna era in casa. Aprì lei, ma io intuii quasi subito chi fosse la persona in piedi sullo zerbino. Di solito la nonna era chiassosa e scherzosa, conosceva tutti, chiunque suonasse da lei, e anche se in qualche raro caso la persona che aveva suonato il campanello era un perfetto sconosciuto, lei ci scherzava comunque. Era di una socialità incredibile, tutto l’opposto di me. Ma quella volta, rimase zitta. Forse mia nonna e mio padre si abbracciarono, ma ormai io ero già corso in camera mia. Sentii i passi di mio padre, un poco familiari e un poco estranei, salire le scale, lentamente, come se stesse meditando cosa dirmi. Quand’entrò, io non lo guardai nemmeno. Non era giusto. Io avevo sofferto per colpa sua, e ora era lui a doverne pagare le conseguenze.
“Tommaso”, mi disse, “Ciao”. Non risposi. “Come stai?”. Continuai a non rispondere, ma il cuore prese a battermi in petto sempre più forte. “Sai, non sono venuto prima perché ho saputo che stavi bene, che qui ti trovi bene, e che senti i tuoi amici. Sei uscito con loro, mi hanno detto. Sono contento, sai? Beh, cos’avete fatto di bello?”, “Siamo stati al parco”, risposi freddo. “Bello! Vi siete divertiti?”, “Abbastanza”. Quella falsa conversazione mi stava uccidendo. Entrambi sapevamo dove volevamo arrivare, ma nessuno aveva il coraggio di iniziare.
“Ti ho portato una cosa… ti va di vederla?”, “In realtà… ora no”, “D’accordo, ehm, va bene, certo, capisco… te la lascio qui, allora, così, ecco, se avrai voglia più tardi…”, “Va bene”. lasciò cadere sul letto una busta bianca con su scritto il mio nome, e si chinò per darmi un bacio. Io mi scostai istintivamente, ma dentro di me qualcosa era cambiato, qualcosa ora mi spingeva a perdonarlo, a tornare da lui. Vederlo in quello stato mi fece pena, e nello stesso tempo provare vergogna per aver dipinto di lui un’immagine così ingiusta e irreale. La mia immaginazione mi aveva portato a viaggiare lontano dalla realtà, e a creare una rappresentazione di mio padre nei panni di un mostro, senza nemmeno dargli la minima possibilità di rimediare a un errore. In fondo, forse, neanche per lui è stato facile avermi come figlio. Però ancora un fondo amaro mi ricordava che più di una volta lui mi aveva dimostrato il suo disprezzo, e da allora avevo imparato una volta per tutte a non fidarmi. E adesso tornare indietro mi era più difficile di quanto possiate immaginare.
Mio padre lasciò la stanza prima che potessi giungere a una decisione definitiva, e quel biglietto che mi aveva lasciato divenne per me la mia ancora di salvezza, la risposta alle mie domande.

continua…

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.